Cosa fa un curatore? Una mostra a New York come caso di studio
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Giugno 2013: è tempo di Biennale d’Arte in quel di Venezia, e da copione collaudatissimo le testate giornalistiche nazionali dedicano le sezioni culturali alla grande kermesse lagunare. Tra i nomi che nelle ultime settimane sono diventati familiari anche al pubblico dei non addetti ai lavori, spicca quello di Massimiliano Gioni, (giovane) curatore della mostra che sta al centro di questa Biennale ovvero “Il Museo Enciclopedico”. Ma cosa fa un curatore? e cosa compete alla sua figura?
Per una definizione nozionistica vi rimando a wikipedia. Per una descrizione più pragmatica di quello che è il ruolo del curatore, farò invece un semplicissimo esempio. L’esempio è il quarto piano della mostra NYC 1993: Experimental Jet Set, Trash and No Star appena conclusasi al New Museum di New York e dedicata all’anno di nostro Signore 1993, anno che secondo i curatori è risultato essere decisivo per il cambio di marcia che ha avuto l’arte a New York in particolare, e nel mondo in ge
nerale, anticipando i movimenti che si sarebbero da quel momento in poi meglio compresi quali l’Estetica Relazionale del teorico Nicolas Bourriaud e la YBA (Young British Artist).
Ho scelto questo caso per almeno due motivi: innanzitutto perchè il New Museum è la “casa” di Massimiliamo Gioni, di cui è Associate Director and Director of Exhibitions, e perché ne è stato, dunque, il curatore; secondariamente perchè una (seppur brevissima) analisi anche di u
n solo piano di NYC 1993 credo possa aiutare i prossimi visitatori della Biennale di Venezia a capire un po’ meglio qual’è il modus operandi del giovane curatore italiano.
Il New Museum di New York ha una peculiarità: l’accesso alle sale avviene direttamente con l’ascensore, e una volta aperte le porte di questo si è immediatamente immersi nella mostra. I curatori in questo senso cercano di enfatizzare il
più possibile l’effetto scenico, e il quarto piano della mostra NYC 1993: Experimental Jet Set, Trash and no Star si allinea perfettamente a questo tipo di attitudine. Ecco come si presenta la sala: una soffice moquette arancione, a coprire tutto il piano; due immense immagini a muro, come carta da parati, in cui due uccelli solitari librano in un cielo in bianco e nero carico di pioggia. A illuminare l’immensa stanza in penombra, una cascata di flebili lampadine; a riempire il silenzio, una struggente e mantrica ballata sussurrata
da voce femminile che recita Sail on Sailor, e che potete trovare qui: https://soundcloud.com/twentyfour/kristin-oppenheim-sail-on
Senza sapere nulla di arte, senza sapere di niente e di nessun artista, è impossibile a chiunque rimanere indifferenti alla malinconia esercitata da questa stanza. L’effetto totalizzante è dato dalla semplice sommatoria di un certo quantitativo di opere che sono state prodotte tra il 1991 e il 1993, e che i curatori hanno sapientemente amalgamato tra
loro. Nello specifico, la moquette è un’opera di Rudolf Stingel, artista italiano (di Merano) che nel 1993 copre di moquette arancione la galleria Daniel Newberg (anche se di lì a poco comincerà una collaborazione lunga vent’anni con Paula Cooper Gallery); le immagini alle pareti e il filo di lampadine sono opere di Felix Gonzales Torres, che al tempo (ma anche oggi) venivano commercialmente trattate da Andrea Rosen a New York e Massimo de Carlo a Milano; la canzone Sail on Sailor è invece opera di Kristin Oppenheim (303 Gallery). Si tratta di opere che vent’anni fa non avevano necessariamente la valenza e il significato che i curatori hanno voluto sottolineare, oggi, in questa mostra; nei
contesti freddi e impersonali delle bianche gallerie di Chelsea queste opere rivelavano maggiormente le volontà teorico/estetiche dei rispettivi artisti: basti pensare che spesso le opere stesse venivano studiate per la specifica mise en scène in galleria, oppure avevano una modalità presentazione estremamente diversa da quella che poi è risultata essere nella mostra (vedi foto allegate).
