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Appunti per un album narrativo: intervista a Giovanni Fantasia

by • 22 dicembre 2014 • ConcretaBookComments (1)1059

 

Copertina_PNon è poco, per un libro, farci ricordare quanto sia sottile il rumore della prosa. Con la lettura del nuovo romanzo di Giovanni Fantasia, “Le pratiche del niente”, uscito da poche settimane per la casa editrice Incontri, ci siamo ritrovati di fronte a una scrittura che, con molto coraggio e altrettanta delicatezza, testimonia la duttilità e la ricchezza timbrica di quell’organismo esigente chiamato linguaggio. Immersi in una scrittura attenta e curata, questo romanzo ci restituisce, grazie a molteplici punti di vista e salti temporali, l’esplosione di un microcosmo: un viaggio sviluppato su due binari temporali paralleli che portano il lettore molto lontano anche senza convergere in una stazione finale. Più che le vicende o la psicologia dei personaggi, è la scrittura la colonna vertebrale di queste pagine, dove il suono delle parole ha lo stesso peso delle piccole epifanie quotidiane raccontate. Abbiamo intervistato per Concretamente Sassuolo l’autore.

Dove e quando (e cosa) inizia a scrivere Giovanni Fantasia?

Sono a scuola, all’Istituto per Geometri, il perché ci sia finito non importa e non importa perché in fondo non lo so. Scrivere significa passare un quarto d’ora di lezione riportando sul diario o sullo zaino qualche estratto di canzone; una frase di Jim Morrison ti tempra l’esistenza e la verifica di Agraria manda tutto quanto in vacca. Nessuno si interessa alla scrittura, me compreso; confeziono buoni temi, prendo sette e torno a casa mediamente soddisfatto. Finché un giorno ci presentano il concorso letterario d’istituto: in classe si dice che io debba farlo perché sono bravo. Allora butto giù diverse pagine su questi adolescenti che straparlano di musica e nascondono liquori in cameretta, le sigillo con un ottimo finale di speranza e vinco il premio. Poi tanti anni di prove, racconti, poesie, un romanzo, e nel 2004 la pubblicazione dei primi due testi nell’antologia “CoopForWords”, una poesia e un racconto. È il momento in cui comincio a progettare una mia forma di scrittura.

Parliamo di questo tuo ultimo romanzo. La scrittura di “Le pratiche del niente” è seguita a un’idea principale forte che poi hai sviluppato o, invece, ti sei ritrovato con diversi materiali (personaggi, spunti, storie) e li hai uniti in un unico testo?

C’è stata un’idea scatenante, un’immagine forte che poi si ritrova all’inizio del libro; un’idea che è diventata quasi subito pretesto per ampliare la visuale, rievocare la mia infanzia e ridiscuterla alla luce del presente. La storia del protagonista è la storia di un modo di crescere e vivere, di un nucleo famigliare e delle sue sfilacciature, di una città in miniatura, piccola e grande allo stesso momento; è un insieme di frammenti multiformi, un’assonometria esplosa che alla fine della storia, o delle storie, ripropone una visione complessiva, dura, tattile, del blocco narrativo. Mi piace pensare a una forma romanzo GiovanniFantasiache avanza per scatti, che inquadra una scena precisa, fin troppo precisa, la sviscera e passa di colpo a una scena diversa. Un album narrativo che sul corpo della storia principale mostra i segni di decine di altre storie, tutte forti e sintomatiche.

Come si è svolto il lavoro di riscrittura di questo testo? Chi, o cosa, ti è stato utile in questa fase del tuo lavoro?

Lavorare su un romanzo è sempre molto affascinante, perché porta in superficie un mondo nuovo, di confine; un mondo che sicuramente hai vissuto e che spesso hai vissuto con gli occhi degli altri. È un’ispezione del proprio carattere, un procedimento per cui raccontando qualcosa che non ti appartiene, o non ti appartiene del tutto, traduci te stesso. È straordinario arrivare alla forma pulita del testo e riprenderne in mano la prima versione; straordinario e imbarazzante. Non c’è soltanto un testo che si affina, c’è un processo di creazione in piena regola: il personaggio diventa persona, vuoi prenderlo a pugni, abbracciarlo, indicargli una strada. È reale. La riscrittura permette al processo di compiersi fino alla fine, di raggiungere un onesto compromesso fra lo stile che volevi e quello che volevi dire. L’editing del testo chiude il cerchio: è una riscrittura necessaria, come un calcio nel sedere a fin di bene.

Nel tuo romanzo si avverte una cura particolare per la qualità musicale della prosa, a volte vicina quasi alla cosiddetta “prosa lirica”. Che rapporto credi ci sia tra il codice espressivo della poesia e quello della prosa?

Un rapporto possibile, anzi persino auspicabile. Nel quotidiano viviamo di microscritture e la forma romanzo diventa difficile, quasi un assurdo. Siamo circondati da frammenti, storie-lampo, scorie di una narrazione misurata sul livello di attenzione e sui minuti giornalieri disponibili. Eppure c’è un nuovo linguaggio che preme, una prosa snaturata ma espressiva che paradossalmente ci arricchisce. Non è letteratura ma possiede una sua forza. “Le pratiche del niente” corre sempre sul confine fra una prosa levigata e fortemente musicale e un sovraccarico di termini brutali e in questo modo resta un ibrido. La parola chiave è ibrido. È l’idea di Michel Houellebecq: scrivere un’opera senza più forma o con tutte le forme esistenti, associare frammenti di prosa a poesie, saggi, grafici, utilizzare ogni mezzo possibile per definire la propria visione del mondo. Anche in termini poetici la penso come Houellebecq: la poesia resta qualcosa di più misterioso, rispetto alla prosa.

Che rapporto c’è tra qGiovanni Fantasia 1uesto romanzo e le tue opere precedenti? Cosa vi emerge di più: il senso di continuità e rafforzamento di quanto hai costruito fino ad ora con la scrittura, o la volontà di rottura e la ricerca di nuove scritture?

In “Santi, negri e scarafaggi”, il mio primo romanzo, la connotazione poetica era evidente, talmente evidente da sopravanzare la trama. Con “Le pratiche del niente” ho fatto un grande passo avanti in direzione del romanzo: senza trascurare ritmo e lessico ho trovato un equilibrio interessante con le storie e i personaggi che volevo raccontare.

Infine, per proiettarci nel futuro: che siano solo progetti, abbozzi o abbiano già una forma compiuta, cosa stai scrivendo (o pensando di scrivere)?

Non sto scrivendo niente, perché scrivere “Le pratiche del niente” mi ha stecchito. Ma se pensassi di scrivere un testo domani vorrei lavorarci con un musicista o un illustratore; collaborare mi piace e mi dà un’energia straordinaria, specie perché la scrittura si espande, diventa più ricca, smette di essere un’attività solitaria e conosce un’ennesima forma. Tralasciando la scrittura narrativa penso a un anno interamente fotografico, versante stimolante e rilassante al tempo stesso.

 

Sito: www.giovannifantasia.it

Facebook: Le pratiche del niente

 

Stefano Serri

 

 

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