Charley

Charley

Vanita: decisamente il mio peccato preferito.

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Charley/Maurizio CattelanCharley non è indifferente a quello che sta avvenendo in questi ultimi mesi nella politica italiana. La scorsa settimana abbiamo tutti noi assistito all’apice di un drammatico e imprevedibile crescendo, che ha portato alla divisione all’interno del maggiore partito del centro sinistra italiano; né più né meno di quanto è accaduto, con modalità senz’altro differenti, ma con risultati ugualmente drammatici, nel 2010, al maggiore partito di centrodestra. Questi due accadimenti non hanno solo dimostrato che bipartitismo non è bipolarismo, ma soprattutto che unirsi forzosamente costa la propria identità, la propria storia: quella di ognuno di noi. Inoltre, non è detto che ripaghi necessariamente; ancor peggio, educa ognuno di noi a pensare che qualsiasi ulteriore compromesso sia inaccettabile, impensabile, impossibile, a costo della propria morte, e ciò proprio perché compromesso è già lo status originario in cui ognuno di noi, perso senza la sua identità, e la sua storia, vive.

Nulla di nuovo sotto il cielo di Roma: è il ripetersi incessante del medesimo accadimento, che la storia ci ha insegnato, che l’arte ha immortalato, e che l’uomo nonostante tutto perpetra ancora, perché in fin dei conti siamo ANCHE fatti così.

Duemila anni fa, a Roma, accadeva lo stesso. Qualcuno, cinquecento anni fa, ce lo ha ricordato. Oggi, è tutto in un link.

http://www.youtube.com/watch?v=dF1MZP1Z2OY

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Pieralvise Garetti

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Umberto Pizzi - Silvana Pampanini alle prese con una fetta di crudo

Dalla Dolce Vita ai Cafonal: tentativo di sdoganamento artistico dei paparazzi e del fotogiornalismo italiano attraverso la Pictures Generation.

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A poche settimane dalla scomparsa del fotografo italiano Gabriele Basilico, noto internazionalmente per i suoi austeri dossier sull’architettura moderna e sull’urbanistica in generale, Charley va contro corrente e racconta un’altra storia, ovvero quella dei fotografi meno celebrati dall’Intelligencija italiota, ma tanto cari al vasto pubblico italiano: i paparazzi.

Il mio azzardo è il seguente: il paparazzo anni 60, emblema del fotografo pop, è l’ignaro anticipatore della Pictures Generation che alla fine degli anni 70 celebrò, questa volta con coscienza, la fine della fotografia moderna. Il risultato di questa rivoluzione concettuale è doppio: un diverso approccio passivo nella fruizione della fotografia da parte del pubblico, e un diverso approccio, attivo, dei vip o dei presunti tali nel presentarsi davanti all’obiettivo fotografico. Ne deriva il passaggio dalla naturale genuinità della Dolce Vita alla naturale costruzione artificiosa dei Cafonal.

Andiamo con ordine: nei primi anni 80, mentre Gabriele Basilico si fa notare per i suoi reportage sulle zone industriali milanesi, negli Stati Uniti imperversa una nuova corrente artistica che lavora sull’immagine fotografica in modo totalmente non convenzionale. Stilisticamente si direbbe che questi artisti hanno poco in comune, ma questo perché lo stile non è il punto focale della loro azione: c’è chi fa foto di altre foto (Sherrie Levine), chi si auto fotografa perennemente attribuendo al proprio corpo stereotipi diversi (Cindy Sherman), chi le foto le ruba apertamente (Richard Prince). Nel 1977 la mostra Pictures all’Artist’s Space di New York (da qui il nome Pictures Generation) celebra al grande pubblico americano questi nuovi artisti che manipolano la fotografia lavorando concettualmente sul valore stesso del supporto, dell’immagine, del concetto di vero e reale automaticamente attribuito ad esso, e della finzione che ne può derivare.