Con l’occhio rivolto verso il passato a studiare quello che è stata la storia degli ultimi vent’anni d’arte contemporanea, Gioni & Co. hanno avuto la capacità di far emergere queste opere d’arte dando loro una valenza diversa, mostrando la tragicità del periodo storico in cui furono prodotte: la piaga dell’AIDS, tema centrale di quasi tutta l’opera di Felix Gonzales Torres (che morì nel 1995 di questo terribile male) unitamente alla straordinaria vitalità del lutto perenne che si viveva in quegli anni, si trasforma in un memento mori a cavallo del millennio che concilia la riflessione sul passare del tempo.
Pieralvise Garetti
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MIAMI NON SI ARRENDE: E’ GARA 7!
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San Antonio Spurs @Miami Heat 100-103 dts (serie 3-3)
Eccoci arrivati a gara 6 delle finali NBA, l’occasione per i San Antonio Spurs di vincere il loro quinto titolo NBA mentre Miami è costretta a vincere per allungare la serie a gara 7.
Le due squadre iniziano molto forte il match e dopo 3’ un Leonard da 5 punti in fila porta in vantaggio gli Spurs 12-10. Duncan fa capire subito ai lunghi di Miami che per loro sarà una lunga serata, mentre ancora Leonard posterizza Miller per il 18-16 dopo metà frazione. Si fa vedere anche LeBron con una tripla, dopodiché serve l’assist per la tripla di tabella di Shane Battier che pareggia a quota 24 con 1’40’’ da giocare. Nuovo vantaggio Miami che chiude il primo quarto 27-25, nonostante i 12 punti di Duncan, 10 per Chalmers dall’altra sponda.
Battier apre le danze con una tripla dall’angolo, pronta risposta di Green con la sua unica bomba della partita. Wade alza i giri del
motore e porta avanti di 6 Miami, Parker riaccorcia in penetrazione con 9’ sul cronometro. Ancora Wade colpisce e risposta da 3 di Gary Neal, 36-33 Heat. Ancora un tentativo di allungo Heat fino al +7, ma Duncan riporta i suoi sotto di 1 con metà quarto da giocare. Il caraibico è infermabile, firma prima la parità poi il vantaggio a meno di 2’, mentre un tap in di Leonard chiude il primo tempo 50-44 Spurs, figlio del parziale 11-0 negli ultimi 4’.
Duncan un dominatore con 25 punti e 8 rimba, con 11/13 al tiro, mentre gli Heat vivono di tiro da fuori, problemi per LeBron (3/9).
La terza frazione si apre con i primi tre punti di Ginobili, Chalmers risponde dall’altra parte. Calano le percentuali da entrambe le parti, Wade dalla media riporta Miami a -3, seguito dalla penetrazione di Miller per il -1. Pronta risposta Spurs che si riportano in un amen sul +6 con Leonard e poco dopo toccano il +13 con Parker e Duncan. Wade e Battier provano a riavvicinarsi ma Parker segna ancora e il quarto si chiude 75-65 per
gli ospiti.
