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La scopa del sistema

La scopa del sistema – David Foster Wallace (1987)

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La scopa del sistemaPer leggere “La scopa del sistema” e goderselo a pieno sarebbe necessario azzerare il nostro più o meno vasto background letterario. Lasciare da parte gli schemi buono/cattivo, svolgimento/soluzione a cui siamo abituati e limitarci a metabolizzare al meglio quello che in più di 500 pagine l’autore cerca di trasmetterci.

Non è facile. Non lo è neanche costringere una trama così complessa e tuttavia secondaria in una recensione.

Se si dovesse raccontare con poche parole però, si potrebbe dire che la storia, ambientata per la quasi totalità del romanzo nel 1990, è quella di Lenore Beadsman, appartenente ad una delle più importanti famiglie di Cleveland (Ohio) con la quale però non vuole avere niente a che fare. Lenore che un giorno si mette alla ricerca dell’omonima bisnonna, ex studentessa del filosofo Wittgenstein, scomparsa misteriosamente dalla casa di riposo assieme ad una ventina di altre persone. Questa rocambolesca vicenda fa da sfondo ad un caleidoscopio di altre storie, tutte però legate capillarmente tra loro: c’è quella di Rick Vigorous, capo e amante di Lenore, con evidenti problemi psichici ed una smodata gelosia per la protagonista; quella del fratello La Vache, che vive nel campus universitario vendendo risposte ai compiti in cambio di droghe, o ancora quella del pappagallo Vlad l’Impalatore che inizia improvvisamente a parlare e diventa la star di un programma religioso via cavo.  

A tutto questo si deve aggiungere una prosa costituita da periodi spesso lunghi due pagine, divisa in 21 capitoli e svariati paragrafi, presentati sottoforma di diari, discorsi diretti, trascrizioni di sedute psichiatriche, istruzioni per il centralino, racconti nel racconto, pensieri.

Ciò che ne risulta è un libro surreale che con ironia strappa al lettore profonde riflessioni sulla (forse sopravvalutata) natura umana. Un’opera manifesto di quell’America pop, allo stesso tempo centro e margine del mondo, vista solo nei più classici film anni ’80/90 (per qualche ragione mentre leggevo non riuscivo a fare a meno di pensare a “Il Grande Lebowski”).

 

David Foster Wallace, che all’epoca della stesura del romanzo aveva soli 24 anDavid Foster Wallaceni (particolare che non può non suscitarci un misto d’invidia e ammirazione), riesce a dar vita ad un universo credibile nella sua assurdità, che prende forma in modo quasi tangibile nonostante le pochissime descrizioni.

Morto suicida nel 2008 all’età di 46 anni, l’autore, laureato in filosofia, ci lascia un libro d’esordio totalmente fuori dagli schemi, che sembra il ritratto grottesco della nostra società ad opera di uno spettatore alieno.

Una nota di merito finale va all’impeccabile traduzione di Sergio Claudio Perroni che riesce a mantenere tutto il fascino della scelta originale dei termini.

 

“Ero sempre o così insensatamente e inspiegabilmente felice da non trovare luogo che fosse grande abbastanza da contenere la mia felicità oppure talmente triste, malinconico e abbattuto da non avere il coraggio di metter piede altrove che in un gabinetto. Odiavo quel posto. Ma non sono mai stato tanto felice come quando lo frequentavo. E tra questi due stati d’animo io sto come tra l’incudine e il martello della Verità.”

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Veronica Ganassi

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Il sogno del celta

Il sogno del celta – Mario Vargas Llosa (Einaudi 2010)

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“Casement è stato uno dei primi europei ad aver avuto una chiara coscienza di cosa fosse realmente il colonialismo”.

                                                                                                                                M.V. Llosa

 

Il sogno del celtaIl sogno del celta è l’ultimo romanzo del premio Nobel 2010 Mario Vargas Llosa.

L’irlandese Roger Casement, originario dell’ Ulster, condannato per alto tradimento durante la prima guerra mondiale, dalla sua cella, poco prima dell’esecuzione, ripercorre la propria vita.

