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Cosa sta succedendo in Siria

by • 7 aprile 2017 • ConcretaWorld, Editoriali, evidenza, newsComments (0)552

 

Alle ore 03:45 italiane, dalla Casa Bianca è partito l’ordine. Le due portaerei statunitensi di stanza nel Mediterraneo hanno lanciato 59 missili Tomahawk contro la base siriana vicino ad Homs ritenuta responsabile del discusso episodio dell’attacco chimico contro Khan Sheikoun del 4 aprile.

Mentre Trump ha già tenuto una conferenza stampa subito dopo l’attacco, in cui spiegava come il lancio fosse una chiara rappresaglia per aver sorpassato il limite e faceva leva sulla spietatezza di Assad, Putin non ha ancora parlato direttamente.

Dalle 6:30 la notizia è stata più che confermata e sono cominciate le dichiarazioni al risveglio dell’Europa.

È emerso rapidamente come la Russia fosse stata avvisata dell’attacco, e la base fosse stata già praticamente evacuata: si parla infatti di “soli” 6 morti per il momento, numero esiguo per un bombardamento di sessanta razzi. In sostanza sembra che, una volta appurata la strategia, Trump abbia voluto lanciare un avvertimento netto, facendo nella pratica una dimostrazione.

Oltre ai russi, sembra che anche Federica Mogherini fosse informata di “una svolta importante nella notte”. Gli schieramenti si sono rapidamente attivati diplomaticamente. Anche Stoltenberg, il segretario della NATO, era stato informato e anche il ministro degli esteri turco ha affermato di essere a conoscenza del programma. Damasco invece ha reagito in maniera abbastanza piccata, facendo capire di non essere stata informata, nemmeno dalla Russia.

Israele e Gran Bretagna appoggiano completamente l’attacco. La Francia lo considera un giusto avvertimento. La Germania lo giustifica, ritenendolo comprensibile conseguenza dell’uso di armi chimiche, la Francia anche. A sorpresa anche la Turchia fa marcia indietro sull’intesa con Putin e appoggia l’azione americana. L’Iran si è schierato contro.

Al momento l’unica dichiarazione proveniente dalla Russia riferisce che “questo atto complica l’intesa sull’alleanza contro il terrorismo globale” e che “si tratta di un atto ostile contro uno stato sovrano, basato su ipotesi false”. Per il fronte pro-Assad, quindi, il bombardamento chimico non c’è stato, la versione russa, cambiata più volte, parla di deposito chimico colpito a terra.

Tillerson (Segretario di stato USA) ha chiarito come si tratti di un’azione isolata, non di una dichiarazione di guerra.

Bisogna inserire l’attacco in un contesto più completo. Nel 2014 la Russia si era presa l’impegno di smantellare ogni arma chimica in Siria e lo stesso Kerry ne aveva annunciato il successo. Fino alla settimana scorsa, Trump non si era mai espresso nettamente contro Assad. L’attacco chimico vicino Idlib potrebbe essere stato visto come una presa in giro da parte di Mosca, ma più probabilmente rappresenta un ultimo spiraglio: Assad ha praticamente vinto la guerra e niente potrebbe più delegittimare la sua posizione. Tranne un’infrazione così. Probabilmente, oltre che essere un potente avvertimento da parte di Trump, il lancio è anche il tentativo di riportare in alto l’opinione pubblica del Presidente e degli USA.

Potrebbe essere un punto di svolta decisivo per la politica estera USA, visto che l’attacco arriva in un momento di debolezza della Russia, dopo l’attentato di S.Pietroburgo, e in un momento di vicinanza forzata di Trump con Pechino. Non bisogna dimenticare che è in corso un vertice di due giorni a Washington con Xi Jinping, che potrebbe portare a un sorprendente cambio di rotta: alleanza con la Cina e tensione con la Russia. È chiaro, che la “sparata” di stanotte è un avvertimento anche alla Corea del Nord, tema centrale della due giorni USA-Cina.

Vedremo che ruolo giocherà la Cina questa volta, dopo aver spesso fatto il gioco della Russia con i veti su Assad. Ad ogni modo, questa volta non può essere estranea visto che durante i bombardamenti i due leader stavano cenando insieme.

È probabile che tutto finisca qua dal punto di vista dell’azione. Ma le prossime 48 ore saranno fondamentali per le reazioni e le relazioni di tutto il mondo.

Nella mattinata Mosca ha annunciato la sospensione dell’intesa sulla sicurezza sui voli con Washington, come prima vendetta, ma Putin non si è ancora esposto di persona.

Alle 10:20 il ministro degli esteri turco ha chiesto un colloquio con quello russo, Lavrov. Ankara ha anche dichiarato come sia urgente rimuovere Assad subito: sembra che questo episodio stia rimettendo in discussione l’intesa turco-russa che ultimamente aveva allontanato Erdogan dal conflitto siriano.

Alle 10:45 si è espresso anche il Ministro Alfano, descrivendo l’azione militare come “proporzionata”. Mezz’ora dopo il premier Gentiloni ha ritenuto l’azione “motivata”.

La Russia ha dichiarato che solo 23 missili su 59 sono andati a segno. Damasco accusa 9 civili morti a causa dell’attacco. Sempre un portavoce russo, avrebbe aggiunto che i danni non sono gravi. La non reazione televisiva di Putin ha probabilmente la giustificazione di non voler dare eccessiva attenzione alla faccenda.

Xi Jinping invita a sua volta Trump in Cina: i segnali sembrano coerenti con la “svolta orientale” di Trump verso Pechino.

Arrivati al pomeriggio, la situazione sembra più definita. Sono finite le catene diplomatiche, ora sembra effettivamente chiaro che si trattasse di una risposta quasi concordata, non seguita da nulla. Ma le conseguenze sono state evidenti: in men che non si dica, il fronte anti-Assad è riapparso e si è ricompattato dietro lo scudo di un America tornata attiva. Ora Trump ha il vantaggio di avere la Cina in casa e potrebbe segnare un punto geopolitico decisivo. Quel che sembra purtroppo più probabile è che questa rappresaglia sfoci in una nuova tensione regionale e che allontani nettamente la pace nella zona mediorientale. Gli USA hanno battuto un colpo per ricordare di essere presenti e forse anche che nessun accordo sarà preso senza il loro consenso.

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