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caro George Latella ph Brunella Giolivo

Nessun uomo è soltanto un’immagine. Caro George alle Passioni di Modena

by • 22 aprile 2017 • QuartaPareteComments (0)400

Antonio Latella CARO_GEORGE_Giovanni Franzoni_ph_Brunella_Giolivo

Antonio Latella Caro George Giovanni Franzoni_ph_Brunella_Giolivo

L’immagine, come una bolla statica, una parentesi quasi vuota, crea una discontinuità, in forma di arresto, nello spazio della metamorfosi. Per noi uomini, condannati e destinati nostro malgrado al mutamento, opporsi a questa inevitabilità si traduce in morte (irrigidirsi, congelarsi, pietrificarsi) o in arte, creazione di un differente spazio di metamorfosi.

Il teatro può accettare interamente la sfida della metamorfosi senza venirne trascinato, verificando insieme allo spettatore la possibilità di arrestarla senza ricadere nell’ombra della morte, alleviandone il flusso, imitandone il senso, ostacolandone la velocità con la grazia di un istante di verità.

E l’arte dell’immagine per eccellenza, la pittura? Un artista come Francis Bacon, erede delle avanguardie (cubismo in primis), cerca di tenere insieme l’istante della rappresentazione e lo scorrere di una sequenza temporale, ricucendo l’immagine e la vita: la vita, con tutti i suoi lati meno edificanti e con tutti quegli aspetti che, per la loro concreta oscenità, si imprimono indelebili nelle orbite della nostra memoria.

Un tuffo verticale nell’opera e nella persona di Bacon è lo spettacolo Caro George, un testo di Federico Bellini interpretato da Giovanni Franzoni e diretto da Antonio Latella: una produzione stabilemobile-compagnia Antonio Latella in scena al Teatro delle Passioni di Modena il 19 e 20 aprile.

Intrecciando il resconto della retrospettiva parigina del pittore Francis Bacon e il suicidio del suo modello, amico e amante George Dyer, Federico Bellini ha creato un testo che, dallo spunto biografico, smaschera ben presto l’urgenza delle questioni da affrontare, ovvero la guerra che due uomini possono ingaggiare battendosi e sbattendosi tra eros, estetica ed etica.

Ma tutto il precedente parlare di metamorfosi e stasi, cosa c’entra con l’amore?

Nella prima parte dello spettacolo, il regista pare assente: non si tratta solo di una piccola vacanza, dovuta alla fiducia verso l’interprete, né di abolizione perpetua della propria presenza, quanto dell’apparente mancanza di uno sguardo dietro (e sopra) quello che sta accadendo. Sembrerebbe (il condizionale prelude a una smentita) un’operazione opposta a quella di alcune regie “forti” o autoreferenziali, dove lo spettacolo è pesantemente condizionato dalla volontà registica di dar vita a un proprio autoritratto servendosi di testo, attori e spettatori. Nella prima lunga sequenza del monologo, ci viene in realtà consegnato un attore-tavolozza, lasciato (condotto?) a mostrarci ogni tinta, texture e combinazione materica di cui è capace: un impasto steso sul disegno ben condotto e ricco di dettagli del racconto, capace di tenere insieme quesiti filosofici e gli impicci di ogni giorno. Un testo, quello di Bellini, che pur cedendo qua e là alle rindondanze della narrazione e alla tentazione di un tono letterario (siamo comunque in ascolto della lettera di un narcisista), ci imprigiona in una doppia, inconciliabile confessione: un esercizio di sincerità avvolto da una patina (tra glamour e schizofrenia) che l’interprete ben utilizza, sottolineando le trappole della retorica o scavalcando le misure del senso in favore del flusso sonoro.

In altri termini, in questa prima parte il regista, aiutato in questo dall’apparente stasi degli altri elementi scenici (le musiche di Franco Visioli e le luci di Simone De Angelis), sembra lasciare (o condurre?) l’attore sul palco in indifesa solitudine, senza circondarlo con quelle invisibili pareti di protezione che lo stesso Bacon tracciava nei suoi quadri intorno al corpo del suo modello prediletto.

L’assenza di una prospettiva classicamente intesa, ossia basata su direttrici di sguardo lungo le quali condurre alcuni (ma non troppi) punti di vista, permette a Caro George una modalità di rappresentazione molto più simile a quella di Bacon, trionfo dell’obliquità e dello spigolo incongruo, dello scorcio impossibile e del volo abissale.

L’apparato iconico del pittore irlandese, con le sue distorsioni anatomiche e le sue slogature spaziali, viene ricordato senza troppa insistenza: un urlo muto e un corpo raccolto e contorto sono una cornice perfetta al contorsionismo tutto verbale di Giovanni Franzoni che lotta compostamente contro la sedia che lo dovrebbe contenere o che circoscrive lo spazio con distratte tracce di vino, prima di affermare con l’imperativo del corpo che nessun uomo è soltanto un’immagine.

Su questa urgenza di umano resta l’ombra della schizofrenia di un mondo irrimediabilmente doppio e contraddittorio, dove solo la morte rende inevitabile e necessario l’attraversamento della superficie, l’abolizione della tela, la spoliazione dell’attore. Solo nel finale, con lo smascheramento di George, l’immagine, s-catenata,  finalmente ci parla. Ma quello che dice non è piacevole per lo spettatore che, dopo una più rassicurante (pur se commossa) morte in terza persona, deve combattere a fianco di un io in agonia, nell’istante dell’ultima metamorfosi concessa e, forse, sprecata: morte come definitiva utopia, corpo come gradino finale della verità.

Si potrebbe rileggere la doppia vicenda narrata dallo spettacolo trasponendo il rapporto Francis-George in quello regista-attore o, allargando lo spettro d’analisi, al rapporto artista-oggetto dell’arte: e dico oggetto non a caso, trovandoci di fronte a persone ridotte a occasioni (ponti, se preferiamo) che l’artista sfrutta per raggungere l’oltre-se-stesso.

Da questa prospettiva, potremmo inanellare una serie di dottissime domande: l’attore è rappresentato o rappresentazione? L’attore (con buona pace dei sindacati di categoria e degli studiosi teatrali) è artista o oggetto dell’arte? e via di seguito.

Ma non dovevamo parlare di amore? Di amore, delicato equilibrio tra rappresentazione di un’immagine e verità del corpo; di amore, rischio di precipitare nell’altro o di restare soli, pur se in due.

In Caro George, come nelle tele di Bacon, si studia e si sperimenta la nuova geometria, tutt’altro che euclidea, di un corpo che incontra un altro corpo; occhi che non sanno più dove si trovano, cosce che cercano un interprete, sessi come nidi, piedi in fuga da una direzione: perché, come ci ricordano Bacon e gli artisti sul palco, l’anatomia è contraddetta ogni giorno dall’amore.

 

Stefano Serri

immagini: Brunella Giolivo per concessione ERT

 

 

 

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