Comincia l’ultimo periodo, la tensione, anche sugli spalti, è papabile ma Chalmers non si spaventa e colpisce subito da 3. Miami approfitta dal riposo concesso a Duncan e Parker riavvicinandosi 73-77 con la tripla (scalzo!!) di Miller. LeBron torna l’alieno che è sempre stato e si carica la squadra sulle spalle, accorciando prima e pareggiando a quota 82, con Allen che firma il nuovo vantaggio Heat a metà frazione, chiudendo un super parziale di 21-7. Si entra così negli ultimi 3’ della partita con gli Heat in vantaggio di tre lunghezza, Ginobili si risveglia dal coma e firma il -1, subito annullato da due liberi di Wade. Gli Spurs si affidano quindi a Tony Parker, il play francese prima pareggia con una tripla veramente ignorante poi in entrata segna il +2 a 58’’ dalla sirena. La risposta è affidata a LeBron, che però perde palla e Ginobili viene mandato in lunetta, 2/2 e +4. Ancora palla a LeBron e ancora una palla persa, Ginobili però fa solo 1/2, il punteggio recita 94-89 Spurs con 28’’. James prova a redimersi segnando la tripla del -2, Leonard viene mandato in lunetta ma segna solo il secondo, +3 e palla in mano Miami. Qui succede una delle cose più rare mai viste in NBA, cioè un errore di Popovich. Sull’ultimo tiro Pop decide di non fare fallo e la punizione divina arriva con la tripla di Ray Allen a 5’’ dalla sirena, Parker prova il tiro della vittoria ma non va ed è OVERTIME!
Le due squadre arrivano all’OT un po’ in debito di ossigeno, il più fresco sembra Leonard che segna 4 punti in fila, risposta di Bosh per il -2. Allen e James con le ultime forze portano in vantaggio Miami 101-100 a 1’40’’. Nei successivi tre attacchi è il festival delle palle perse e nessuno trova il fondo della retina, l’ultimo attacco Spurs è l’ottava palla persa di Ginobili, la palla finisce tra le mani di Allen che con 2’’ sul cronometro non trema dalla lunetta e segna il 103-100. C’è ancora tempo per l’ultimo tiro, la palla finisce all’eroe Danny Green per la tripla dall’angolo, ma Bosh è bravissimo a chiudere stoppando il tiro del possibile pareggio e Miami può esultare.
Partita dal sapore molto amaro per gli Spurs, ben consci di avere buttato via un’ottima occasione per chiudere la serie e vincere il titolo. Un Tim Duncan monumentale non è bastato, brutte prestazioni per Parker (6/23), Ginobili (9 punti e 8 perse) e Danny Green (1/5 da 3). Miami invece è riuscita a non sciogliersi come neve al sole, nell’ultima frazione LeBron è tornato se stesso e ha potuto contare sul contributo dall’arco di Battier (3/4) e Chalmers (4/5).
Ora tutti ad aspettare una gara 7 che si preannuncia scoppiettante, l’appuntamento è per giovedì notte alle 3.00 AM.
Miami: James 32+10+11, Chalmers 20, Wade 14, Bosh 10+11.
San Antonio: Duncan 30+17 (13/21), Leonard 22 (9/14), Parker 19+8.
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Federico Benassi
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3 A 2 SPURS: ORA DOPPIO MATCH POINT PER SAN ANTONIO.
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Miami Heat – San Antonio Spurs 114-104 (serie 2-3)
Eccoci giunti ad una fondamentale gara 5 di queste combattute finali NBA. L’hanno spuntata gli Spurs, in una partita da vincere a tutti i costi per non tornare a Miami e dover vincere entrambi i match rimanenti. Heat invece che per l’ennesima volta non riescono a vincere due partite di fila, ora davanti al loro pubblico non potranno più sbagliare.
Spurs che hanno finalmente una buona prova da Manu Ginobili (24+10), mandano tutto il quintetto titolare in doppia cifra (solo 7 punti dalla panchina), tirano con il 60% dal campo e difendono con aggressività ma con ordine, bloccando LeBron James ad un modesto 8/22 dal campo. Fondamentale il parziale di 19-1 nel terzo quarto e i canestri pesanti ad ogni tentativo di rimonta. Miami invece non ha ancora trovato risposta all’enigma Danny Green
(battuto il record di Ray Allen, 24 triple in una serie per il titolo) ma ha avuto buone prestazioni da Dwayne Wade e Allen.