Inviato dalla corona inglese nei panni di osservatore nel Congo belga di Leopoldo II, Casement si trova davanti agli occhi la barbarie della civilizzazione, lo sterminio gratuito e giornaliero di popolazioni indigene per appropriarsi territori e materie prime preziose, come il caucciù e l’avorio: il primo genocidio del XX secolo. Nel dicembre del 1903 compila Il Rapporto sul Congo, trascura ogni cautela diplomatica mettendo a nudo un sistema feroce di predazione e morte. Quattro anni prima Joseph Conrad aveva pubblicato Cuore di tenebra ambientato proprio in Congo. Successivamente Casement viene mandato in America Latina, nel cuore della foresta amazzonica, la storia si ripete: torture e massacri ai danni degli indigeni da parte delle compagnie del caucciù.

Ciò che vede lo persuade a tornare in patria e a partecipare alla rivoluzione per l’indipendenza Irlandese.

 

«Noi irlandesi siamo come gli huitoto, i bora, gli andoque e i muinante del Putumayo. Colonizzati, sfruttati e condannati a esserlo sempre se continuiamo a confidare nelle leggi, nelle istituzioni e nei Governi d’Inghilterra, per raggiungere la libertà. Non ce la daranno mai. Perché lo dovrebbe fare l’Impero che ci colonizza se non sente una pressione irresistibile che l’obblighi a farlo? Una tale pressione può venire soltanto dalle armi».

 Mario Vargas Llosa

Scoperto dagli inglesi mentre cercava di rifornire di armi tedesche ai combattenti irlandesi, fu arrestato nel 1916.

Questo romanzo è ammaliante, trascina il lettore in un mondo lontano e primigenio, troppo fragile per resistere alla famelica macchina della civiltà occidentale. Roger Casement è un’eroe anticolonialista, rivoluzionario e omosessuale, non sorprendetevi dunque che sia caduto nel dimenticatoio prima che l’abilità letteraria di Vargas Llosa lo portasse in vita ancora una volta, facendoci vivere le sue esperienze, emozioni, i dubbi e le delusioni di un sognatore schiacciato dalla prepotente realtà.

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Attilio Lomasto

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riccardo raimondo il potere dei giocattoli

RICCARDO RAIMONDO – IL POTERE DEI GIOCATTOLI Sentieri Meridiani Edizioni, 2012

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È una poesia alta quella dei giocattoli di Riccardo Raimondo, una poesia di parole con la lettera maiuscola. Non lasciatevi però spaventare da certo primissimo novecentismo che affiora, qua e là, sfogliando e risfogliando: Raimondo scrive versi che si colgono; sa cose quotidiane. Si preoccupa, il poeta, di scomporre il libro in cinque parti partendo dalla prima, brevissima, che è manifesto di una poetica intera, ben oltre le 100 pagine del libro in questione (Raimondo è il fondatore della rivista online “Verso un’ecologia del verso”.

 

Perché scriviamo?

Non ne ho idea.

ma forse noi neanche scriviamo,

siamo scritti,

subiamo

come lo scoglio subisce la marea,

l’orgoglio la ferita.

 

Scriviamo come tuona il fulmine,

scorre il fiume nel solco scavato,

la frana crepa rubando lo spazio,

come la vacca

muta muta

 

fa la cacca

 

e lo spaventapasseri spaura

lo stormo mai sazio di verdura.

 

riccardo raimondo il potere dei giocattoliScriviamo perché sì. Scriviamo con la paura del verso che «crepa / davanti gli occhi», il verso e la strofa sempre «grevi di morte» ma che sanno burlarsi e giocare: l’aggettivo composto (“epichemiserrime”), la parola inventata (“petalilenzuola”), le lallazioni – come nota la prefazione di Aglieco. Stupenda la sezione seconda, quella più giocattolosa, dedicata alla madre: echi mattutini sbarbariani («Ancora oggi stento ad alzarmi dal letto,/ come quand’ero bambino,/ voglio restare nel buco matto dei sogni,/ non voglio cadere in un altro mattino»), echi paolini («Voglio e non voglio»), echi di testi metropolitani da canzone («Devo svegliarmi nonostante me stesso,/ nonostante il progresso, e le cose da fare,/ l’evoluzionismo del regno animale,/ il materialismo e lo smog, i rincari,/ la foga degli sconti e degli straordinari»).