Vent’anni prima, i paparazzi a Roma fotografavano gli anni 60, la Dolce Vita e le sue feste, gli amori, gli scandali. Quel pruriginoso desiderio di massa di conoscere in ogni sua sfaccettatura la vita dei divi del cinema e della televisione impose un cambio perentorio nella divulgazione dell’informazione a mezzo stampa. Già Andy Wharol capì questo concetto, sui cui impostò praticamente tutta la sua carriera: l’idea, ovvero, che la popolazione americana (ma anche italiana) non desiderasse altro che un bombardamento costante, multicolorato, superficiale, di immagini dei propri miti. A quel tempo però, su tutto si poteva dubitare, ma non che non una fotografia non fosse vera, che Marilyn non fosse Marilyn.

Sono passati 26 anni dalla mostra Pictures, e da allora la crisi del supporto fotografico unanimemente inteso è chiara e conclamata. La crisi è da ritenersi sia tecnica che di contenuto. Per intenderci sul punto di vista tecnico, basterà dire una parola: photoshop; oggi la finzione è diventata strumento imprescindibile nella lavorazione di una fotografia, e la digitalizzazione delle informazioni ne è stato il propulsore. Nessun moralismo, ma una foto di David Lachapelle o Jeff Wall non è una foto di Luigi Ghirri.

Il punto su cui vorrei focalizzarmi è però il secondo, ovvero crisi di contenuto. La domanda è la seguente: può la finzione nella fotografia nascere non solo dentro la fotografia (photoshop) ma anche di fronte all’obiettivo fotografico, ovvero nei comportamenti, nei gesti, nelle pose, dei fotografati?

La risposta è negli scatti di Umberto Pizzi, uno degli storici paparazzi della Roma felliniana, ma anche della più recente Roma Cafonal: con le sue fotografie ha immortalato due stagioni straordinarie nel loro essere specchio di un particolare periodo storico. Da una parte il boom dell’Italia anni 60, una Italia che solo recentissimamente aveva imparato a godere della vita e a divertirsi: sono scatti teneri e goliardici, immortalati in un bianco e nero sobrio ed elegante, che raccontano un tempo che non c’è più. Ho scelto alcune foto, tra le quali Jackie Kennedy seduta con il figlio sugli scalini di un celebre calzolaio di Anacapri; un Walter Chiari più che mai guascone alle prese con donne (lei pare divertita) e motori; un imprevedibile scatto del Baudo nazionale marpionissimo in compagnia di una splendida Ilona Staller; sono tutte foto che dicono e non dicono, che nella loro apparente sobrietà lasciano intendere sempre qualcosa in più, e che allora senz’altro scatenavano le fantasie dei lettori e delle lettrici di riviste rosa.

Dall’altra parte, Umberto Pizzi è stato testimone anche di una seconda fase: quella della decadenza del gusto italiano, la fine di un certo modo di porsi davanti all’obiettivo e il tramonto di un certo modo di saper stare al mondo. È il cafonal. Pizzi ritiene che la foto al sedere di Francesca Thyssen, in una serata di gala a Venezia nel 1991, sia l’inizio della fine. Dopo questo, assistiamo ad una Italia cialtrona, senza idee né contenuti, neppure quando si tratta di divertirsi. Spesso non si tratta nemmeno di foto rubate, ma del sacrosanto desiderio di un certo tipo di società di presentarsi e promuoversi in un certo modo (vedi la foto a Michela Romanini). La celebre foto di Silvana Pampanini che se magna la fettazza de crudo è l’emblema di chi, ben cosciente di essere fotografato, si mostra forte dell’artificiosità del suo gesto (non credo che Silvana Pampanini seduta a tavola a casa sua si metta a mangiare il prosciutto in quel modo); ma è così che si finisce su Novella 2000.

