Charley

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Populismo, Gusto e Disgusto a Berlino.

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Tanta carne al fuoco questo Maggio per chi ha interesse per l’arte e un centinaio di euro da spendere in un volo low cost Milano (o Orio al Serio) – Berlino: è tempo di Biennale nella capitale dell’arte europea! Inoltre la Neue Nationalgalerie ospita una retrospettiva dedicata a Gerard Richter e, dulcis in fundo, due settimane fa in concomitanza del vernissage della Biennale c’è stato modo di dare un’occhiata alla Gallery Weekend (ovvero un fine settimana di incontri nelle gallerie più importanti di Berlino ad orari continuati fin dopo le 21:00) con exhibitions che potranno essere visitate fino almeno la metà di giugno.

Andiamo con ordine: nel weekend conclusivo di Aprile è stata inaugurata la settima edizione della Biennale d’arte di Berlino. Il titolo è “Forget Fear”, ed il suo contenuto è dichiaratamente politico. Il curatore di questa biennale, Artur Żmijewski, non si è fatto mancare nulla: un dossier-analisi sui problemi della gentrificazione, la sempre verde questione palestinese, le minoranze (etniche, politiche, terroristiche, ecc.), persino un intero piano dedicato agli indignados dal prevedibile titolo “Occupy Berlin Biennale”. Davvero, mai visto tanto becero populismo in così poco spazio. Non fraintendetemi, non sono le problematiche ad essere populiste (in parte si, ma se ne può discutere), ma, come sempre, le modalità con le quali se ne parla. E questa biennale non ne azzecca una, con un piattume ideologico e concettuale da orticaria. Un esempio tra i tanti, il progetto “Berlin-Birkenau” in cui l’artista Lukasz Surowiec trasporta alcune centinaia di piccole piante dall’area di Auschwitz- Birkenau alla sede della Biennale in Augustrasse a Berlino: la pianta come rinascita, come vita che nasce bella e forte in un territorio simbolo di morte e che viene trasportata nel luogo simbolo dell’arte: ovvero un museo. Bene, bravo, applausi scroscianti. Senza essere cattivo, il grande Joseph Beuys piantava alberi a Manhattan quasi quarant’anni fa con spirito artistico-ambientalista davvero innovativo (fu il fondatore del partito dei verdi in Germania tra l’altro). Farlo ora, e in questo modo, è patetico. Patetico come paragonare la bellezza di una donna ad un fiore: al giorno d’oggi l’equazione donna=rosa è la cosa più poeticamente trita che una persona senza immaginazione possa immaginare. Lo spirito ambientalista di Surowiec è allo stesso livello.

Altra cosa da brividi è la messinscena dell’occupazione della Berlinale. L’arte dovrebbe essere anticipatrice della realtà, guida raffinata agli aspetti meno banali, meno chiacchierati e studiati dai media. Quello che ci si ritrova davanti nella sezione “Occupy Berlin Biennale” è invece una deplorevole “copia estetizzzante” di quello che grossomodo si è visto a Zuccotti Park a New York a partire dal settembre 2011. Superficialità allo stato puro, e non è detto che la comicità sia tutta involontaria, alla luce delle foto dei manifestanti (quelli veri) che abbiamo imparato a vedere nelle prime pagine dei giornali, vestiti come zombie, truccati e pettinati come se fossero appena usciti dal video Thriller di Michael Jackson: e mi vengono in mente le immagini di Sogni D’oro, il bellissimo film di Nanni Moretti in cui Michele Apicella, l’alter-ego di Moretti, è un affermato regista italiano che vive le difficoltà nel partorire la sua seconda opera mentre un suo rozzo collega sforna un musical sul ’68. Ecco: il grande musical sulla crisi, oppure una mostra chiamata Occupy Berlin Biennale, è l’esempio perfetto di quanto l’arte abbia gli strumenti per essere peggiore della realtà, anche quando la realtà non è proprio il massimo. E Occupy Berlin Biennale ci mostra, credo involontariamente ma non è detto, che gli indignados dovrebbero indignarsi degli indignados, o perlomeno dell’immagine che è stata presentata dai media, premesso che questa immagine fosse sbagliata, premesso che dietro a quella immagine ci fosse qualcosa (ovvero che dietro alle frustrazioni ci fosse un qualche contenuto politico di rilievo).