Cambio in entrambi i quintetti, Popovich inserisce Ginobili al posto di Splitter, Spoelstra risponde con Mike Miller per il capitano Haslem. La scelta di Pop è quella che paga meglio, Ginobili parte subito con una tripla, segna 7 dei primi 15 punti Spurs e smazza 3 assist, portando subito davanti San Antonio. Wade continua il suo buon momento riportando sotto Miami, fino alla tripla del 17 pari di LeBron. Qui parte un parziale di 12-0 Spurs chiuso da Leonard, che conclude il quarto con una tripla dall’angolo per il 32-19.
La seconda frazione si apre con una tripla di Battier ma subito Splitter risponde. Gli speroni cambiano marcia, Leonard e tre triple di Danny Green fanno segnare 45-28
dopo 5’. Gli Heat sono sull’orlo del baratro, ma hanno un’improvvisa reazione trascinati da Wade e James ed il gioco da 4 punti di Allen scrive 40-47 con 5’ all’intervallo lungo. Penetrazione di James e -5 ma Duncan blocca il parziale, ridando fiducia ai suoi che allungano di nuovo. Battier da 3 porta a -7 ma Parker sulla sirena fissa il punteggio sul 61-52. Il quintetto Spurs è già tutto in doppia cifra, tirano con il 62% contro il 44% di Miami.
Il prescelto prova a cambiare il ritmo nella ripresa ma gli Spurs resistono e rispondo colpo su colpo con Parker e l’ennesima tripla di Green, mantenendo il distacco fino a 4’ dalla sirena. Wade riprende confidenza con il suo jumper e gli Heat si riportano ad un solo punto di distacco, anche a causa dell’aumentare delle palle perse di San Antonio. Nessuna paura per gli Spurs però, una tripla da distanza siderale di Green e Ginobili riportano a +9 con ancora 2’ da giocare. Manu è scatenato e il cesto sulla sirena del terzo quarto è suo, per il 75-87 neroargento.
Nell’ultimo periodo gli Spurs cercano il colpo del KO e in 2’ si portano sul 92-75, arrivando anche al +20. Il secondo gioco da 4 punti della giornata di Ray Allen prova a dare la scossa a Miami. Ancora Allen da 3 prova a riavvicinare le due squadre ma un Ginobili on fire tiene a +15 a metà quarto. Allen si prende completamente sulle spalle gli Heat, segna la tripla del -11 poi Wade fa segnare -8 con
1’30” alla fine. Ma San Antonio non si fa spaventare, prima Parker in penetrazione e poi la sesta bomba di Green fanno esplodere l’AT&T center, chiudendo la partita.
Ora si torna a Miami per gli ultimi due match, entrambi match point per San Antonio mentre Miami è con le spalle al muro, obbligata a vincere. Gara 6 si giocherà alle 03.00 am, diretta su Sky Sport 2.
San Antonio: Parker 26+5 (10/13, 0/1), Ginobili 24+10 (7/10, 1/4), Green 24 (2/5, 6/10), Duncan 17+12, Leonard 16+8.
Miami: James 25+6+8 (6/18, 2/4), Wade 25+10 (10/22), Allen 21 (3/6, 4/4), Bosh 16 (7/11).
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Federico Benassi
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U2: The Joshua Tree (1987)
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Una nuova rubrica che guarda al passato, per capire da dove veniamo, attraverso alcuni dischi fondamentali, o dischi che in un qualche modo ispirano le nostre emozioni… Andare alla scoperta di personaggi e dischi, per fare riemergere ricordi ormai andati, epoche a cui siamo legati, anni della nostra giovinezza, periodi particolari di cui abbiamo sentito parlare. Per i piu’ giovani sarà un motivo in piu’ per vedere dove si è formata la moderna scena musicale. Non sarà un documentario o una storia cronologica, ma un viaggio attraverso la musica, in tempi neanche troppo lontani, che mese per mese affronteremo insieme: benvenuti a bordo!
“The Joshua Tree made U2 into international rock stars and established both a standard they would always have to live up to and an image they would forever try to live down.”