Ritengo le foto delle magnate colossali dei vip e pseudo vip a la Silvana Pampanini un capolavoro buzzicone senza precedenti, e Umberto Pizzi il più grande fotografo italiano dopo la rivoluzione della Pictures Generation: Cindy Sherman costruiva con la macchina fotografica momenti di società tipicizzata; Umberto Pizzi ha fotografato una società più vera del vero, naturalmente, automaticamente, tipicizzata nei sui clichè.

 

Pieralvise Garetti

 

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Giorgio De Chirico ad ARTE FIERA

DUE FIERE A CONFRONTO: ARTE FIERA VS FLASH ART. CHI VINCE E’ LA PITTURA.

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Il 2013 nel mondo del mercato dell’arte italiana inizia con due importanti kermesse fieristiche: una storica, l’altra alla primissima edizione. Una è saldamente ancora nel novecento; l’altra, guarda alle giovani gallerie milanesi; una è il simbolo della FIERA D’ARTE nella sua grandeur (e nei suoi costi proibitivi); l’altra è il frutto della frustrazione di tanti addetti ai lavori (galleristi, giornalisti, etc) stanchi dei costi eccessivi delle strutture fieristiche e dei mancati introiti che annualmente ne derivano: l’obiettivo che se ne deduce è una fiera a basso costo e la volontà di vendere tanto a prezzi ragionevoli. Una è Arte Fiera, la fiera di Bologna, punto di riferimento (sempre meno decisivo) dell’arte contemporanea italiana; l’altra e la nuovissima fiera di Milano organizzata dalla storica rivista d’arte Flash Art.

Ci sono tutti gli ingredienti per una storia avvincente, quasi un David vs Golia: temporalmente quasi simultanee (la fiera di Flash Art ha aperto i battenti due settimane dopo la chiusura di Arte Fiera), e in antitesi quasi naturale l’una con l’altra. Partiamo da Arte Fiera.

Arte Fiera ogni anno di più assiste al suo declino: con meno 90 stand rispetto all’anno precedente, si struttura oramai sulle consolidate gallerie che propongono l’arte moderna del padiglione 26 (Tornabuoni, Mazzoleni, Tega, etc) alle più contemporanee gallerie del padiglione 25 (Federico Luger, Mario Mazzoli, per dire le poche giovani davvero interessanti). Si contano sulle dita di una mano le gallerie straniere. Nel complesso, tanta monotonia: i soliti (per chi se li può permettere) Fontana e De Chirico, un proliferare insopportabile di Boetti, tante opere firmate Accardi: per dirla brevemente, tutto quello che potete immaginare di storicamente (ed economicamente) rilevante dagli anni 40 ai 70. Segno questo di un mercato “facile” che punta alle tendenze storicistiche per portare a casa qualche venduto: perché quando hai un Fontana, un De Chirico, un Burri, un cliente lo trovi sempre, e ancora di più oggi, se sei un gallerista di buon senso e trovi un punto di incontro in termini di prezzo. E le gallerie giovani? Le gallerie giovani stanno a guardare: poche vendite nelle fasce più basse (tra i 3000 e i 10000 euro), segno che chi ha le possibilità economiche ritiene più opportuno puntare sui grandi artisti storicizzati e non su giovani promesse. Dimenticavo, da Tornabuoni c’era un Picasso da 3.000.000 di Euro.

