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NBA Playoffs: Cavs sul velluto al TD Garden, Golden State annienta San Antonio

by • 18 maggio 2017 • TimeOut NbaComments (0)207

Potrebbero essere già segnate, queste finali di Conference. Le prime gare per ora ci raccontano di sfide a senso unico, con Cavaliers e Warriors (questi ultimi complici gli infortuni degli Spurs) nettamente in controllo nelle prime gare. Ma entrambe le serie sono sono agli inizi e sappiamo che i playoff NBA possono sempre riservare gradite sorprese.

Eastern Conference

Boston Celtics – Cleveland Cavaliers 104 – 117 (0-1)

Nella non facile cavalcata dei Celtics in questi playoff, in molti avevano sottolineato la forza della difesa perimetrale della squadra di coach Stevens, in grado di concedere soltanto 7.8 triple a partita agli avversari, e tenendoli al 31%.
Bisogna però sottolineare che le squadre incontrate nei primi due turni non fossero esattamente nell’élite della Lega per quanto riguarda il tiro pesante: stiamo infatti parlando di Chicago (24-esima per percentuale e 28-esima per numero di triple segnate in regular season), e Washington (14esima e ottava rispettivamente nelle due categorie).
Le preoccupazioni della vigilia pertanto riguardavano principalmente il limitare in qualche modo l’efficacia dei Cavs da oltre l’arco, efficacia che aveva portato morte e distruzione su Pacers e Raptors, sotterrati senza pietà da una pioggia di triple ad ogni partita.

In realtà, Gara 1 ha preso una piega diversissima sin dal primo minuto. Cleveland infatti ha martellato l’area avversaria, prendendosi tantissimi tiri nella restricted area (il 45% dei loro punti è arrivato dal pitturato, contro il 32% di media nei playoff), e facendo la voce grossa a rimbalzo (28 a 14 il computo a metà gara). I Cavs hanno così controllato la partita per tutti i 48 minuti: nel primo quarto, LeBron (15 punti con 8 tiri nei primi minuti) e Thompson (4 rimbalzi offensivi) hanno messo subito in chiaro il leitmotiv della gara, spazzando via gli avversari e dominando fisicamente ogni possesso, mentre Stevens ruotava tutti i giocatori a disposizione per provare a marcare James (Crowder, Horford, Smart, Bradley, Brown), senza riuscire mai a fare nemmeno il solletico al Re.
Nel secondo quarto la difesa dei Cavs ha tenuto ancora i Celtics a soli 20 punti, negando ogni opzione ad Isaiah Thomas (19 punti e 10 assist al termine, ma solo il 27% dal campo nel primo tempo), mentre Bradley e gli altri continuavano a sbagliare troppi tiri aperti.

L’inizio del terzo quarto ha definitivamente chiuso la gara, con i Cavs che hanno toccato il massimo vantaggio (+28) grazie al tiro da tre che, finalmente, soprattutto grazie a Kevin Love (career-high nei playoff per l’ex UCLA, con 32 punti e 6 triple), ha cominciato ad entrare. Nei minuti finali si è però vista una reazione dei Celtics, i quali hanno chiuso il terzo quarto con un parziale di 15-4 che ha risvegliato il TD Garden ma non ha mai davvero rimesso in partita i biancoverdi.

Ottima la preparazione della partita da parte di coach Lue, che potendo contare su un roster molto profondo ed un giocatore così versatile come James (38 punti, 9 rimbalzi e 7 assist), è in grado di fare aggiustamenti tattici e presentare una squadra dal volto diverso ad ogni serie. Per Stevens rimane il grattacapo di come fermare la fisicità debordante degli avversari, e avrà bisogno di mettere più pressione sulla difesa degli avversari (Cleveland ha tirato con un’ottimo 28/35 dalla lunetta, mentre il totale per Boston è uno scarso 10/18), se vorrà avere delle chance di allungare la serie. Gara 2 sa già di partita fondamentale per Boston, che non può permettersi di andare a Cleveland sullo 0-2.

 

Western Conference

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Golden State Warriors – San Antonio Spurs 136 – 100 (2-0)

Uno schiaffone. Non ci sono parole migliori di quelle usate da Gregg Popovich per definire quella che è la peggior sconfitta nei playoff in termini di punti da quando siede sulla panchina dei neroargento, ovvero dal 1996. Senza Kawhi Leonard per il noto problema alla caviglia, gli Spurs già privi di Parker semplicemente non potevano nulla contro una serata del genere degli Warriors perdipiù in casa loro.

I parziali dei primi due quarti (dopo l’intervallo si è giocato quasi solo per inerzia) sono impietosi e rendono bene l’idea del dominio gialloblu: 33-16 il primo, con il solo Steph Curry a segnare quasi come tutta San Antonio (15-16 il risultato Curry vs Spurs) grazie a 4 delle sue 6 triple di serata mandate a segno nella prima frazione. Nel secondo la musica cambia di poco con un 39-28 in cui si raggiungono i 30 punti di distacco, più che sufficienti per far capire a Popovich che la contesa è chiusa: in campo prestissimo e a lungo uomini ai margini della rotazione come Forbes e Dedmon, giusto 5 minuti di impiego totale per i fragili veterani Ginobili e Lee, poco più di un quarto d’ora in campo per Gasol e Danny Green. Oltre al riposo dei giocatori più anziani, l’unica altra nota positiva della serata per i texani è il rendimento di Simmons, i cui 22 punti in 26 minuti confermano il fatto che sia un giocatore su cui poter fare affidamento anche in futuro. Molto diverso il giudizio su Aldridge, che doveva sobbarcarsi l’attacco ma ha fallito senza mezzi termini: 8 punti con 4/11 dal campo senza segnare fino a metà secondo quarto.

Dal lato degli Warriors è inutile dire che ogni cosa sembra funzionare a meraviglia, con il dato dei 39 assist su 50 canestri segnati a parlare da solo per tutti, oltre al già nominato Curry in formato MVP (superato Fisher al sesto posto nella classifica delle triple segnate nei playoff), la solita difesa impenetrabile e un ottimo contributo anche dalla panchina (spiccano i 18 punti con 6/8 dal campo di Patrick McCaw).

Adesso la serie si sposta a San Antonio e per quanto gli Spurs non vadano mai sottovalutati, sembra molto difficile che le finali di Conference possano tornare a giocarsi nella baia di San Francisco per quest’anno

 

Crediti immagini: Facebook, pagine ufficiali NBA, e delle squadre

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