Ribadisco: tanto cattivo gusto in un solo spazio è più unico che raro, e per di più la Biennale quest’anno è gratis; a tutti i curatori ed artisti modenesi consiglio vivamente la visita per studiare come non fare arte (e come non installare arte: sulla cattiva presentazione delle opere si potrebbe scrivere un secondo articolo).

Di tutt’altra pasta è invece PANORAMA, alla Neue Nationalgalerie, retrospettiva dedicata all’ultimo grande raffigurativo del XX secolo, Gerard Richter, che proprio lo scorso febbraio ha compiuto 80 anni. Auguri. Per chi non conoscesse l’opera di Richter, questa mostra fa al caso suo: nella sua banale ma efficace scelta di mostrare le opere cronologicamente, La Neue Nationalgalerie ci mostra chiaramente quanto Richter nasca come pittore iperrealista puro e solo attraverso l’attenta analisi dei colori, del campo visivo, dei limiti visivi umani, trasforma la propria tecnica creando dapprima quella patina che trasformerà il suo iperrealismo in ricordo fotografico, fino a saltare (attraverso anche i meravigliosi interventi su fotografia della fine degli anni 80) in quelli che poi sono gli ultimi capolavori, ovvero le grandi tele  astratte che tutto sanno essere fuorché realiste. Dal realismo all’astratto, dal bianco e nero al tripudio di colori, tutto nel segno di una qualità irraggiungibile, una consapevolezza delle problematiche ottiche profonda, e di soluzioni via via meno concrete ma sempre più affascinanti, una vera mistica dell’arte. E tutto in 50 anni. In una parola: immenso.

Infine, diamo un’occhiata al meglio della Gallery Weekend, ovvero le migliori proposte delle gallerie d’arte contemporanea a Berlino.

Partiamo con una grande della fotografia: Diane Arbus ospite alla Kicken Berlin: i suoi delicati ritratti dei “diversi”, i freaks di ogni genere, sono frutto della sua straordinaria capacità di immortalare la realtà più naturale e immediata (una foto a passeggio, uno scatto rubato ad una festa) in una sobrietà impeccabile: sembrano foto studiate a tavolino, in studio (come potrebbe fare un Jeff Wall) e invece sono scatti presi alla bell’e meglio: grandiosa.

Interessantissima se non innovativa installazione di Katinka Pilscheur alla Galerie Koal: una monumentale struttura in assi di legno ricopre internamente le pareti della galleria e sembra sorreggere l’intero edificio in muratura. Come dire: l’arte sorregge tutto, le gallerie d’arte primis. E non si dica che non è vero!

Alla blasonata Spruth Magers vanno in scena le opere video giovanili di Antony McCall, ben più conosciuto per le ”installazioni-luminose” (date un’occhiata su Google Immagini per farvi un’idea). Nelle sue video primi anni ‘70 riscontriamo invece una analogia tematica con Giuseppe Penone (nel suo voler modificare il corso della natura, la modifica sostanziale della realtà) e la Land Art. Parlando di videoartisti, menzione d’onore per la strepitosa installazione video di Gary Hill alla DNA (Die Neue Aktionsgalerie): gli arti di un essere umano sono stati filmati come se fossero schiacciati sulle pareti della galleria. Braccia, gambe, viso: tutto è gigante e soffocante, una mise en scène senz’altro riuscita.

Per concludere, un passo indietro alle forme d’arte più classiche: le belle sculture di Martin Eder (che considero forse il miglior pittore tedesco emergente) alla Galerie Eigen + Art, originali per la scelta del materiale (alluminio) e per la curiosa lavorazione (sembrano prototipi di robot futuribili, tra Robocop e i replicanti di Blade Runner), che fa da contr’altare alla banalità dei soggetti: teste umane. Nella pittura, oltre al già citato Martin Eder, una segnalazione per Klaus Liebig in mostra alla Galerie Michael Janssen: un Hyeronimus Bosch d’altri tempi, ossessionato da un divertito e leggero gusto kitch-pop anni 80 piuttosto che da mostri infernali, torture medioevali e sesso.

