Il disco dei ricordi
U2: The Joshua Tree (1987)
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Una nuova rubrica che guarda al passato, per capire da dove veniamo, attraverso alcuni dischi fondamentali, o dischi che in un qualche modo ispirano le nostre emozioni… Andare alla scoperta di personaggi e dischi, per fare riemergere ricordi ormai andati, epoche a cui siamo legati, anni della nostra giovinezza, periodi particolari di cui abbiamo sentito parlare. Per i piu’ giovani sarà un motivo in piu’ per vedere dove si è formata la moderna scena musicale. Non sarà un documentario o una storia cronologica, ma un viaggio attraverso la musica, in tempi neanche troppo lontani, che mese per mese affronteremo insieme: benvenuti a bordo!
“The Joshua Tree made U2 into international rock stars and established both a standard they would always have to live up to and an image they would forever try to live down.”
BILL FLANAGAN (giornalista e brillante critico musicale, che seguì gli U2 fin dai loro esordi)
Paul Hewson, meglio conosciuto come “Bono Vox”, alla voce, Dave Evans “The Edge” chitarra, Adam Clayton al basso e Larry Mullen Jr alla batteria: questa è la formazione originale, che verrà mantenuta per l’intera carriera della band irlandese.
I primi lavori si avvicinavano ai suoni new wave, alcuni singoli vengono prodotti proprio da Martin Hannett, poi sono arrivati gli anni della protesta di “Sunday Bloody Sunday” e degli slogan gridati, come in “Pride (in the name of love)”, fino a che nel marzo del 1987 esce per la Island Records “The Joshua Tree”, 5° album di studio, disco dall’immediato successo commerciale e acclamazione planetaria.
Alla produzione la prestigiosa accoppiata Daniel Lanois e Brian Eno, come per il
precedente “The Unforgettable Fire” del 1984.
Anche se interamente registrato a Dublino, è l’album della svolta americana, gli U2 sono affascinati dal country e dal blues e influenzati dai grandi autori come Dylan, Hendrix, Patti Smith.
Undici canzoni per un disco che inizialmente doveva chiamarsi “Two Americas” o “Desert Songs”, poi grazie anche ai glaciali scatti in bianco e nero di Anton Corbijn nel deserto americano, che notò questa strana pianta, la scelta di Bono fu per “The Joshua Tree”.
L’apertura è di quelle che lasciano il segno indelebile per un’epoca, “Where the Streets Have No Name” dopo la lunga introduzione, con l’organo ben programmato da Eno che lentamente si dissolve, vede irrompere nella melodia la chitarra di The Edge, accompagnato dal basso pulsante di Clayton: celebre anche il video girato su di un edificio di Los Angeles, che paralizzò un intero quartiere.
Nella successiva “I still Haven’t Found What I’m Looking For” The Edge sfrutta l’effetto di “infinite guitar” (che permette all’artista di prolungare a piacimento la durata di un suono)e la voce di Bono ci presenta una ballata trascinante, riproposta dal vivo in versione gospel.
Avevo 15 anni quando uscì questo disco, erano gli anni delle scuole superiori, degli amori estivi, dei tornei di calcio di paese, delle scorribande in moto: gli anni 80 passavano anche dalle note di un juke box e proprio dalla saletta dei video giochi udii quella lenta e avvolgente cascata musicale che era “With or Without You” , sembrava che ci fosse solo Bono Vox,
illuminato da un fascio di luce di un immaginario palcoscenico. Canzone indimenticabile, non si trovano altri aggettivi.
Il cielo degli U2 è anche quello di “Bullet the Blue Sky”, l’orizzonte è disegnato dalle parole di Bono , la scarica elettrica di un fulmine è quella della chitarra di The Edge.
Toni sofferti per “Running to Stand Still”, che parte su una base di chitarra acustica, prosegue quasi sussurrata nel cantato di Bono e sfuma su “Red Hill Mining Town” in cui si parla delle problematiche sociali e delle difficoltà lavorative in cui versavano i minatori in quel periodo. Ne viene estratto anche un video di Neil Jordan (celebre regista irlandese de “La moglie del soldato”) inedito fino alla pubblicazione nel box set del ventennale dell’album.