 

Sembra davvero ci sia qualcosa di assodato nei giochi delle infanzie vissute dalla nostra generazione: i soldatini che brillano nelle «aiuole infuocate», le prime canzoni di Bersani che ascoltavamo per forza alla radio, chiccoespillo, «la quercia-casabase»: la malinconia poi, quel senso di vuoto adulto o quasi: «dove sono le radici di quei giorni? […] Dove sono tutti i bambini/ con cui ho giocato? », chi verrà, fortunato, «per dare il cambio»?

 

C’è qualcosa che lega

il verso e l’istantanea, la trama dei ricordi

e la teoria dei passi nella danza del granchio

le impronte dei salti del coniglio e l’accapo del poeta…

è la luce che s’appiccica sul fogliopellicola

nell’istante quando tutto non è ancora:

tracce di vita, ciò che resta.

 

riccardo raimondo

Nella sezione “Luce, meccanismi e plastilina” il bambino è cresciuto. Ha imparato a conoscere il tempo e ci mette la testa dentro, non può fare altro, domanda e non si lascia stare: più tempo? meno tempo?. È “stupendo, maledetto» il tempo: «Lascia correre,/ non temere:/ ogni paura è paura di morire». Per questo, sottolinea Erminio Alberti in una sua recensione, Raimondo non ha paura di fare domande, quelle giuste, sempre sapendo «ciò che siamo,/ ciò che desideriamo».

 

Il libro ha un’architettura perfetta: la struttura è come il romanzo di una vita “non autobiografica”. Una vita – una poesia – che vuole incidere sulla realtà: «Io qui/ oltre il crepuscolo degli idoli/ sono la lanterna.// Il mio compito è portare/ questa luce fraterna/ oltre la notte./ Navigare fino all’alba». La Jihad di Raimondo è contemporanea, sa bene a che punto siamo della storia e del pensiero e della vita:

 

[…] Ti vediamo adesso col cappotto più bello

scimmiottare la milanodabere,

ti sentiamo sbraitare, arraffare,

sognare la carriera, il denarosubito,

la riviera più chic, lafigalafiga.

 

Nel Potere dei giocattoli, la maiuscola non è forzato accademismo: è dire “questo vale per tutti, attenti, vale per tutti”: come il Diavolo, il Cane Nero in ogni sua forma. C’è un assoluto che non dipende da noi, bisogna farci i conti. Nonostante le strade sotterranee metropolitane, le «stroboscopiche discordie», quel che serve è cercare «casa, sempre casa», quel ritorno un «po’ più indietro» che è luogo d’infanzia, di creazione, di cosmogonie: un luogo senza tempo e senza spazio che è purezza e concordia, “i ricordi più remoti di un altrove», di verità-divinità da ricordare («La lentezza salverà l’umanità/ dalla sua pena più temibile:/ l’umanità». Come si farebbe altrimenti a reggere a tanta notte?

 

Delle volte, implodono in bianco

le sfumature. In sottovuoto di senso

cade, il Cuore.

Ecco, lì in quel confine, delle volte

un ricordo qualunque prende le Sue forme,

il viso, la voce, leparoleleparole

ali di farfalla.


 

Giorgio Casali

http://giorgiocasali.blogspot.it/  

 

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Libri di Sangue (Le stelle della morte) – Clive Barker (2011, Castelvecchi Editore)

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Siamo tutti libri di sangue:

In qualunque punto ci aprano, siamo rossi

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Barker  è un maestro dell’orrore noto e rispettato in America, un po’ meno in Italia, qui la saga dei Libri di sangue arriva circa quindici cover_libridisangue anni in ritardo. Autore, regista e produttore cinematografico Barker ha girato il suo film più celebre negli anni 80: Hellriser. La pellicola, basata su un suo romanzo ha avuto, numerosi seguiti più o meno ufficiali, un remake è atteso per la fine del 2013.