A Milano, invece, si è vista tutta un’altra storia. Innanzitutto, menzione speciale per il delizioso Palazzetto del Ghiaccio (location dell’evento) che tanto mi ha ricordato lo stile Art Nouveau del Grand Palais di Parigi. Entrata gratuita (invece dei 20 euro bolognesi), guardaroba gratuito (a Bologna 5 euro): piccole cose che al giorno d’oggi fanno felici. Come dicevo in precedenza, la fiera è forse un po’ troppo milanocentrica (a parte Minini da Brescia, Continua da San Geminiano, e pochi altri…) ma senz’altro più godibile, anche per la moltitudine di solo show mostrati negli stand (a differenza del caos visivo di Bologna). Molte gallerie giovani, prezzi contenuti senza mancare di qualità (qualità senz’altro superiore rispetto alla sezione giovane bolognese). Si impone su tutte lo strepitoso stand di Continua, e il curatorialmente impeccabile angolo di Studio Invernizzi. Ma chi esce davvero vincitrice dalla Fiera di Flash Art è la pittura. Tanta, forse non sempre bellissima, ma fresca e giovane! Laddove Arte Fiera mostra la pittura novecentesca in antitesi alle “sperimentazioni” (davvero troppo spesso di dubbio gusto) del terzo millennio, la fiera di Flash Art ci riporta alla bella pittura, forse non avanguardistica, ma senz’altro superiore alle tante croste rifilateci come la nuova avanguardia.

Certamente, rimangono tante lacune (gli stand, piccoli, piuttosto ammassati) ma non si può dire che la rotta intrapresa non sia quella giusta! Pare che Flah Art stia già organizzando la prossima puntata per questo Novembre 2013, segno che i risultati ottenuti da questo primo evento sono risultati positivi, e c’è da augurarsi il meglio per il futuro a venire, anche perché potrebbe essere un cambio di rotta epocale in quello che è la strutturazione fieristica di un evento artistico:  ogni rivoluzione ha bisogno dei primi timidi passi, e Giancarlo Politi (direttore di Flash Art), è senz’altro a buon punto.

 

Pieralvise Garetti

 

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Manifesto Women in Fluxus - Palazzo Magnani, RE

Fluxus a Reggio Emilia: quando una mostra, seppur bella, non ha senso di esistere

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In Italia le celebrazioni per i 50 anni del movimento Fluxus (1962/2012) non sono mancate: tanti gli appuntamenti in tutto lo stivale, da Venezia (Fondazione Prada), a Verona (Contemporanea Verona), ad Asolo (Asolo Art Film). Anche l’Emilia non dimentica di celebrare questo importante momento e lo fa, giustamente, a Reggio Emilia, una delle città Fluxus per eccellenza grazie all’importante lavoro negli anni settanta di Rosanna Chiessi e della sua casa editrice Pari e Dispari.

Nella splendida cornice di Palazzo Magnani, va in scena una retrospettiva “in grande stile”: quasi 250 tra opere, multipli, stampe, documenti, poster, che vanno dai primi anni 60 fino ai giorni nostri, scomodando le menti più importanti del movimento (Yoko Ono, John Cage, il fondatore George Maciunas, La Monte Young) fino agli ultimi artisti (Ben Patterson), meno celebrati ma assolutamente significativi per far capire anche ai neofiti cosa vuol dire essere, oggi, artisti Fluxus.

Il movimento Fluxus nasce prima del 1962, al 112 di Chamber Street di New York. Nel loft di Yoko Ono vanno in scena concerti sperimentali  organizzati da La Monte Young, a sua volta ispirati dalle fondamentali conferenze di Darmstadt sulla Composizione come processo di John Cage, del 1958. Tra i presenti ai concerti di Chambers Street anche uno sfortunato (fino ad allora) gallerista dell’Upper East side, che con Fluxus avrà la sua chance per rifarsi: George Maciunas. Sarà infatti la sua AG Gallery, al 925 di Madison Avenue, e il suo Fluxus Manifesto, datato proprio 1962, a costituire quel collante tra artisti particolarmente eterogenei tra loro che diventeranno poi l’embrione del Gruppo Fluxus. Ma prima di questo, concerti, performances, azioni: gli esordi di Fluxus avevano valenza altamente dissacrante e ironica contro il “Sistema Arte”, troppo votato alla mercificazione e al desiderio dell’oggetto feticcio. Fluxus al contrario propone “l’esperienza del momento” al centro dell’arte: meglio se collettiva, meglio se semplice ed immediata, meglio se divertente e leggera, perché Fluxus persegue obiettivi sociali, non estetici.

