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LAND\SLIDE 12 \\ GIACOMO STRELIOTTO

by • 16 agosto 2016 • evidenza, LAND\SLIDE Spazi fotografici, newsComments (0)396

Fotografare un percorso deciso in partenza, anche soltanto una strada specifica, può dirottarci su un’osservazione analitica, indurci a chiarire i confini e le forme di ciò che inquadriamo, relegarci ad una sorta di dovere descrittivo; l’osservazione dei luoghi sarà facilmente una prova di tecnica e stile, un pacchetto incartato con cura ma vuoto, un percorso al contrario. Percorrere in fondo vuol dire scoprire, e si scopre di più stando vaghi, deviando, scordandosi a tratti il percorso di base. Giacomo Streliotto si concede deviazioni, soste, salti in altri ambiti; così raccoglie immagini di spazi quotidiani che vediamo e conosciamo, o che crediamo d’aver visto e conosciuto. Frammenti come incipit di storie, diramazioni possibili da raccontare. Stare vaghi, nel suo caso, non disperde l’intenzione di un progetto ma ne espande la visione; soprattutto ci riporta alle ragioni per le quali ci occupiamo, oppure no, dei nostri luoghi.

 

Giacomo, per iniziare vorrei che parlassi di Urbino: lì hai studiato Fotografia dei Beni Culturali, lì – paradossalmente – la stazione dei treni ha cessato il servizio da oltre trent’anni e lì nasce, appunto, il tuo progetto “Via della stazione”, strada extra moenia che conduce fino al nucleo cittadino. Strada comune a molte città, anche. Su cosa ti sei soffermato in particolare?

Giacomo Streliotto Via della StazioneRicordo che Via della Stazione mi aveva incuriosito già durante i primi mesi del mio trasferimento a Urbino: appena fuori dal centro storico, la strada si snoda in discesa verso la vecchia stazione dei treni attraversando aree abitate, altre in costruzione, altre ancora abbandonate, nonché – dove il dislivello lo concede – piccole zone rurali negli spazi fra la via e la boscaglia collinare. Terminata la discesa c’è una fabbrica di armi, infine la stazione, adibita adesso a bar e ristorante. La strada, lunga un chilometro in tutto, viene usata perlopiù come parcheggio dai pendolari, che raggiungono in navetta il centro storico. Una strada che all’inizio, curiosità a parte, ritenevo di passaggio, quasi accessoria: da qui l’interesse che poi ha portato al progetto, a una sorta di analisi visiva che ho compiuto percorrendo molte volte, senza una meta precisa, Via della Stazione e i suoi dintorni. Soprattutto nei week-end, quando il traffico e l’afflusso di persone sono al minimo. Si tratta di un’osservazione insistente, calma, puntuale e non invasiva. Mi sono soffermato sugli spazi che un qualsiasi pendolare, così come un abitante della zona, vede spesso e quasi sempre di sfuggita, su luoghi che conducono – secondo un loro percorso – a brevi storie di vita o che semplicemente, in quel momento, attiravano la mia attenzione e sembravano rappresentare l’atmosfera di Via della Stazione.

 

Per introdurre “Giro vago” citi un testo di Perec, l’indispensabile “Specie di spazi”; la frase successiva al breve estratto che proponi come indizio del progetto dice: «Bisogna procedere più lentamente, quasi stupidamente»; ristabilire un rapporto con l’ovvio, in altre parole. Tu come procedi, e come ti sei mosso per questo lavoro?

Giacomo Streliotto Giro vagoSì, ristabilire un rapporto con l’ovvio e – citando ancora Perec – «sforzarsi di scrivere cose prive di interesse, quelle più ovvie, più comuni, più scialbe». È quello che ho cercato di fare in “Giro Vago”, che nasce da una ricerca su alcune zone periferiche di Urbino e può essere considerato come una continuazione del lavoro su Via della Stazione. In questo caso ho scelto di percorrere più vie della città e concentrarmi su luoghi con una maggiore presenza di edifici residenziali e industriali. Muovendomi a piedi, come una sorta di esploratore, col desiderio di mappare e riconoscere in un secondo momento dei tratti specifici di luoghi apparentemente banali. La sequenza delle fotografie è il tentativo di presentare un itinerario visivo possibile all’interno di un paesaggio difficilmente definibile, dove prevalgono «l’identico, la ripetizione, l’intercambiabile».

 

Poi c’è un’altra via, una via d’acqua stavolta: con “La Brenta” affronti il fiume e le sue sponde e nel tragitto fotografico si alternano e rifondono più epoche, rappresentate da immagini storiche o storicizzate, materiali museali o d’archivio. Cos’era la Brenta, e cos’è? 