Dura poco meno di tre minuti la cavalcata di “In Gods Country” e i riff decisi di chitarra ci riportano nelle atmosfere migliori del disco, fino ad arrivare ai rintocchi blues ben evidenti di “Trip Through Your Wires” registrata con tecnica pseudo live. L’armonica a bocca è suonata dallo stesso Bono, per fondere il blues con il rock degli anni 80.
Il disco è dedicato alla memoria dello sc
omparso “Greg Carroll”, come anche il brano “One Tree Hill”.
E’ piantato un solo albero sulla collina di Auckland dove viene sepolto il giovane Maori, roadie della band irlandese e amico di Bono, gli U2 raggiungono davvero un intenso momento di poesia e passione in questo grande pezzo, quasi a cercare di colmare il vuoto lasciato dalla sua scomparsa.
Brividi.
Anche se l’ultimo brano è “Mother of Disappears”, l’ideale conclusione del disco passa per “Exit”, angosciosa fino al travolgente e oscuro finale.
Una particolarità di questo disco è che ci sono molti altri brani usciti come b-side, che però avrebbero fatto la fortuna di una qualsiasi altra formazione “normale”. Ce ne sarebbero da pubblicare un doppio album, operazione però vista sempre con un certo rischio da parte dell’etichetta discografica anche
per una band come gli U2. Ed è in questo modo che “Spanish Eyes” o “The Sweetest Thing” tanto per citarne alcuni, vengono successivamente recuperati con un bonus disc in una deluxe edition del 2007 , con l’aggiunta di DVD, booklet di 56 pagine e 5 cartoline con le artistiche stampe in bianco e nero di Anton Corbijn.
Il 27 aprile 1987 gli U2 finiscono sulla copertina dell’autorevole rivista americana TIME, la scritta fiammeggiante sovrasta il titolo “Rock’s Hottest Ticket”, onorificenza ottenuta dai “Beatles” e da ben poche altre band.
Sempre nello stesso mese inizia l’imponente “The Joshua Tree Tour” , che vedrà il gruppo impegnato per oltre 100 concerti in America ed Europa.
In
particolare la loro esperienza live italiana passò per tre date: una a Roma (27 maggio, stadio Flaminio) e altre due a Modena (29-30 maggio, stadio Braglia).
Qualcuno a Modena in quelle date c’era, la testimonianza di un amico e speaker di Radio Antenna 1, Alessandro Corbelli, racconta di un’ irrefrenabile aspettativa per questo spettacolo… Le band di supporto erano nell’ordine: Lone Justice, Big Audio Dynamite dell’ex Clash Mick Jones e i Pretenders di Chrissie Hynde. La giornata era splendida e la cornice dello stadio Braglia era quella dei grandi eventi. Dura fu l’attesa sul prato, ma alle prime note della magnifica “Where The Streets Have No Name” la stanchezza lasciò spazio all’entusiasmo.
Indefinibili emozioni per un grande disco dei ricordi.
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U2
THE JOSHUA TREE (1987)
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Vittorio Ferrari
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DAVID BOWIE – HEROES (1977, RCA)
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Una nuova rubrica che guarda al passato, per capire da dove veniamo, attraverso alcuni dischi fondamentali, o dischi che in un qualche modo ispirano le nostre emozioni… Andare alla scoperta di personaggi e dischi, per fare riemergere ricordi ormai andati, epoche a cui siamo legati, anni della nostra giovinezza, periodi particolari di cui abbiamo sentito parlare. Per i piu’ giovani sarà un motivo in piu’ per vedere dove si è formata la moderna scena musicale. Non sarà un documentario o una storia cronologica, ma un viaggio attraverso la musica, in tempi neanche troppo lontani, che mese per mese affronteremo insieme: benvenuti a bordo!
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Sul finire degli anni 70, Bowie abbandona improvvisamente Los Angeles per trasferirsi a Berlino, trovando così la via di fuga dal vortice della droga e dalla dipendenza dell’alcool, maturando una nuova crescita umana e professionale.
In Germania vive un ulteriore e prolifico periodo artistico, Bowie è affascinato dalla decadente bellezza della città tedesca, studia e dipinge, sperimenta nuovi progetti musicali e si avvale della prestigiosa collaborazione di Brian Eno.