 

Pieralvise Garetti

 

 

Manifesto Reqvia

REQVIA – MOSTRA PERSONALE DI FRANCESCO BEVINI

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Cercando la parola “Graffiti” su Google, e selezionando la lista “Immagini”, la prima foto che viene presentata è la seguente. Ora, senza discutere della qualità estetica del soggetto in questione, vorrei soffermarmi sulla grafia in fondo all’immagine.

Agli occhi di un profano quale io sono in materia di graffiti, quella scritta sembra tanto riconoscibile nel suo font tipicamente graffitaro quanto incomprensibile. Come dire: capisco che è un graffito (e prevedibile), ma non riesco a leggere cosa c’è scritto.

Ho sempre fatto questa considerazione, guardando le scritte graffitare; ho sempre avuto una certa repulsione verso un ambiente che mi ha costantemente dato l’impressione di voler trasmettere una originalità che si traduce in autoreferenzialità; l’impressione di una involuzione dentro a crismi sempre più chiusi in se stessi, sempre più “graffitari”, fino a sfociare in una incomprensibilità che diventa puro esercizio e niente più. E pensavo che tutti i graffitari fossero così.

Mi sbagliavo. Qualche settimana fa, incuriosito dalla copertina del disco recentemente licenziato dalla band reggiana dei “Giardini di Mirò” (Good Luck, 2012, Santeria/Audioglobe), sono andato a scuriosare alla mostra personale dell’autore di quella illustrazione: il suo nome è Francesco Bevini, modenese, ed e’ non solo organizzatore di una rassegna internazionale di writing intitolata “Icone”, ma e’ lui stesso un writer.

La mostra, aperta il 7 Aprile, racchiude una serie di soggetti figurativi sulla scia della copertina che Bevini ha realizzato per i Giardini di Mirò: sei sono su carta e tre su splendide pale in legno.

È stato chiacchierando con lui che ho scoperto quanto le vie dell’arte (e dei graffiti in questo caso) siano infinite. La collezione di disegni su legno e carta qui proposta è la dimostrazione che l’evoluzione sul tema del font può essere tutt’altro che scontata: l’attenzione sui volumi dei caratteri trasformati a figure geometriche essenziali, la sobrietà formale nell’impostazione dei disegni, l’interesse verso un’armonia grafica, nelle sue opere è sorprendente.

I punti di riferimento di Francesco Bevini sembrano essere i suprematisti russi (ovviamente Kazmir Malevic su tutti) ma anche e sopratutto un certo gusto pubblicitario italiano anni 20 che ha avuto in Fortunato Depero una delle espressioni più alte. La sua forza sta proprio nell’amalgamare canoni estetici che non rientrano necessariamente nella cultura tradizionale graffitara, rendendo i suoi lavori particolarmente originali.

Se e’ possibile cogliere un punto dolente in questa mostra e’ forse la limitazione al mero soggetto figurativo. La forza dell’arte di Francesco Bevini credo possa andare oltre al semplice “ritratto geometrico” dove, banalmente, l’occhio e il naso aiutano lo spettatore a capire a cosa l’artista si stia riferendo.

La pulizia geometrica, il rigore delle forme e lo spiccato equilibrio grafico di Bevini, quando non limitati alla sfera raffigurativa (come ad esempio nel manifesto), dimostrano che l’artista modenese ha tutte le carte in regola per poter essere indicato in quella corrente di nuovi astrattisti come Tomma Abts o Peter Peri che negli ultimi anni stanno riscuotendo (chi piu’, chi meno) consensi.

Certamente il modus operandi di Bevini non contempla il gusto trompe l’oeil della Abst, che gioca costantemente sulla tridimensionalita’ delle figure geometriche salvo poi scardinarla e spiazzare visivamente lo spettatore, e manca pure delle mistiche geometrie spaziali di Peri: il gusto di Bevini e’ spiccatamente italiano (dicevamo prima di Depero), ma questa credo sia anche la sua forza. Ravvivare la propria identita’ culturale all’interno di nuovi linguaggi internazionali (in questo caso il graffito) senza tradire i crismi inevitabili della tradizione: nulla si puo’ chiedere di piu’ ad un artista caparbio.