Giacomo Streliotto La BrentaLa Brenta oggi è un sorvegliato speciale da parte di gruppi ambientalisti e comitati cittadini. La giunta regionale di recente ha dato avvio a importanti opere pubbliche per l’acquedottistica della Regione Veneto; altri interventi, tra cui la realizzazione di nuovi pozzi in alveo e la sistemazione di alcuni tratti di argine, sono in fase di verifica e approvazione. Lavori che rimandano a vicende dei primi anni Duemila, quando normali interventi di manutenzione degli argini divennero invece saccheggi di ghiaia, quindi un’ulteriore devastazione dell’ambiente fluviale, già profondamente compromesso dalle escavazioni selvagge susseguitesi dal dopoguerra agli anni Ottanta. Così, per controllare l’operato delle istituzioni regionali e sensibilizzare sul tema della tutela ambientale sia le amministrazioni locali sia l’opinione pubblica, si sono formati i comitati cittadini.

Il mio progetto sul fiume nasce in primo luogo per restituire un’immagine generale del territorio del Brenta, al quale sono particolarmente legato. Pur consapevole dei problemi ambientali che lo affliggono (scarsità d’acqua, inquinamento, solo per citarne un paio) non intendevo produrre una documentazione di denuncia, né catalogare il patrimonio artistico e naturale; nello sviluppo del progetto ho messo in relazione piuttosto il mio modo di guardare e intendere questo paesaggio con le passate esperienze di rappresentazione pittorica, incisoria e fotografica. Contemporaneamente alla ricerca storica e iconografica ho utilizzato la fotografia come mezzo di indagine e riflessione, recuperando da un lato immagini d’archivio, dall’altro documentando il territorio attraversato dal fiume. La sequenza delle immagini è il risultato di una serie di percorsi lungo il Brenta, ma anche di passaggi nei musei, negli archivi e nelle raccolte fotografiche che ne contengono le memorie. Una sequenza liberamente interpretabile dallo spettatore, non rigorosamente organizzata secondo un indice tematico e nemmeno secondo un preciso percorso geografico; una serie di frammenti in verità, collegati da un reticolo di analogie e memorie. Il titolo “La Brenta” riprende la dizione classica con cui – in segno di rispetto e timore – si usava chiamare il fiume. Uno sguardo al passato ma non in senso nostalgico, non per evocare dimensioni e modelli improponibili ormai nella società odierna; un modo, piuttosto, per tentare di individuare nuovi equilibri e rapporti tra l’artificiale e il naturale, tra passato e presente. Per definire di nuovo il paesaggio del Brenta sulla scorta dei secoli precedenti, quando il fiume aveva funzioni specifiche e una sua identità.

 

La fotografia – ammesso che possegga «pregio artistico o storico» – è essa stessa Bene Culturale: come ti rapporti a questa possibilità nell’ambito dei tuoi progetti personali?  

Tornando al lavoro sul Brenta: per la prima volta ho deciso di integrare le mie fotografie con altre immagini, recuperate da archivi pubblici e privati. Mi interessava poter arricchire la sequenza fotografica con informazioni e suggestioni, trovare analogie o elementi di discontinuità tra passato e presente. Le fotografie storiche, a prescindere dagli intenti di chi le produsse, contribuiscono (se analizzare in funzione anche della loro vicenda culturale di medium comunicativo e non soltanto informativo) a fornire uno spaccato insostituibile della società e della cultura di un determinato luogo. Penso sia fondamentale tener conto del valore che una fotografia acquisisce nel corso degli anni, e ritengo importante l’oggetto fotografia in sé, la carta stampata che lo scorrere del tempo usura, piega e strappa.

 

Ricordi una fotografia di paesaggio, con una spiccata connotazione territoriale intendo, a cui per qualche ragione tu sia legato? Potresti descriverla? 

“Palma Veneta” di Stefano Graziani: la fotografia in bianco e nero di una palma, costretta in una piccola aiuola al centro di un parcheggio desolato di una provincia veneta. Sullo sfondo si possono scorgere i segni tipici di questi luoghi, compreso il campanile della chiesa di paese. Il soggetto principale però è la palma, simbolo di un’identità ʽfallace’, come la definisce il critico Carlo Sala. Ci sono migliaia di specie di palme, tutte di provenienza tropicale. La ʽpalma veneta’ è il simbolo di un miraggio nato durante gli anni Ottanta, portatori di un benessere narrato anche attraverso simboli esotici. Nel Veneto di oggi le palme si possono trovare un po’ ovunque: adornano giardini privati, ingressi di centri commerciali, discoteche, parcheggi, …

 

Giovanni Fantasia

 

www.giacomostreliotto.com

 

 

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