Questo invece è un libro di racconti, sei brevi storie incise nella carne:

1) Il libro di sangue

2)Macelleria mobile di mezzanotte

3) Il Ciarliero e Jack

clive-barker4) Mai dire maiale

5) Sesso, morte e stelle

6) In collina, le città

Nei racconti cambiano le ambientazioni, i personaggi, la violenza trasmuta ma permane in tutte le sue tinte. Le anime chiedono di essere ascoltate, non strumentalizzate, non accettano di essere irrise; il lettore deve immaginare, prendere atto del talento cinematografico dell’autore e farsi trascinare nel grottesco da questi defunti cantastorie di morte. Barker concede loro di abbandonare l’aldilà, una realtà tangente alla nostra per sussurrarci le loro esperienze. Certe pagine richiedono uno stomaco forte, ma nonostante questo il libro è scorrevole, leggero e alla portata di tutti i fruitori disincantati. Consigliato per gli appassionati di Dylan Dog.

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Enrico Cuoghi

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Libertà- Jonathan Franzen (Einaudi 2011)

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liberta-jonathan-franzenIn Libertà di Jonathan Franzen, capolavoro del romanzo americano, traspare la capacità dell’autore di scandagliare l’animo umano contemporaneo servendosi nuovamente, come nelle Correzioni, delle vicende di una famiglia composta da Walter, Patty, Jessica e Joey, i Berglud. Vengono tracciate le forme dei primi anni Duemila, quelli della presidenza Bush e dell’operazione Enduring Freedom, anni in cui negli Stati Uniti la libertà è stata come non mai associata alla guerra e alla sicurezza: deformandone il suo essenziale contenuto.

Walter e Patty erano arrivati a Ramsey Hill come i giovani pionieri di una nuova borghesia urbana: educati, progressisti, benestanti e affabili. Avevano trovato una nuova frontiera da conquistare per mantenere vivo il sogno americano. Ma le cose non vanno sempre lisce: Joey, il figlio sedicenne rifiuta l’autorità del padre e contro la sua volontà va a vivere a casa della sua ragazza, Connie, dai vicini volgari e conservatori. La recessione e il lavoro di Walter obbligano la coppia a vendere casa e a trasferirsi a Washington. E’ il turno dell’autobiografia di Patty, in cui viene alla luce il difficile rapporto con la madre, la delusione per gli studi universitari seguita dal drammatico abbandono forzato del basket, unica fonte di soddisfazione, l’amore per Richard, lo scapestrato musicista rock e amico di infanzia del futuro marito, e il ripiegamento verso il più tranquillo Walter.  La narrazione si concentra poi su Richard e Patty, che si avvicinano sempre di più mentre Walter, il fervente ecologista, viene bollato dai giornali come “arrogante, tirannico ed eticamente compromesso” ed è sempre più assente per lavoro, in compagnia della sua assistente, l’esotica e affascinante Lalitha; su Joey, il figlio ribelle, arrivista e repubblicano, e sulla sua storia di amore con l’ Jonathan Franzenenigmatica e doppia Connie. Il matrimonio rischia di schiantarsi contro un muro, ma quando sembra aver perso tutto Walter riesce a trovare la forza per rinnovarsi e ritrovare la sua amata Patty.

Questo romanzo al di là della sua lunghezza (oltre seicento pagine) si legge con piacere grazie alla scrittura fluida di Franzen, anche se a tratti la narrazione va a rilento e risulta perfino noiosa, e alla ricchezza di informazioni che ci fornisce sui personaggi principali che permettono al lettore di affezionarsi facilmente a loro.

Il contrasto società-individuo è perfezionato dal confronto fra padre e figlio, carriera e vita familiare, ideologia e praticità, libertà e dipendenza.

I personaggi sono in continuo conflitto con il passato che ritorna sconvolgendo il presente, e con il presente che minaccia il futuro: sono vittime delle proprie debolezze e finché lo saranno non conosceranno la libertà.

 

Il microfono non funzionava più, e Walter svincolò più indietro, lontano dalla ressa che si stava formando.- E INTANTO, – gridò, – OGNI MESE AGGIUNGIAMO TREDICI MILIONI DI ESSERI UMANI ALLA POPOLAZIONE MONDIALE! TREDICI MILIONI DI PIU’ A SCANNARSI PER LE RISORSE LIMITATE DELLA TERRA! E A SPAZZAR VIA OGNI ALTRA FORMA DI VITA SULLA LORO STRADA! [...]“

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Attilio Lomasto

 

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