BILL FLANAGAN (giornalista e brillante critico musicale, che seguì gli U2 fin dai loro esordi)
Paul Hewson, meglio conosciuto come “Bono Vox”, alla voce, Dave Evans “The Edge” chitarra, Adam Clayton al basso e Larry Mullen Jr alla batteria: questa è la formazione originale, che verrà mantenuta per l’intera carriera della band irlandese.
I primi lavori si avvicinavano ai suoni new wave, alcuni singoli vengono prodotti proprio da Martin Hannett, poi sono arrivati gli anni della protesta di “Sunday Bloody Sunday” e degli slogan gridati, come in “Pride (in the name of love)”, fino a che nel marzo del 1987 esce per la Island Records “The Joshua Tree”, 5° album di studio, disco dall’immediato successo commerciale e acclamazione planetaria.
Alla produzione la prestigiosa accoppiata Daniel Lanois e Brian Eno, come per il
precedente “The Unforgettable Fire” del 1984.
Anche se interamente registrato a Dublino, è l’album della svolta americana, gli U2 sono affascinati dal country e dal blues e influenzati dai grandi autori come Dylan, Hendrix, Patti Smith.
Undici canzoni per un disco che inizialmente doveva chiamarsi “Two Americas” o “Desert Songs”, poi grazie anche ai glaciali scatti in bianco e nero di Anton Corbijn nel deserto americano, che notò questa strana pianta, la scelta di Bono fu per “The Joshua Tree”.
L’apertura è di quelle che lasciano il segno indelebile per un’epoca, “Where the Streets Have No Name” dopo la lunga introduzione, con l’organo ben programmato da Eno che lentamente si dissolve, vede irrompere nella melodia la chitarra di The Edge, accompagnato dal basso pulsante di Clayton: celebre anche il video girato su di un edificio di Los Angeles, che paralizzò un intero quartiere.
Nella successiva “I still Haven’t Found What I’m Looking For” The Edge sfrutta l’effetto di “infinite guitar” (che permette all’artista di prolungare a piacimento la durata di un suono)e la voce di Bono ci presenta una ballata trascinante, riproposta dal vivo in versione gospel.
Avevo 15 anni quando uscì questo disco, erano gli anni delle scuole superiori, degli amori estivi, dei tornei di calcio di paese, delle scorribande in moto: gli anni 80 passavano anche dalle note di un juke box e proprio dalla saletta dei video giochi udii quella lenta e avvolgente cascata musicale che era “With or Without You” , sembrava che ci fosse solo Bono Vox,
illuminato da un fascio di luce di un immaginario palcoscenico. Canzone indimenticabile, non si trovano altri aggettivi.
Il cielo degli U2 è anche quello di “Bullet the Blue Sky”, l’orizzonte è disegnato dalle parole di Bono , la scarica elettrica di un fulmine è quella della chitarra di The Edge.
Toni sofferti per “Running to Stand Still”, che parte su una base di chitarra acustica, prosegue quasi sussurrata nel cantato di Bono e sfuma su “Red Hill Mining Town” in cui si parla delle problematiche sociali e delle difficoltà lavorative in cui versavano i minatori in quel periodo. Ne viene estratto anche un video di Neil Jordan (celebre regista irlandese de “La moglie del soldato”) inedito fino alla pubblicazione nel box set del ventennale dell’album.
Dura poco meno di tre minuti la cavalcata di “In Gods Country” e i riff decisi di chitarra ci riportano nelle atmosfere migliori del disco, fino ad arrivare ai rintocchi blues ben evidenti di “Trip Through Your Wires” registrata con tecnica pseudo live. L’armonica a bocca è suonata dallo stesso Bono, per fondere il blues con il rock degli anni 80.
Il disco è dedicato alla memoria dello sc
omparso “Greg Carroll”, come anche il brano “One Tree Hill”.
