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Cose non banali sulla Corea del Nord

by • 9 settembre 2017 • ConcretaWorld, Editoriali, evidenza, newsComments (0)152

 

Quest’estate, complice l’assenza della politica interna volutamente in vacanza anticipata, si è parlato principalmente di tre argomenti: la minaccia della Corea del Nord, l’attentato alla Rambla di Barcellona e la pubblicità del Buondì.

Per quanto l’ultimo argomento possa essere più interessante e foriero di riflessioni moderne, la serietà impone di parlare anche del primo, lasciando il secondo a successivi approfondimenti.

Parlare di Corea del Nord si può, e si può fare soprattutto in un modo diverso, senza ricalcare semplicemente le agenzie di stampa americane e nordcoreane, non limitandosi all’analisi delle dichiarazioni ormai sempre più simili. È normale avere domande, più di una di sicuro, a cui difficilmente qualcuno ha voluto dare risposta. E gran parte dello spavento, e quindi della minaccia stessa che oggi percepiamo, non può che essere dato dalla non conoscenza del fatto.

Questo articolo NON è una lezione di storia o di geografia (e soprattutto non vi dirà dov’è la Corea del Nord perché se leggete questo pezzo, vuol dire che avete Internet), tuttavia è costretto a fare un passo indietro, complice l’assenza della questione nel dibattito degli ultimi 70 anni.

La prima domanda, legittima, è infatti: ma cosa diavolo è la Corea del Nord?

Esatto. Primo punto, per anni abbiamo ignorato che esistesse. Ma c’è un motivo: la Corea del Nord è quello che potremmo definire senza alcuna ammirazione un regime perfetto. Nulla entra e nulla esce, in Corea, senza che il governo centrale venga a saperlo. La Corea si è voluta isolare per anni, costruendo all’ombra del mondo uno stato di 25 milioni di persone, grande la metà dell’Italia, in cui un leader supremo decide e un popolo obbedisce. Non è uno scherzo, è proprio così. E lo devono ammettere anche i servizi segreti americani che per anni hanno provato a destabilizzare il regime dall’interno, ma non sono mai riusciti ad ottenere uno straccio di rivoluzione. Il paese è poverissimo. Importa quasi tutte le riserve di petrolio e gas (dalla Cina), produce a malapena il cibo per l’autosussistenza, possiede un’economia fortemente sottosviluppata e ha fronteggiato più volte carestie mortali. Perché? Perché spende tutto il suo budget nell’esercito. 1 nordcoreano su 4 è un militare, la spesa per armamenti e tecnologie è enorme e logicamente produce lavoro, ma non ricchezza.

Altra domanda importante: perché ce l’ha così tanto con l’America?

Perché la Corea del Nord è un regime comunista. Facciamo fatica ad ammettere ed utilizzare questa parola nel 2017, ma tant’è. Per Pyongyang il capitalismo è il male, una minaccia allo stile di vita iperstatale. La Corea del Nord nasce dalla divisione intelligentissima della Corea fra USA e URSS nel 1945, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Come in Germania sull’Elba, le truppe americane e russe si incontrarono sul 38° parallelo e si fermarono. Il crollo diplomatico che diede il via alla Guerra Fredda rese il parallelo (una linea immaginaria!) il confine fra due paesi che prima erano uno. Qui c’è un punto centrale: nel 1950 la Corea del Nord invade il Sud tentando di riunificare la penisola; gli USA, con mandato ONU, rispondono entrando in sostegno a Seul. È un conflitto tesissimo e importantissimo (il primo della Guerra Fredda), che vede in campo Cina, URSS, USA, Francia, Regno Unito e altri paesi filoamericani. Il punto è che nella propaganda di regime, la Storia a scuola è diversa. A molte generazioni, ormai, si insegna che fu l’America ad attaccare e invadere per prima, e come l’esercito nordcoreano abbia respinto l’invasore straniero.