“Heroes” esce nel 1977, fu registrato negli Hansa Studios di Berlino e fa parte della cosiddetta “trilogia berlinese” assieme al precedente “Low” e al successivo “Lodger”.
E’ qualcosa che re-inventa il futuro, scavalcando l’estetica punk, in quella concezione di cambiamento che da sempre contraddistingue l’artista inglese.
L’apertura di “Heroes” è affidata a “Beauty and the Beast”, serrata linea di piano, sapienti effetti al sintetizzatore, muscolare riff di chitarre, anticipano di parecchi anni quello che sarà l’elettronica del punk-funk.
Sorprendente e dalla produzione ariosa di Tony Visconti “Joe the Lion”, forse un po’ sottovalutata nella sconfinata creazione di Bowie, si presenta con una decisa
, spettacolare chitarra teutonica di Fripp, crescendo attraverso una irresistibile progressione di piano, sovrastata dalla voce tagliente di Bowie.
La sala di incisione distava proprio pochi metri dal muro, nella zona ovest della città. Dalla finestra degli studi era visibile una torretta militare sorvegliata dalle guardie. Questo austero scenario era il punto di incontro per un ragazzo e una ragazza che ogni giorno si ritrovavano proprio là sotto: due amanti divisi da questo ostacolo di cemento, visti come “eroi” di quel tempo, perché nonostante le difficili situazioni in cui si trovavano, riescono a trovare lo stesso un momento di gioia. E questo semplice “atto eroico” ispirò l’immaginario del Duca Bianco, per uno dei suoi brani più famosi: “Heroes”.
Singolo dal tono epico, rafforzato nelle chitarre di Robert Fripp dei King Crimson, elaborato in modo approfondito da Bowie ed Eno, all’epoca fu lanciato da un video convincente che ritraeva Bowie in controluce ed in var
ie angolazioni. Raggiunse la top ten inglese, ma non quella americana, anche se il tempo gli conferirà il meritato tributo che si conviene ad un capolavoro di questo calibro.
Una canzone emozionante e suggestiva, che unisce critica e pubblico per un consenso unanime.
“Sons of the Silent Age” è l’unica traccia registrata prima delle sessioni di studio e qui Bowie crea una canzone perfetta di rock raffinato, tanto che lo stesso autore aveva pensato a questo pezzo per dare il titolo all’album.
Ritmo deciso ed avanzamento energico per la clamorosa “Blackout”, davvero prezioso l’apporto di Fripp alla chitarra, che tra l’altro registra la sua intera parte musicale per il disco in un solo giorno…
La svolta innovativa di “Heroes” riprende e rafforza il suono del predecessore “Low”, che vedeva la prima collaborazione Eno-Bowie, con una deriva verso ambientazioni kraut rock, tributi verso l’elettronica di Neu! e Kraftwerk, testimoniata da brani strumentali come “Sense of Doubt” .
Decisa ed oscura l’elaborazione elettronica che conferisce un’imponente apertura verso la sperimentazione, davvero pesante e gravosa la sensazione durante l’ascolto dei rintocchi di piano tra synth e suoni ambient che sfociano poi in “Moss Garden
”. Oltre 5 minuti nei quali ci si immerge in ambientazioni orientali e rumori di fondo naturalistici (si passa dai cinguettii al latrato di un cane).
La parte strumentale iniziata con “V-2 Schneider” incalzante e dai ritmi quasi dance, termina con con la malinconica “Neukoln” (riferita ad una zona di Berlino abitata da turchi) dove si dà spazio all’improvvisazione di un lungo assolo di sax.
Si ritorna al cantato per la chiusura dell’album con “The secret life of Arabia”, a firma Bowie/Eno/Alomar, anello di congiunzione con “Lodger” che chiuderà il trittico berlinese.
Il Bowie alieno sceso sulla terra era ormai scomparso, qui lo ritroviamo nel pieno del suo personale rinascimento a produrre un lavoro di grande stile, magnetismo ed eleganza, per quella che verrà definita la musica del futuro: una forma artistica che ridisegnerà le linee di movimenti musicali dei prossimi anni, mentre “Heroes” rimarrà per sempre un punto fermo nella storia del rock.