 

Pieralvise Garetti

 

REQVIA – Mostra Personale Francesco Bevini

7-30 Aprile 2012 – Spazio Avia Pervia – Via Paolo Ferrari 51/A, Modena

Aperture: ogni mercoledì, sabato e domenica

A House is not a home

A House is not a home

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Di strada il design nei suoi primi centocinquanta anni ne ha fatta davvero tanta: dalla cucina economica con le sue tenere padelline (uno dei primi oggetti prodotti industrialmente su larga scala) che ha conquistato l’Europa nella seconda metà dell’ottocento, si è dato il via ad una serie di capovolgimenti, di rivoluzioni e di restaurazioni che hanno trasformato nel bene e nel male il modo di concepire l’arredo e le sue funzionalità.

Il design infatti nasce quando la grande produzione industriale sposa le cause dell’arte e dell’estetica: ma quale estetica? quale arte? Nella moltitudine di stili e correnti artistiche a cui attingere, l’immaginazione dei designer ha portato a teorizzare tutto il contrario di tutto: e si arriva a casi limite in cui l’oggetto di design non ha più nulla a che fare con un prodotto lavorato industrialmente, come nel caso della poltroncina di Mies Van Der Rohe per il padiglione tedesco all’esposizione universale di Barcellona del 1929, che sembra agli occhi di chiunque un tipico oggetto di stampo industriale ma che in realtà ha nei due ferri che si incrociano una lavorazione che è il massimo dell’artigianale.

Oggi, dopo che arte e produzione industriale sono andati bene o male a braccetto, a volte scalciandosi tra di loro, altre interpretando univocamente una certa visione del mondo (ad esempio Bauhaus, De Stijl, o più recentemente, Memphis Milano), una nuova sfida si scorge all’orizzonte: il design contemporaneo non può più accontentarsi semplicemente di realizzare oggettistica esteticamente accattivante ad uso e consumo della società, ma deve anche essere ecosostenibile. Non più solo bella, non più solo accessibile a tutti, ma anche a basso impatto ambientale.

La questione è interessante, e ne è una prova la mostra “A House is not a Home –  Design, Gardening, Ecologia, Sostenibilità” allo Spazio Gerra di Reggio Emilia (fino al primo Aprile 2012), frutto della collaborazione tra 6 diversi designer che hanno progettato sei possibili interpretazioni di uno spazio domestico nell’obiettivo di una nuova vita a risparmio energetico dentro le mura di casa. E quindi si passa dall’orto in 3m quadrati di Giovanni Masini, alla casa di paglia di Francesca Davoli, al salotto ecologista di LASCIAlaSCIA dal titolo scimmiottante Van Der Rohe “Junk is more: eco- living room”.

La visione del mondo prodotta dai sei è piuttosto chiara e univoca, e nulla è lasciato al caso: dall’orto, alle mura esterne (in legno e paglia) ed interne (in cartone), e poi il soggiorno, l’area relax e le zone di passaggio: tutto è stato arredato con scrupolo e attenzione nel principio dichiarato del recupero di materiali preesistenti e utilizzo di altri assolutamente naturali (legno, paglia, o il fogliame dell’accogliente riparo ideato da Venus et Milo).

Una mostra ordinata e coerente dunque, ma forse tutta fuori fuoco rispetto alla questione a cui il design contemporaneo sta cercando di dare risposta, ovvero quello di una vera ecosostenibilità.

L’ecosostenibilità infatti è intesa come principio per il miglioramento della produzione dell’oggettistica di design, dunque dal disegno industriale fino alla progettazione e produzione industriale vera e propria, e non come mero recupero di materiali preesistenti. Non dunque, per fare un esempio concreto possibile, il riutilizzo creativo del cartone che la fantasia di un designer trasforma in mura (verosimilmente in pezzi unici), ma la progettazione, a partire dalle tecniche di lavoro (ad esempio senza l’utilizzo di prodotti chimici o plastiche dannose per l’ambiente) per la trasformazione a livello industriale di tonnellate e tonnellate di carta e cartone per farne, ad esempio, carta riciclata riutilizzabile come carta da parati.