Perché mai questa balla colossale? Semplice. Propaganda. Collante nazionale. Strategia della tensione. Chiamatela come volete, ma è la balla su cui i Kim hanno potuto edificare un regime comunista totale. E bisogna tenere presente questo: per Kim, TUTTO è propaganda e simbologia. I lanci dei missili non sono mai casuali, fra 4 luglio, elezioni sudcoreane e risposte ad esercitazioni congiunte. Ogni sua mossa è un segnale da decifrare.

E questo Kim, quello che vediamo in tv spesso, chi sarebbe?

Quello che molti finemente chiamano un “ciccione cinese pazzo”, è in realtà un uomo molto scaltro. Ha studiato sotto falso nome a Ginevra, avendo modo di testare l’Occidente. È il nipote del primo Kim, Kim Il Sung, colui che attaccò il Sud nel 1950. Il nonno ha costruito un sistema statale che gli è valsa una deificazione alla morte, il figlio lo ha succeduto come leader supremo e ha dato il via allo sviluppo tecnologico militare e ora lui, il nipote Kim Jong Un, è il leader che ha reso la Corea del Nord una potenza nucleare. E non solo, perché ha modernizzato notevolmente lo spionaggio e la cybersicurezza. Insomma, è lui che ha reso la Corea una spina nel fianco.

Quindi la Corea ha l’atomica?

Sì, è molto probabile, anche se le conferme vengono dal regime di Pyongyang, che ha tutto l’interesse a dire di possedere un’arma micidiale, e dalla CIA, che ha tutto l’interesse nel prefigurare la Corea come una minaccia globale. Tuttavia, i numerosi esperimenti nucleari hanno lasciato una prova: i terremoti che provocano, visto che il regime prova la bomba nucleare sottoterra.  L’ultimo terremoto è stato particolarmente forte, tanto da far pensare ad una bomba all’idrogeno. Non ci sarebbero, però, molte conferme, ma solo ipotesi.

Ma cosa se ne fa una nazione sperduta della bomba atomica? È pazzia?

No, come dice giustamente l’ISPI, è geopolitica. La bomba atomica è un grosso deterrente ad un’invasione e le titubanze americane lo dimostrano. Regimi come quello di Saddam o di Gheddafi sono stati spodestati anche con un semplice supporto aereo. Kim sa che i nemici dell’America fanno una brutta fine, senza qualcosa da portare al tavolo delle trattative. E quel qualcosa è la minaccia che dalla Corea del Sud arriva fino agli USA. Quella di Kim, in pratica, più che una guerra è già una presa di ostaggi in cui la CIA non riesce ad essere la SWAT. Gli ostaggi non sono solo i 25 milioni di coreani, ma anche i 50 milioni di sudcoreani, quasi tutti a gittata di missili brevi. Non c’è solo l’atomica, l’armamento nordcoreano può scaricare molti missili “semplici” addosso a Seul (solo 50 km dal confine) o Tokyo. I due storici alleati americani.

Ma quindi questi missili possono arrivare anche qui?

Distinguiamo le cose. Ci sono i missili, c’è la bomba atomica e ci sono le testate nucleari, ovvero i missili che possono caricare una bomba atomica. Il regime ha testato i famosi missili ICBM, cioè gli intercontinentali capaci di arrivare agli USA, quindi tutto fa supporre che la Nord Corea possa caricarvi delle testate. Nella pratica, però, è un’operazione assurda. USA e Europa sono protetti dagli scudi, capaci di intercettare la maggior parte delle testate. Quindi Pyongyang dovrebbe lanciarne molte e sarebbe abbastanza improbabile attraversare indenne il globo. Senza contare che non ha grandi motivi per farlo. Il suo obiettivo è sempre stato il Sud, tutto il resto non è mai importato granchè.

Ma davvero può permettersi di minacciare gli Stati Uniti?