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DAVID BOWIE
“HEROES” – 1977
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Vittorio Ferrari
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DIAFRAMMA – SIBERIA (IRA RECORDS – 1984)
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Una nuova rubrica che guarda al passato, per capire da dove veniamo, attraverso alcuni dischi fondamentali, o dischi che in un qualche modo ispirano le nostre emozioni… Andare alla scoperta di personaggi e dischi, per fare riemergere ricordi ormai andati, epoche a cui siamo legati, anni della nostra giovinezza, periodi particolari di cui abbiamo sentito parlare. Per i piu’ giovani sarà un motivo in piu’ per vedere dove si è formata la moderna scena musicale. Non sarà un documentario o una storia cronologica, ma un viaggio attraverso la musica, in tempi neanche troppo lontani, che mese per mese affronteremo insieme: benvenuti a bordo!
Siberia è il primo vero disco dei Diaframma, ed esce nel dicembre del 1984, portando alla ribalta la band toscana al di fuori dell’underground e del ristretto circuito dei locali storici di Firenze, come ad esempio la Rockoteca Brighton, dove Nicola Vannini , ex cantante della band, faceva il dj.
La formazione, nel periodo di Siberia, vedeva Federico Fiumani alla chitarra, musica e testi, i fratelli Leandro e Gianni Cicchi, rispettivamente basso e batteria, Miro Sassolini alla voce, Ernesto de Pascale tastiere e produzione.
Il rinnovamento e l’entusiasmo della scena musicale fiorentina sono segnati dall’affascinate mondo della new wave britannica, dell’elettronica sperimentale tedesca, dell’avanguardia americana di quegli anni: in particolare i Diaframma sentono le influenze di Cure, Echo and the Bunnymen, Ultravox, ma soprattutto dei Joy Division. E’ proprio la band di Ian Curtis ad incidere maggiormente sul gruppo di Firenze, che dal vivo suonava una cover di “Ceremony” ed in sala prove anche “Disorder”, Transmission” e “New dawn fades”.
Ma se dal punto di vista musicale era ben chiaro che i Diaframma fossero sintonizzati sul canale post-punk e dark wave d’oltremanica, ben diverso era il discorso per l’atmosfera che si respirava ascoltando questo disco dei Diaframma, rispetto alla band di Manchester.
L’immagine di copertina (tratta dall’archivio fotografico del Touring Club Italiano, “un vecchio libro” come lo definì Fiumani in un’intervista) ricorda le opere di Bruegel ed è ben distante dalla rappresentazione sepolcrale di “Closer”, presa dal cimitero monumentale di Staglieno.
Inoltre i testi di Fiumani, nella loro spiccata vena poetica, lasciano sempre uno spiraglio di luce:il disco risulta una composizione di svariati quadretti decadenti intrisi di un romanticismo sognante.
I Diaframma e il nuovo rock italiano passano attraverso la neonata etichetta di Alberto Pirelli, la IRA RECORDS (Acronimo di Immortal Rock Alliance). Siberia, che in origine era composta da sole 8 tracce, vedeva inserite nelle successive edizioni anche altri due inediti quali “Elena” e
“Ultimo Boulevard” , oltre ad una versione di “Amsterdam” mollto più ritmata dell’originale, composta assieme ai Litfiba (il tutto realizzato in un 12” del 1985).
“Siberia”, il brano che apre l’album, è un manifesto della solitudine dei vent’anni di Federico Fiumani: “vorrei rapire il freddo in un giorno di sole” recita malinconico Miro Sassolini, con voce lirica e imponente, in quello che forse è uno dei testi più conosciuti e apprezzati da intere generazioni .
“Neogrigio” è la storia di un amore tormentato, morboso, e la disperazione passa attraverso ritmiche tribali, chitarre graffianti, suoni che rimandano a Siouxsie and the Banshees; le stesse sensazioni continuano anche nella successiva “Impronte”, felicità fragile descritta attraverso le immagini effimere dei vetri di un treno, “nello
spazio improvviso che sopravvive in un sogno”.