Tutto questo, molto presto, finirà. Ma nessuna delle mostre su Fluxus ve lo dirà mai. E questo perché Fluxus era, nei primissimi anni 60, l’antitesi esatta di una mostra. Certo, gli organizzatori, i commentatori, potranno sempre dire che Fluxus nel tempo è mutato, che Fluxus si è evoluto, che Fluxus non si può ingabbiare con facili sistemi di ragionamento, che Fluxus può essere, ed è, contradditorio.

Credo invece che sia troppo facile ragionare così. Certamente, i primi a contraddire il pensiero Fluxus furono gli stessi artisti della corrente, basti pensare a quanto Fluxus fosse alla nascita contro la mercificazione dell’opera d’arte e quanto poi lavorò in multipli, molti presenti (ovviamente) anche in mostra; ma questo non è e non può ritenersi sufficiente a giustificare una qualunque mostra su Fluxus, come questa a Palazzo Magnani, che sia la risultante di più o meno interessanti, più o meno feticcio, oggetti, cose, multipli che idolatrano quel particolare periodo. Celebrare Fluxus con delle scartoffie attaccate al muro sa di vecchio, di polveroso, di noioso, di stucchevole, e non è Fluxus; e mi spiace che le mostre fin qui proposte (anche in passato) non mostrino qualcosa di diverso. Sarei però ingiusto a non ammettere la presenza a Palazzo Magnani di due tentativi di esposizione (uno mal riuscito, l’altro efficace) con “attitudine Fluxus”: la riedizione della prima mostra Fluxus all’AG Gallery (completamente al buio perché a suo tempo staccarono la luce all’insolvente Maciunas) e la divertentissima Round round it goes where it stops nobody knows sulla scala a chiocciola del museo.

Sfortunatamente, la bellissima Skywatch Ladders di Yoko Ono è inutilizzabile. Salire su quelle scale con i piedi e guardare il cielo (o i bellissimi soffitti di Palazzo Magnani) sarebbe una felice azione Fluxus: guardare le scale girandoci intorno non lo è affatto (andarlo però a spiegare all’Archivio Bonollo, fortunato proprietario di quasi tutte le opere in mostra, non credo sarà facile: e qui si ritorna come un cane che si morde la coda, alla questione della mercificazione dell’oggettistica Fluxus e all’inevitabile valore economico che ne sopraggiunge).

In definitiva, non sempre una mostra è il modo migliore per capire un movimento artistico, un’avanguardia, come Fluxus. Come comportarci allora? Il modo più semplice è probabilmente leggere “Grapefruit” di Yoko Ono. Forse la cosa più Fluxus al mondo. Inoltre, una cosa che la mostra non dice è la grande affinità che esiste tra Fluxus e la cultura Zen. Se avete voglia di leggere qualcosa su questo argomento, non dovrebbe essere difficile trovare qualche libro a riguardo. Dopotutto, quando si parla di arte concettuale niente è più pulito e preciso della parola, dunque per giungere al concetto il libro aiuta più di qualsiasi altra cosa.

A proposito di libri, ricordo di aver letto che quando Yoko Ono incontrò per la prima volta John Lennon, fu durante una mostra di lei nel 1966: chiedeva ai presenti di pagare 5 scellini per piantare un chiodo al muro. Ono, ignara di chi fosse John Lennon, chiese a questi i 5 scellini. Lennon, colpito dal fatto che Ono non sapesse chi lui fosse, e senza un soldo in tasca, chiese di poter piantare un chiodo immaginario al muro per 5 scellini immaginari. Ono accettò. Questo è spirito Fluxus. Quando la guerra in Vietnam finì, gli ormai fidanzati Lennon e Ono tappezzarono la città di New York di manifesti con scritto War is Over! If you want it – Happy Christmas from John e Yoko. Anche questo è spirito Fluxus.