E’ piantato un solo albero sulla collina di Auckland dove viene sepolto il giovane Maori, roadie della band irlandese e amico di Bono, gli U2 raggiungono davvero un intenso momento di poesia e passione in questo grande pezzo, quasi a cercare di colmare il vuoto lasciato dalla sua scomparsa.
Brividi.
Anche se l’ultimo brano è “Mother of Disappears”, l’ideale conclusione del disco passa per “Exit”, angosciosa fino al travolgente e oscuro finale.
Una particolarità di questo disco è che ci sono molti altri brani usciti come b-side, che però avrebbero fatto la fortuna di una qualsiasi altra formazione “normale”. Ce ne sarebbero da pubblicare un doppio album, operazione però vista sempre con un certo rischio da parte dell’etichetta discografica anche
per una band come gli U2. Ed è in questo modo che “Spanish Eyes” o “The Sweetest Thing” tanto per citarne alcuni, vengono successivamente recuperati con un bonus disc in una deluxe edition del 2007 , con l’aggiunta di DVD, booklet di 56 pagine e 5 cartoline con le artistiche stampe in bianco e nero di Anton Corbijn.
Il 27 aprile 1987 gli U2 finiscono sulla copertina dell’autorevole rivista americana TIME, la scritta fiammeggiante sovrasta il titolo “Rock’s Hottest Ticket”, onorificenza ottenuta dai “Beatles” e da ben poche altre band.
Sempre nello stesso mese inizia l’imponente “The Joshua Tree Tour” , che vedrà il gruppo impegnato per oltre 100 concerti in America ed Europa.
In
particolare la loro esperienza live italiana passò per tre date: una a Roma (27 maggio, stadio Flaminio) e altre due a Modena (29-30 maggio, stadio Braglia).
Qualcuno a Modena in quelle date c’era, la testimonianza di un amico e speaker di Radio Antenna 1, Alessandro Corbelli, racconta di un’ irrefrenabile aspettativa per questo spettacolo… Le band di supporto erano nell’ordine: Lone Justice, Big Audio Dynamite dell’ex Clash Mick Jones e i Pretenders di Chrissie Hynde. La giornata era splendida e la cornice dello stadio Braglia era quella dei grandi eventi. Dura fu l’attesa sul prato, ma alle prime note della magnifica “Where The Streets Have No Name” la stanchezza lasciò spazio all’entusiasmo.
Indefinibili emozioni per un grande disco dei ricordi.
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U2
THE JOSHUA TREE (1987)
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Vittorio Ferrari
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I Big di Miami ritornano Three: è 2-2.
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Miami Heat – San Antonio Spurs 109-93 serie 2-2
Gara-4 all’At&T Center di San Antonio. Dopo essere stati sommersi da una grandinata di triple in gara-3, la reazione degli Heat è obbligata. Lasciarsi sfuggire la partita significherebbe quasi sicuramente lasciarsi sfuggire la serie e il titolo. Lebron stesso in conferenza stampa dopo la prima partita texana aveva promesso che si sarebbero riscattati. King James è uno che mantiene le promesse, andiamo a riepilogare questa emozionante partita.
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Inizio firmato Spurs, che ci tengono a far sapere al mondo che da tre sono capaci: tre triple (Green, Neal, Leonard) unite a 6 punti di Parker costringono Spoelstra a chiamare il timeout sul 5-15 e 7′ da giocare. La scelta del coach di Miami è stata di partire con Mike Miller titolare, e questo lo ha penalizzato difensivamente nelle prime battute. L’aria che tira è diversa da quella di gara-3 e lo si avverte principalmente vedendo entrare i tiri di Bosh che spesso sono in ritmo e contribuiscono a far salire la fiducia generale. Il pareggio arriva sui due punti di Allen, il sorpasso su quelli di James (25-23). La risposta di Parker e Ginobili è immediata, sanno bene che concedere spazio agli Heat si rivelerebbe letale. La prima sirena suona sul 29-26, Lebron e Parker sono a 11 punti, Wade a 10.
