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Adriano Modica – La sedia (Cardio a Dinamo, 2012)

by • 21 dicembre 2012 • ConcretaMusicComments (0)1109

 

 

 

Esiste un sottile spartiacque tra i cantautori italiani: ci sono quelli per i quali la musica è una cosa accessoria, marginale, un piacevole e semplice cuscino sul quale adagiare parole frutto di una ricerca profonda nelle viscere del proprio animo, parole che sembrano quasi sussurrate all’autore da una qualche bellissima musa(Guccini, il primo De Andrè, Claudio Lolli..); ci sono invece cantautori che hanno amato e che amano gettarsi a capofitto nella giungla dei suoni, sperimentare, osare, percorrere strade sonore nuove e non convenzionali, utilizzando le parole in una forma ritmico-musicale, quasi fossero un completamento di questa paradisiaca orgia sonora (Alberto Fortis, Eugenio Finardi, Ivan Graziani, Faust’o..). Ecco, Adriano Modica si colloca a metà. Lui, con quella psichedelia agrodolce, quelle chitarre che sembrano svanire appena il loro suono esce dagli amplificatori, quasi a voler dare una carezza all’ascoltatore, una di quelle carezze che però lasciano il segno, una carezza di Audrey Hepburn, o di Marilyn Monroe, se preferite. Lui, con i suoi testi evocativi, pieni di immagini, surreali, mai banali. Ascoltando “La sedia”, il suo ultimo lavoro, mi è subito venuto in mente il periodo in cui Syd Barrett era ancora il geniale e pazzerello conducente della macchina Pink Floyd. Però, un disco che al primo ascolto ti fa venire in mente Syd Barret.. mica male!.  Con “La sedia”, Adriano chiude il capitolo della sua personale “trilogia dei materiali”, iniziata nel 2005 con la stoffa, proseguita poi con la pietra e, infine, chiusa con il legno de “La sedia”. Nella musica contenuta in questo album, arricchita dall’uso di molteplici strumenti non convenzionali (basso tuba, fagotto, flauto, farfisa, mellotron..)  è facile trovare la durezza di questo materiale,  ma anche il calore che esso può emanare, ricordandoci che, anche se statico, è un materiale vivo. Adriano Modica è capace di tutto questo: di non fare apparire pezzi di 7-8 minuti una forzatura, ma una necessità, un “bisogno fisico” di andare più in là dei soliti 3 minuti per permettere al suono di arricchirci con preziose evocazioni.  E’ capace di costringermi a trasformare una recensione di un disco in una massa di metafore, immagini, perché davvero non posso farne a meno per descrivere il suo lavoro. Un viaggio dolce, caloroso, duro allo stesso tempo. Una psichedelia barettiana più necessaria che ricercata. Che dire? Volete un parere più duro e concreto?: un gran bel disco, che di questi tempi è raro come una perla (toh.. ho fatto un’altra metafora, pardon!)

 

Luca Casoni

 

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