Il tema del riutilizzo così come è stato promosso allo Spazio Gerra è senz’altro cosa buona e giusta, a maggior ragione quando l’estro creativo di un designer trasforma, ad esempio, un paio di dozzine di grucce di filo metallico in un leggero e futuristico lampadario da soffitto (prodotto da LASCIAlaSCIA); ma certamente non è una novità, dal momento che si parla di Junk Art in ambito artistico a partire dagli anni 60 e di una sua traduzione in ambito di design a partire dai primi anni 90 (un esempio sono i tentativi, spesso e volentieri mal riusciti, ma comunque degni di nota, del Tacheles di Berlino). Quel che si vuol dire è che di cornici in legno grezzo, o pallet rielaborati in sedute, o bottiglie in vetro riadattate in vasi ne abbiamo già visti in tutte le salse.

E se non volessimo prendere in considerazione i molti lavori di design presenti in mostra sul tema del riutilizzo, e guardassimo ai soli pochi progetti di vera e propria ecosostenibilità, emergerebbero i limiti di un approccio che non evidenzia nessun passo avanti nel miglioramento della produzione industriale a basso impatto ambientale.

Un esempio sono, come anticipato prima, le mura in legno e paglia, degne delle migliori favole dei fratelli Grimm o della tradizione edile giapponese almeno fino al XIX secolo. Quale novità c’è nella costruzione di mura in legno e paglia? Quale effettivo miglioramento tecnologico si apporta ad un processo industriale che conosce il mattone e il cemento? Per rispondere seriamente alla questione sulla ecosostenibilità sarebbe opportuno lavorare su nuovi materiali che sfruttano le caratteristiche positive di mattone e cemento senza rischiare un eccessivo inquinamento dell’ambiente. Nuove tecnologie dunque, questa è la risposta! Nuove tipologie di cementi, nuove plastiche, nuovi materiali, non la paglia. Passi avanti, non indietro. Certamente è una bella sfida, ma credo che questa sia l’unica via per poter imporre significativamente sul mercato prodotti a inquinamento zero senza perdere in qualità ed estetica. E sebbene la mostra sia comunque piacevole e consigliata, di questa attitudine allo Spazio Gerra non se n’è trovato traccia.

 

Pieralvise Garretti

 

A House Is Not A Home: Design, Gardening, Ecologia, Sostenibilita’
Fino al 1 Aprile 2012
Spazio Gerra, Piazza XXV Aprile 2. Reggio Emilia
Orari: martedi’, mercoledi’, giovedi’, venerdi’, sabato, dalle 10.00 alle 13.00. Domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00.
Apertura serale: mercoledi’, venerdi’ e sabato dalle 18:00 alle 23:00.
Lunedi’ chiuso.
 
 

ARTEFIERA

Charley: ALCUNE NOTE SU ARTEFIERA SENZA PARLAR D’ARTE

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L’ultimo weekend di Gennaio, come ogni anno, la citta’ di Bologna ospita Artefiera, la fiera d’arte piu’ popolare e conosciuta in Italia. Una fiera d’arte e’ un momento di incontro tra gallerie private e pubblico: l’obiettivo e’ vendere. La fiera si struttura in questo modo: le gallerie interessate a partecipare spediscono la documentazione su come verra’ disposto lo stand e quali artisti saranno presentati. La commissione della fiera valuta poi gli stand piu’ meritevoli e decide quella scrematura che porta a costituire la lista delle gallerie ospitate dalla fiera. Gallerie ospitate si, ma non a titolo gratuito: ogni gallerista deve pagare in un primo tempo un ammontare che varia dai 100 finanche 500 euro per essere presa in considerazione dalla commissione (valutazione dello stand), ed in un secondo tempo, qualora la galleria fosse scelta, il costo dello stand vero e proprio, prezzo che si aggira nelle migliaia di euro ma che ad onor del vero non posso indicare con precisione.