Nel 1984 i Diaframma fecero un tour in Olanda e si fermarono un giorno anche ad Amsterdam. Nelle intenzioni originali di Fiumani, però, la canzone parlava d’altro, traendo spunto da un piccolo locale situato nel cuore di Firenze, chiamato “Bananamoon”: “Amsterdam” diventerà uno dei loro brani più celebri, grazie anche alla versione eseguita con i Litfiba.
Basso pulsante per la bellissima “Delorenzo”, sensi di colpa e solitudine intrecciate agli avvolgenti giri di chitarra in questa canzone-metafora di Fiumani, per poi passare al dolore per la morte del padre in “Memoria” .
“Specchi d’acqua” ha un’introduzione marziale, non a caso il testo è riferito all’anno di militare di Federico, con il rimpianto, negli anni successivi , di quel concetto di solidarietà, amore e amicizia che si era creato in quelle difficili situazioni: il rientro a casa riportava sì alla libertà, ma anche alle responsabilità della vita adulta ed era vissuto, ancora una volta, con sentimenti angosciosi.
Infine “Desiderio del nulla”, brano che nasce da un particolare episodio che Fiumani visse nel negozio di dischi “Contempo”, dove il titolare, serrato il portone, gli mostrò un filmino hard, cosa rara per quei tempi; l’album finisce così, con quella aspirazione ossessiva di volere qualcosa d’altro, il desiderio del nulla, nel gelo dell’inverno, tra impronte nella neve…
Le trame e le sfumature new wave avvolgono tutta la produzione del disco, i temi trattati prendono origine da semplici vissuti quotidiani, descritti con grande efficacia: i Diaframma, visti sul palco nelle loro prime esibizioni, mostravano così quello che era il loro stile minimale. Il loro cammino proseguirà negli anni con numerosi cambiamenti di formazione, ma ancora oggi, come quasi 30 anni fa, un prezioso cofanetto di sogni è racchiuso in questo disco .
DIAFRAMMA
SIBERIA (IRA RECORDS – 1984)
Vittorio Ferrari
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SIOUXSIE AND THE BANSHEES – JUJU (1981,Polydor Records)
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Una nuova rubrica che guarda al passato, per capire da dove veniamo, attraverso alcuni dischi fondamentali, o dischi che in un qualche modo ispirano le nostre emozioni… Andare alla scoperta di personaggi e dischi, per fare riemergere ricordi ormai andati, epoche a cui siamo legati, anni della nostra giovinezza, periodi particolari di cui abbiamo sentito parlare. Per i piu’ giovani sarà un motivo in piu’ per vedere dove si è formata la moderna scena musicale. Non sarà un documentario o una storia cronologica, ma un viaggio attraverso la musica, in tempi neanche troppo lontani, che mese per mese affronteremo insieme: benvenuti a bordo!
Siouxsie Sioux (Susan Janet Dallion) e Steve Severin (Steve Baley), si incontrano per la prima volta nel 1974, amicizia che si svilupperà in seguito nei “Banshees”, nome ispirato dal film di Vincent Price “Cry of the banshee”, un racconto di E.A. Poe, lo scrittore preferito di Severin.
Provenivano da quel raggruppamento londinese di emarginati denominato “Bromley Contingent” che seguiva ovunque i Sex Pistols, fino a che arrivano ad allestire una vera e propria band e l’esordio fu allo storico locale “Club 100” di Oxford Street, con esiti disastrosi.
Diversi cambiamenti di formazione, con il chitarrista Marco Pirroni che lascia per gli Adam and the Ants sostituito da John McKay e l’inserimento di Kenny Morris alla batteria al posto di un giovane Sid Vicious, sono i primi sintomi di un tipo di suono che inizia a maturare.
Più cupi ed oscuri, brani decisamente dilatati nei tempi, arrivano alla produzione del primo album con Steve Lillywhite e l’origine punk rock si sposta verso i lidi della dark wave, accasandosi all’etichetta Polydor, dopo che i fan avevano imbrattato le porte delle case discografiche con lo slogan: “Sign the Banshees!”.
