Charles Simic, nato a Belgrado nel 1938, vive in America dalla metà degli anni Cinquanta. La sua prima raccolta di poesie apparve nel 1967. Hotel Insonnia è stato tradotto in italiano da Andrea Molesini, poeta, saggista e romanziere, Premio Campiello 2011.

 

 
“Seguii una mistica infermiera nello studio di un medico.
Ci lasciammo dietro una folla di gente con occhi e orecchie bendati.
‹‹ Sono un filosofo medievale in esilio ››
spiegai alla padrona di casa quella sera.”

 

È il poeta delle scarpe Charles Simic, delle scarpe da allacciare per non inciampare in città. Spesso crede di non appartenere a nulla, “Ogni giorno dimentico com’è.” Eppure è il modo da bambino a salvarlo, il bimbo che sapientemente, ricordandosi quanto bisogna curvarsi per arrivare ai cordoni, riprende l’istinto di “scrutare la terra”. Le scarpe sono umili, pazienti, già buona novella. Sono l’altare “di una bizzarra chiesa”, la “vita sulla terra / e oltre ancora, delle cose a venire”.

Non è facile essere metafisici. Simic lo fa chiamando in causa la forchetta, oggetto infernale, o il sasso: “Ho visto scintille schizzar via / quando due sassi sono strofinati, / forse là dentro non fa così buio; forse c’è una luna che brilla / da chissà dove”. Poi guarda il muro, c’è una mosca che con le zampe segue “una minuscola crepa – / l’eternità / intorno ad un semplice evento.”

Le cose quotidiane materiali e infinite, perché dentro c’è vita, sembra. Anche oggi c’è qualcuno che non smette di cercare scintille, autostrade per l’eterno. Bisognerebbe fermarsi e contemplare, come fa Simic, che sono quarant’anni e più che scrive. Un uomo che predica, solo, semplicemente scrutando “tutta quell’eternità disseminata intorno”.

Il vocabolario non serve, le parole sono semplici. Come semplice dovrebbe essere entrare nella camicia sul pavimento senza “dar noia a una sola grinza / rispettoso / di come la gettai / la sera prima / di come le venne fatto di atterrare”. Contemplando un disordine-ordine che così poco è umano. E studiando i dettagli, le memorie fotografiche dei gesti, delle azioni, dei dolori comuni dalla strada, oltre la finestra, sui marciapiedi. Rendendosi conto dell’unicità del tempo e dell’istante, presi come un dono. Scriverli coi versi vuol dire eternizzarli, combattere la morte e il nulla che non c’è, che c’è.

Ma Simic è maturo per non sprofondare nella nostalgia, come Whitman s’inchina a ogni cosa che appare nello specchio “per un istante / e mai più allo stesso modo”. Sembra benedire a volte tra le righe.

Come nella poesia che dà il titolo alla raccolta, Hotel Insonnia. Chi scrive è in una stanza buia, le ore piccole, ascolta e vede che cosa avviene: dentro, sul muro, ragnatele come cerimonie nuove, fuori un vecchio storpio che suona la stessa canzone, lo zingaro del negozio all’angolo che “va a pisciare dopo una notte d’amore”. E poi una volta “persino il singhiozzo di un bambino. / Era così vicino che per un attimo / pensai di singhiozzare io.” È come se fossimo tutti stretti a un filo resistente, tutti nella “lista dei caduti” che una donna scruta dopo la guerra.

Pare a volte irreligioso Simic, poi chiama il Dio in cui stenta a metter fede, e come Davide cerca un appiglio, prova a salmodiare. Chiede se è Lui che fa belli i fiori, Lui che provvede perché “gli agnelli non smarriscano la madre”. O se proprio di niente si prende cura, Dio, “terrificante assenza”. Ma continuando a cercare e scrutare spiragli nel posacenere, nelle crepe sul muro, drizzando la scopa verso il grande nemico, cattivo e violento “signor Non-vedo”.

 

Giorgio Casali