 

Pieralvise Garetti

 

SCHEDA DELLA MOSTRA

WOMEN IN FLUXUS & Other Experimental Tales
Eventi Partiture Performance 1962-2012
10 novembre 2012 / 10 febbraio 2013
Palazzo Magnani Reggio Emilia

Orari: dal martedì al venerdì 10.00 -13.00 / 15.30 – 19.00
Sabato, Domenica e Festivi 10.00 – 19.00
Chiuso lunedì

Per informazioni e prenotazioni:
Palazzo Magnani, Corso Garibaldi 29
Biglietteria Tel. 0522 454437
Email. info@palazzomagnani.it

 

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G. Basilico - Giardini della Biennale - Padiglione Danese

Tutto il mondo è un Chiosco.

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Storia di un spazio cittadino aperto, dai giardini persiani fino al centro città, passando per i Giardini della Biennale.

 

 

Si è conclusa a fine Novembre a Venezia la 13esima Mostra Internazione di Architettura, dal titolo Common Ground, terreni comuni. Un tema, quello del terreno comune di azione, che nell’ultima decade non è solo questione culturale, ma anche politica (basti pensare ai dibattiti relativi alla costituzione europea) e religiosa (la chiesa cattolica, quella anglicana e la protestante stanno lavorando da tempo su un testo unico da dove poter ripartire per un dialogo comune, da presentare nel 2017, a quattrocento anni dalla riforma luterana).

Senza entrare nel merito, vorrei soffermarmi su un progetto specificamente progettato per questa Biennale da Adele Re Rebaudengo e Gabriele Basilico intitolato Common Pavilions: in sintesi, in un biennale che ragiona sulle radici comuni di una pratica specifica, ovvero l’architettura e i suoi fruitori, Common Pavilions sottolinea quanto la natura architettonica dei Giardini della Biennale sia essa stessa un esempio perfetto di spazio di condivisione, dove nel terreno comune dei giardini veneziani spiccano 29 padiglioni per altrettante nazioni. Su DOMUS di Ottobre Basilico afferma: “l’unico giardino pubblico di grandi dimensioni della Serenissima ospita una cittadella composta da piccoli edifici simbolici che, nella vocazione di essere dei padiglioni, sono i protagonisti e i testimoni della presenza di una comunità internazionale che, attraverso l’arte, vive e scambia valori condivisi”. In sostanza, la natura intrinseca dei Giardini mostra quanto i suoi padiglioni siano il luogo in cui le singole identità nazionali emergono mostrando inevitabilmente differenze e similarità con gli Stati vicini. Sempre su DOMUS, le foto dei padiglioni firmate da Basilico (e visionabili anche sul sito www.commonpavilions.com) emozionano per il loro mostrare questi edifici nel loro periodo di letargo, tra la conclusione di una biennale e l’inizio di un’altra (nella consumata alternanza di biennali d’arte e d’architettura), senza il consueto fiume umano che li affolla.