Il problema dell’eccessivo costo delle fiere e’ lamentela diffusa tra i galleristi. Difficile economicamente poter partecipare a queste, ancor meno pero’ pensare di rimanerne fuori. Il fatto e’ che le fiere oggi sono il vero momento propulsore dell’attivita’ economica di una galleria. Parteciparvi significa visibilita’, aumento di contatti (operatori nel settore) e clientela (collezionististi) e, come dicevamo, vendite. Rimanerne fuori dunque e’ scelta, per non dire impossibile, altamente rischiosa.

Questa breve introduzione e’ stata necessaria per giungere alla domanda che risolve questa seconda puntata di Charley: e’ Artefiera Bologna ancora oggi una fiera importante? Scopriamo davvero l’arte contemporanea di oggi andando a Bologna nell’ultimo weekend di Gennaio?

Rispondere a queste domande richiede di porre nuovamente sul piatto le tre principali figure poc’anzi presentate: Pubblico, Gallerie, Organizzazione della Fiera. Il pubblico sinceramente interessato all’arte (e all’acquisto di questa) visita le fiere ospitanti le grandi gallerie internazionali che rappresentano gli artisti piu’ importanti e meritevoli; le gallerie internazionali selezionano le fiere che garantiscono una grande affluenza di pubblico e (si spera) vendite significative. Le fiere selezionano come gia’ detto a partire dalla presentazione dello stand, ma attuano anche opere di convincimento nei confronti di quelle gallerie importanti che non sono interessate a partecipare a quella particolare fiera: l’obiettivo per l’organizazione della fiera e’ accrescere il proprio pubblico. Questo particolare tridente, una sorta di cane che si morde la coda, porta sulla media e lunga distanza a riconoscere una fiera importante da una in declino.

Ed Artefiera e’ piu’ che mai una fiera in declino. Una semplice “prova del nove” che possiamo fare per capire come l’arte contemporanea piu’ blasonata sia lontana dalle due torri, e’ guardando banalmente agli artisti che espongono nei musei piu’ importanti al mondo. Facciamo un esempio: la scorsa puntata abbiamo parlato di Cattelan e della sua retrospettiva al Guggenheim. Catellan e’ un artista che viene celebrato da un museo importantissimo e che e’ stato venduto e viene venduto attraverso gallerie. La galleria che rappresenta Maurizio Cattelan in Italia e’ la celebre Massimo De Carlo di Milano. Era la Galleria Massimo De Carlo ad Artefiera a Bologna? No.

Con questo non si vuol testimoniare che la qualita’ vada di pari passo con i nomi delle gallerie piu’ blasonate, ma che vi sono gallerie che negli ultimi 15-20 si sono imposte significativamente nel panorama internazionale e che snobbano il capoluogo bolognese. I grandi assenti tra le gallerie giovani e oramai internazionali, e parlo solo del panorama italiano, sono la Galleria Kaufmann Repetto e Galleria Nero di Milano, Magazzino e Monitor di Roma, T293 di Napoli, Franco Noero di Torino, per citarne alcune. Queste gallerie rappresentano artisti che hanno saputo raccogliere consensi ed interesse internazionalmente nell’ultimo decennio, e che non sono interessate al collezionismo bolognese, mentre partecipano a fiere importanti e conosciute come Art Basel Miami, Frieze, Liste, Armory, e molte altre. Tutto questo per dire che poter incontrare belle opere in fiera a Bologna e’ cosa ragionevole ed espressione del gusto estetico e dei giudizi personali di tutti noi; ma che a Bologna si veda lo Zeitgeist del mondo dell’arte e’ tutto da dimostrare.

 

Pieralvise Garetti

Charley

TUTTI, MA NIENTE: Cattelan non brilla al Guggenheim

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Quando Alessandro Poggi mi chiese di ragionare su come presentare sulle colonne di Concretamente Sassuolo una rubrica sull’arte, rubrica che nasce con l’idea di sondare l’interesse dei lettori su questa materia, tanto apparentemente incomprensibile quanto straordinariamente vicina alla vita di tutti noi, pensai a qualcosa di semplice ma non banale, stimolante ma (si spera) mai lezioso. E pensai a Charley.