La tumultuosa carriera dei Banshees vedeva l’inspiegabile e improvvisa dipartita di Mckay e Morris, alla vigilia di un nuovo tour, dopo la pubblicazione del secondo album: fu così che alla band si avvicinarono artisti come Robert Smith dei Cure, che li accompagnò nei loro concerti e il batterista Budgie, (vero nome Peter Clark, già nei Big in Japan e Slits) che rimarrà nella band in modo definitivo, sposando anche la stessa Siouxsie.
Nel 1981 diviene ufficiale l’unione del chitarrista John McGeoch (ex Magazine) al gruppo, che nel frattempo aveva intrapreso un’imponente attività live in tutta l’Inghilterra, mentre in luglio uscirà il quarto album “JUJU”, dopo l’uscita del singolo “Israel” nel dicembre del 1980.
Il rock dei Banshees si evolve verso toni decadenti, trascinante è “Spellbound” singolo d’apertura del disco, dai vorticosi ritmi tribali, che continuano anche nella successiva “ Into the light”, dominata dalla cupa voce di Siouxsie e dagli echi scintillanti della chitarra di McGeoch.
“Arabian Knights” è un classico del post punk, brano epico dalle atmosfere orientaleggianti, una travolgente cavalcata verso paesaggi sonori senza tempo. Si prosegue con l’inquietante “Halloween” , poi arriva la densa e claustrofobica “Monitor” e proseguono i toni lugubri sulle note di “Night shift” .
Basso pulsante, violento incedere di tamburi e ritornello recitato in modo ossessivo da Siouxsie in “Sin in my heart”, ritmo tagliente per la danza macabra di “Head Cut”, fino a giungere alla conclusiva “Voodoo dolly” rimanendo sempre sui temi esoterici che influenzano l’intero lavoro.
“Fireworks” è un singolo che appare nella recente versione rimasterizzata, altro brano dalla classica impostazione new wave.
Tra romanticismo e spirito “goth”, Siouxsie and the Banshees influenzeranno un’intera scena musicale e “Juju” si conferma un disco affascinante, quasi un rituale dai risvolti magici, un brivido di attrazione del proibito: Siouxsie riesce a catalizzare diversi componenti dell’immaginario dark e la sua bellezza gotica da dominatrice in vestiti di pelle nera rimane ancora oggi irresistibile.
SIOUXSIE AND THE BANSHEES
JUJU – (1981, Polydor Records)
Vittorio Ferrari
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Pearl Jam – Ten (1991, Epic)
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Una nuova rubrica che guarda al passato, per capire da dove veniamo, attraverso alcuni dischi fondamentali, o dischi che in un qualche modo ispirano le nostre emozioni… Andare alla scoperta di personaggi e dischi, per fare riemergere ricordi ormai andati, epoche a cui siamo legati, anni della nostra giovinezza, periodi particolari di cui abbiamo sentito parlare. Per i piu’ giovani sarà un motivo in piu’ per vedere dove si è formata la moderna scena musicale. Non sarà un documentario o una storia cronologica, ma un viaggio attraverso la musica, in tempi neanche troppo lontani, che mese per mese affronteremo insieme: benvenuti a bordo!
“TEN” fu uno dei principali responsabili dell’esplosione del fenomeno musicale della fervente scena di Seattle, e al pari di “Nevermind” dei Nirvana, di cui non patirà la concorrenza, uno dei dischi grunge più popolare di tutti i tempi.
Rappresentò agli inizi degli anni ‘90 la rinascita del suono duro, derivato dal’hard rock anni ‘70 e dall’attitudine punk, dando alle proprie canzoni un impatto poderoso.
Dopo oltre venti anni, rimangono tanti ricordi e grandi dischi rock, ma ben pochi gruppi sono ancora in circolazione: sopravvissuti al ciclone generazionale dei 90’s, i Pearl Jam si sono fatti portavoce anche di un certo disagio politico e sono diventati un gruppo adulto.
La storia di Eddie Vedder, frontman della formazione americana, rappresenta il classico sogno nell’ immaginario del rock: inizia da Chicago, per passare nella città di San Diego,
cavalcando le onde del mare californiano, con la grande passione del surf.
Per guadagnarsi da vivere, lavora ad un distributore di benzina, fino a che, nell’estate del 1990, riceve una busta con alcuni demo, da parte del futuro chitarrista dei Pearl Jam: Stone Gossard.