Ora, è interessante notare due cose. La prima riguarda la nascita vera e propria dei Giardini, agli inizi dell’Ottocento ad opera di Napoleone Bonaparte, seguenti la distruzione di un quartiere popolare che comprendeva quattro chiese e tre conventi: nel 1895 venne inaugurato il padiglione centrale che divenne sede storica della Biennale d’arte, e dal 1907, dato il grande successo delle biennali nella prima decade del Novecento, fu dato il via alla costruzione dei padiglioni stranieri, alcuni estremamente interessanti dal punto di vista architettonico; una seconda cosa interessante da sottolineare è la storia architettonica che sta dietro al concetto di padiglione come edificio interno ad un giardino. Nell’Ottocento, ovvero nel secolo in cui i Giardini si sono sviluppati e hanno dato vita al Padiglione Centrale, questo tipo di struttura era ben presente in Inghilterra come “padiglione da giardino orientaleggiante”, definito anche gazebo (to gaze = guardare fisso, insistentemente), eventualmente sito su un posto elevato con una bella panoramica. La struttura del tempo li voleva tondeggianti e leggeri, aperti e provvisti di colonne: la conformazione permetteva loro il cambiamento di destinazione in padiglione della musica ma anche a stazione di distribuzione di acqua della fonte nelle località termali. Quest’ultimo punto, unito alla definizione di “padiglione da giardino orientaleggiante” (definizione particolarmente diffusa nei testi del tempo dedicati al giardinaggio), ci dicono molto della natura medio-orientale di questa particolare architettura: infatti padiglioni di questo tipo erano largamente diffusi nella cultura islamica nei giardini e nei parchi privati dei palazzi, il cui utilizzo era riservato alla famiglia del sultano regnante. Uno dei pochi esempi ancora esistenti (solitamente questi padiglioni erano costruiti in materiali poco duraturi poiché le costruzioni umane erette per l’eternità erano considerate presuntuose) sono i giardini terrestri nell’India dei Moghul del XVI secolo, considerati lo specchio del paradiso, costituiti da padiglioni a più piani, aperti ed arredati con poltrone, i cui profumati cespugli fioriti e alberi pitturati promettevano il paradiso. Allo stesso tempo, esistevano in città i sebils, piccole costruzioni facenti parte dello spazio pubblico in cui un servitore seduto all’interno riforniva i cittadini di acqua potabile. I donatori, spesso le famiglie regnanti, donavano la buona acqua potabile in conformità all’ordinamento giuridico islamico della Sharia come dono gratuito.

La comune natura di “spazio da giardino” e “spazio da distribuzione dell’acqua” mostra la natura architettonica sostanzialmente islamica del padiglione da giardino inglese del XIX secolo, che si trasforma un secolo dopo nei padiglioni dei Giardini della Biennale.

Ma c’è di più: raffigurazioni di affreschi risalenti all’Antico Egitto mostrano baldacchini sorretti da colonne snelle o piccole casette in legno riccamente pitturate, che servivano alle divinità come soggiorno temporaneo durante le processioni di festa. Nonostante il diverso utilizzo, architettonicamente le strutture si mostrano le medesime di quelle islamiche e poi inglesi.

Ciò che lascia ancor meno dubbi sulla sostanziale identità architettonica di questi edifici, oltre le diversità culturali, religiose e storiche, è il nome, comune ad esse: originariamente proveniente dal persiano, nel quale significa canto o angolo, ma denomina un padiglione o una casetta da giardino, dall’Egitto, alle regioni islamiche, sino all’Inghilterra, kusk è la radice da cui tutto parte. Mantenendo sempre lo stesso significato, kusk e’ stato trasformato nel turco in kjosk, kjösk, kösk, köshk. Nel XVIII secolo la parola turca kjosk giunse in contraffazione fonetica come kiosque nel francese, dopo come kiosk nel tedesco e in forma simile nelle altre lingue europee. Oggi, senza mai perdere di significato, bensì allargando la sua natura semantica a “casetta adibita alla vendita nelle grandi città”, il termine chiosco ['ki:osko] è una delle parole culturalmente più unificanti al mondo e termine definitorio tanto per quel piccolo spazio urbano in cui si vende un pò di tutto, quanto per quei padiglioni che a Venezia ospitano per qualche mese all’anno l’arte e l’architettura da nazioni provenienti da ogni parte del mondo. In tedesco è kiosk, in danese è kiosk, in inglese è kiosk, in olandese è kiosk, in norvegese è kiosk,  in polacco è kiosk, in russo è kiosk, in svedese è kiosk, in finlandese è kioski, in spagnolo è kiosko, in francese è kiosque, in italiano è chiosco. Davvero un buon esempio di common ground culturale, storico, architettonico, linguistico.

 

Pieralvise Garetti

 

 

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