Nella seconda frazione Miami approfitta di un po’ di confusione fra le linee avversarie, in campo ci sono Splitter e Bonner che difensivamente non sono Duncan. Il distacco si porta sul 35-28, quando arriva puntuale il timeout di Popovich. Il caraibico rientra e prova a sistemare le cose, ma è soprattutto grazie a Diaw che gli Spurs rimangono a contatto (finale di quarto alla “vive la France” con 7 punti di Diaw e 4 di Parker in due minuti e mezzo).
Il terzo periodo inizia sul 49 pari e si rivela il braccio di ferro decisivo fra le due pretendenti al titolo. A James e Bosh rispondono Leonard e Diaw. Wade riesce nella giocata da tre punti con un layup pescato direttamente dal 2006. Ancora Leonard e poi Duncan rivedono il vantaggio Spurs, ma subito arriva il pareggio di Wade seguito da James. Miller riesce in una stoppata su Leonard e il contropiede di Lebron vale il +6. Ancora: Leonard riesce a limare fino al -3 ma 4 punti di Bosh e la seconda tripla consecutiva di Chalmers allungano sul +8. Sul finale riprende lo show dei tre punti di Neal e Green, ma James e Wade chiudono sull’81-76.
Apertura di ultimo quarto con Allen da tre, Neal si sente chiamato in causa e dal palleggio segna in faccia a Lebron da 11 metri (prima o poi dovrà spiegare al mondo in che modo può venirgli in mente di tirare in quella situazione). Le speranze di San Antonio si spengono quando Wade mettte 8 punti in due minuti e i lunghi texani non riescono ad arginarlo. Bosh e ancora Wade portano il distacco sul +15, quando Popovich cambia i suoi titolari, riconoscendo la sconfitta. Spoelstra tiene in campo i suoi fino alla fine, per farli godere di quello che sono riusciti a creare. L’ultimo canestro è da tre punti ed è di James, che scrive 33+11 rimbalzi sul suo tabellino e 109-93 su quello della partita.
Finalmente i Big Three sono tornati degni di questo nome. Insieme hanno totalizzato 85 punti, che sono veramente tanti se confrontati con i 93 degli avversari. In particolare la carica è stata suonata più volte da Wade, che non si è tirato mai indietro e per la prima volta da un bel po’ di tempo ha giocato l’intera partita da superstar (32 punti, 6 rimbalzi, 4 assist). I problemi al ginocchio si sono palesati solo nel terzo quarto, quando ha chiamato un timeout per mettersi a posto la fasciatura. La guardia è stata superata in punti solo da Lebron, e solo grazie all’ultimo tiro. “Ho giocato fino a quando il lavoro non è stato svolto. E’ così che dovrà andare anche il resto della serie”, questa la dichiarazione del ragazzo da Akron, OH, che stanotte ha superato Hakeem Olajuwon piazzandosi decimo nella classifica dei miglior punteggi di sempre ai playoff.
Le 19 palle perse di San Antonio hanno portato a 23 punti di Miami. Ovviamente Popovich lo ha notato e rimarcato: “Quando James, Wade e Bosh segnano in quel modo e tirano in quel modo si fa dura, specialmente se li si aiuta con 20 punti da palle perse. Quando giocano così bisogna fare ancora di più la partita perfetta”. Tony Parker ha dovuto fare i conti con uno stiramento al bicipite femorale. Questo non gli ha impedito di segnare 15 punti, ma lo ha limitato sia psicologicamente che nel minutaggio. Queste le sue parole a riguardo: “Nel secondo tempo ho faticato un po’. Alla fine sono contento che non sia andata male. Era questo l’obiettivo, non peggiorare la situazione perchè [Popovich] non era contento che volessi giocare e rischiare un po”.
Ora l’ultimo appuntamento in Texas, prima di riportare la serie a Miami. Inutile dire quanto sia importante gara-5, che sbilancerà definitivamente questa serie dove le due squadre hanno dominato a turno una partita a testa.
Nicolò Bonettini
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