Eddie scrive i testi, registra i pezzi vocali, che diventeranno “Once” (brano che aprirà impetuosamente l’album) e “Alive”, quest’ultimo vero e proprio inno di notevole forza, che porterà una grande notorietà ai Pearl Jam ed un enorme successo commerciale.
Il disco si avvale anche di testi molto efficaci: è il caso di “Jeremy”, scritta da Vedder e dal bassista Jeff Ament. Canzone drammatica, sofferta e travolgente che racconta la vera storia di un ragazzo morto suicida, sparandosi un colpo di pistola in classe, la vicenda di un piccolo eroe perdente… Il video, il primo che non sia la ripresa di un concerto, premiato all’ MTV Music Awards, mostrerà le immagini della tragedia e per l’ultima volta comparirà Eddie Vedder. Per rivederlo in un videoclip della band, bisognerà aspettare gli
anni 2000, quando ormai la carriera dei Pearl Jam sarà del tutto consolidata.
“Even Flow” è un’altra hit da classifica, melodica, decisa, chitarre imponenti. “Black” è la “dream song” dell’album, armonioso coinvolgimento di chitarre e tastiere, accompagnata dall’energetica voce di Vedder.
“Oceans” mostra una versione di rock denso, sempre con chitarre in bella mostra, “Porch” aumenta il ritmo, e c’è lo spazio anche per un assolo in crescendo, sui rulli della batteria.
Raffinatezza e atmosfere più rarefatte per “Garden”, toni epici che sanno colpire la generazione disillusa di quel periodo; le parole del riscatto passano attraverso la voce vibrante di Eddie Vedder.
“Why Go” e “Deep” sono classici pezzi grunge, mentre la chiusura di “TEN” è affidata a “Release”, perfetto bilanciamento tra potenza
e armonia.
Nel 2009 “TEN” viene ristampato in una “Legacy Edition”, rimasterizzato, con l’aggiunta di “TEN Redux” un secondo disco remixato da Brendan O’Brien, comprensivo di 6 tracce inedite, tra cui quella “State of love and trust” realizzata per la colonna sonora del film di Cameron Crowe, “Singles – L’amore è un gioco”, a cui parteciparono come attori gli stessi Pearl Jam .
Uno dei migliori gruppi rock rimasti? Chi può dirlo… Dopo la morte di Kurt Cobain, Eddie Vedder, in una delle spettacolari esibizioni della band americana, grida dal palco che la migliore vendetta è vivere.
Molti anni dopo, lo stesso Vedder, nel suo primo album da solista “Into The Wild” (utilizzato come colonna sonora dell’omonimo film), passa dalla furia grunge alla chitarra acustica, ma il suo speciale messaggio di libertà si dissolverà nelle suggestive immagini della pellicola dell’amico Sean Penn.
L’epilogo di questo importante disco lo si può ritrovare agli albori della nascita dei Pearl Jam: Eddie Vedder e Chris Cornell a firmare uno dei pezzi più belli dei “Temple of the dog”, band che vedeva componenti di Soundgarden e dei prossimi Pearl Jam.
Il sentiero per “TEN” era ormai tracciato.
PEARL JAM – Ten (1991)
Vittorio Ferrari
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JOY DIVISION – CLOSER (1980, Factory)
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Una nuova rubrica che guarda al passato, per capire da dove veniamo, attraverso alcuni dischi fondamentali, o dischi che in un qualche modo ispirano le nostre emozioni… Andare alla scoperta di personaggi e dischi, per fare riemergere ricordi ormai andati, epoche a cui siamo legati, anni della nostra giovinezza, periodi particolari di cui abbiamo sentito parlare. Per i piu’ giovani sarà un motivo in piu’ per vedere dove si è formata la moderna scena musicale. Non sarà un documentario o una storia cronologica, ma un viaggio attraverso la musica, in tempi neanche troppo lontani, che mese per mese affronteremo insieme: benvenuti a bordo!
Sul piatto gira ancora il vinile con “The Idiot” di Iggy Pop, partiamo dalla fine…
Domenica 18 Maggio 1980 Deborah Curtis, moglie di Ian, rientrando a casa trovò il marito morto suicida, all’età di 23 anni, impiccato nella loro casa in Burton Street, Macclesfield.