Beh…non è solo. I Kim sono sempre stati protetti da mamma URSS. E dopo il crollo dell’Unione, la Nord Corea si è messa sotto l’ala della Cina, altrettanto comunista. Il sostegno della Cina è dovuto al fatto che Pechino vuole uno stato cuscinetto, visto che dai tempi della guerra di Corea sono presenti sul suolo sudcoreano circa 29mila soldati dello Zio Sam e che nell’ipotesi della caduta del regime, la Cina si troverebbe un confine movimentato.

E allora, è vero che può scoppiare la Terza Guerra Mondiale?

Difficile. La Corea del Nord, ora, è scomoda per tutti. Un alleato che non puoi controllare, è pericoloso, per questo anche Cina e Russia stanno trattando con i membri del Consiglio di Sicurezza, USA, Francia e Regno Unito. Il tema sono le sanzioni economiche (principalmente divieti al commercio con Cina e Russia), che potrebbero mettere in ginocchio la piccola economia nordcoreana, e su questo sembra esserci ormai intesa. Questo è il maggior segno di concordia mondiale. Le preoccupazioni riguardo la posizione scomoda della penisola, fra Cina, Russia e flotta del Pacifico USA, sono comprensibili, ma non è uno scenario fragile come possono essere Siria o Ucraina. Non ci sono interessi, dal momento che l’economia è fragile, il suolo povero e il regime poco conosciuto e controllabile. Sembrerebbe più uno stallo, uno stallo che per ora ha favorito Pyongyang e il suo imprevedibile sviluppo atomico.

In conclusione.

La cosa forse meno banale da dire in conclusione è che per ora la Corea del Nord sta vincendo questa partita. E con largo scarto. Per anni la CIA ha provato a forzare il regime, eppure non ce l’ha mai fatta. Per anni, però, è riuscita ad insabbiare tutta la faccenda come una remota nazione ribelle. Oggi la Corea ha quello che vuole: gli occhi del mondo puntati addosso, megafono della propaganda e ulteriore scudo contro un’invasione. La strategia di Obama, conscio della minaccia e delle sue dimensioni, è sempre stata quella di stemperare la tensione provocata volontariamente dai mezzi di informazione di Kim. Ogni annuncio era ridimensionato e, nel pubblico, ignorato. Si può accusare Obama di aver sottovalutato i mezzi di Pyongyang, che nell’ultimo anno ha compiuto un balzo enorme nel programma missilistico e altre azioni degne di nota, ma di sicuro ha gestito meglio di Trump la questione diplomatica. Trump ci è cascato in pieno.

 

Se Obama vietò la distribuzione di un film in cui James Franco doveva ammazzare Kim Jong Un, permise comunque importanti opere di propaganda cinematografiche e videoludiche, come Attacco al Potere e Homefront. Invece Trump non ha fatto altro che arrabbiarsi e sbraitare, quello che voleva Kim. Rispondendo alle provocazione, il presidente degli Stati Uniti  ha reso più percepita una minaccia forse più contenuta. Rispondendo alle provocazioni, il presidente degli Stati Uniti si è abbassato al livello di un paese qualunque. Kim si è comportato come un “troll”, in linguaggio social, e Trump non lo ha capito, alternando strategie e tattiche improvvisate e confuse.

Un’improvvisazione che ha confuso l’unico attore che può aiutarlo: la Cina. Non è possibile un accordo e una soluzione diplomatica senza il beneplacito di Pechino. Questo Trump deve capirlo, e non può continuare a mandare segnali ambigui. Come suggerisce il New York Times, forse basterebbe un’assicurazione sul futuro, come ad esempio la promessa dello smantellamento delle basi in Sud Corea. Non si possono pretendere meno armi, se non si mettono via per primi. Trump vuole il braccio di ferro su tutto, non può sorprendersi se qualcuno non si tira indietro. E intanto la Corea del Nord entra nel club del nucleare e, anche sbollita questa crisi, costringe il mondo a fare a patti e a fronteggiare il cronico del disarmo nucleare.

Paradossalmente, nella sua guerra “solo contro il mondo”, Kim è riuscito a dividerlo, e probabilmente così continuerà a fare. E chissà con quali mezzi futuri.

 

Andrea Stanzani

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