Tutto ebbe inizio in una Manchester industriale di fine anni ‘70. I Joy Division nacquero come “Warsaw”, (tributo a David Bowie) e la loro originalità si mostrò quando allentarono le sonorità anguste di origine punk: nel 1978 pubblicarono il primo Ep, “An ideal for living” , autoprodotto, con in copertina il famoso tamburino della Gioventù Hitleriana.
La formazione vedeva alla voce baritonale e ossessiva Ian Curtis, al basso Peter
Hook, alla chitarra Bernard Sumner e, seduto dietro una batteria dalle ritmiche glaciali, Steve Morris. La produzione venne affidata al geniale e visionario Martin Hannett, che ricorse ad innumerevoli espedienti al fine di realizzare quel suono spoglio, gelido ed essenziale, marchio di fabbrica della band di Manchester.
Le registrazioni di Closer iniziarono nel marzo del 1980, a poco meno di un anno dall’uscita dell’acclamato “Unknown Pleasures”, primo album pubblicato dalla Factory Records di Tony Wilson.
Closer, preceduto da un singolo mozzafiato come “Atmosphere”, venne registrato introducendo molte sperimentazioni: dalle tastiere di Sumner, alla batteria
elettronica di Morris, al basso a sei corde di Hook.
Qualcosa però iniziò ad andare storto…
L’intensa attività live in preparazione dell’imminente tour americano, il susseguirsi dei problemi psico-fisici di Ian Curtis, oppresso da una relazione extra coniugale con la modella belga Hannik Honorè e la conseguente crisi del suo matrimonio, contribuirono ad affondare nel vortice della disperazione il cantante dei Joy Division, flagellato da attacchi epilettici sempre più frequenti.
Nonostante la grande popolarità e la considerazione di “band di culto”, la famiglia Curtis viveva in condizioni di ristrettezze economiche, perché i Joy Division guadagnavano ancora pochissimo.
Si giunge così al tragico e disperato epilogo della morte di Ian Curtis.
Nel giugno del 1980 uscirà il singolo postumo “Love will tear us apart”, il più grande successo commerciale dei Joy Division. Alla
Factory gli eventi si stavano trasformando in leggenda, il messaggio di addio di Ian Curtis viaggiava sulle tastiere sintetiche di Sumner e veniva rappresentato ancora una volta dal meticoloso lavoro grafico di Peter Saville, con un’effigie funebre presa dal cimitero monumentale di Genova, che diventèrà un’icona dello stile gotico e dark.
“Closer” uscirà in luglio con un paio di mesi di ritardo e fu un’altra affermazione annunciata.
I testi erano firmati dallo stesso Ian Curtis e le canzoni, come un ultimo lascito ideale, furono subito memorabili: dalla tribale “Atrocity Exhibition”, che cita Ballard, a “Colony”, in bilico tra elettronica e psichedelia oscura; da “The eternal” e “Decades”, di grandissimo respiro, alla maestosa “A means to an end”; da “Heart and Soul”, tenebrosa, ipnotica ed inquietante, a “Twenty four hours”, incalzante e dal canto dimesso di Curtis; e poi l’indizio di ballata di “Isolation”, che poi si evolve con tastiere in
evidenza e batteria robotica, e la recitata “Passover”, che in qualche modo ricorda le sonorità di “Unknown Pleasures”.
Ci sono due film che rendono bene l’idea del periodo: “Control” (2007), diretto da Anton Corbijn (lo stesso regista del video di “Atmosphere” del 1988), che racconta in modo credibile la storia dei Joy Division; e poi “24 Hour Party People”(2002) di M. Winterbottom, che mostra la scena di Manchester, della Factory e l’attività di Tony Wilson.
I Doors erano uno dei gruppi preferiti di Ian Curtis: l’aspetto mitologico di Jim Morrison viene spesso affiancato a quello del cantante dei Joy Division: la sua morte investì “Closer” di una sofferenza eterna… Un disco come una fredda lastra di marmo, epocale.
JOY DIVISION – CLOSER (1980)
Vittorio Ferrari
©2013 Concretamente Sassuolo