Charley e’ un’opera d’arte contemporanea di Maurizio Cattelan, senz’altro il piu’ celebre artista italiano degli ultimi 20 anni. Charley e’ un pupazzo che guida un triciclo (radiocomandato) e che girovaga incuriosito tra le sale di una mostra. Charley e’ ai nostri occhi famigliare, domestico, e inquietante allo stesso tempo: naviga sicuro tra i corridoi del museo come se fosse a casa propria, ci fa sorridere e  sentire a nostro agio come se il museo non fosse un museo, come se l’atmosfera barbosa e pettinata che il servizio di sicurezza si ostina a mostrare, d’un tratto venisse meno. Al contempo pero’ Charlie ci inquieta per il chiaro rimando al piccolo Danny di Shining, il magistrale horror di Stanley Kubrick dove il protagonista, spinto dalla voglia di giocare e da una piu’ che naturale curiosita’, ci guida angosciati per l’Overlook Hotel, luogo di misteriosi accadimenti ed efferati omicidi, noncurante di cio’ che potrebbe incontrare dietro l’angolo.

L’intento della rubrica e’ fare proprio come Charlie: girovagare tra i musei di arte contemporanea (e non) con gli occhi di un bambino; la curiosita’, l’ingenuita’ di scoprire, senza arroccarsi dietro frasi fatte quali “l’arte non si capisce” ogni qualvolta ci si trovi davanti all’inusuale.

Perche’ l’arte e’ comprensibilissima, basta volerlo. Nessuno nasce imparato, ed e’ per questo motivo che la rubrica vuole fare un passo indietro e tornare bambini. Esperire per poi capire, come fa Charlie con il suo triciclo. E magari rimanere stupiti di quanto a volte le opere d’arte possono emozionarci nel modo piu’ diretto, toccando le corde dei sentimenti piu’ puri: la felicita’, la malinconia, la vertigine, la forza, l’aleatorieta’, la paura, la pace.

Charlie sara’ una rubrica a cadenza mensile e provera’ ad informarvi su cio’ che vi e’ di piu’ interessante nel panorama artistico italiano e internazionale. Charlie parlera’ di quel che gli va’: un’importante retrospettiva museale, una biennale, una bella esibizione in una galleria, ma anche una pubblicita’, o un fumetto, o dei palloncini che il clown sapientemente trasforma in giraffe. E questo proprio perche’ con gli occhi di un bambino tutto puo’ diventare magico e meritevole di essere raccontato.

Questo primo numero e’ dedicato all’artista di cui sopra, ispiratore del titolo della rubrica: Maurizio Cattelan. Proprio in questo mese di gennaio 2012 va’ a concludersi al Guggenheim di New York la piu’ importante retrospettiva ad oggi dedicata al celebre artista italiano, che pare anche essere l’ultima mostra di Cattelan, dal momento che lo scorso primo aprile ha dichiarato di non voler piu’ fare l’artista e di volersi dedicare ad un nuovo progetto, Toilet Paper, rivista di fotografia.

Il titolo della mostra e’ “All”, e racchiude tutte le opere che l’artista padovano ha prodotto nella sua carriera, dagli esordi con la galleria Neon Campobase di Bologna nei primi anni 90 fino alla consacrazione avvenuta con la galleria Massimo De Carlo di Milano e Marian Goodman di New York. 130 opere circa (mancano all’appello due soli pezzi che i proprietari si sono rifiutati di concedere), esposte in modo a dir poco inusuale: anziche’ essere mostrate nella celebre passeggiata del museo, le opere sono state appese al soffitto attraverso cavi di acciaio lungo tutto l’androne centrale, cosi da obbligare i visitatori a guardare verso l’interno anziche’ verso le mura dove le opere vengono solitamente esposte.

L’originalita’ della mostra e’ in effetti tutta qui: invitato dalla direttrice del Guggenheim Nancy Spector a realizzare la piu’ importante mostra della sua vita, Cattelan decide di non confrontarsi apertamente con Frank Loyd Wright, l’architetto che ideo’ quelle pareti circolari che resero il museo cosi’ ostico per artisti e curatori a venire. Una scelta senz’altro coraggiosa, provocatoria e curiosa; ma con un presupposto cosi’ ideologico, quale puo’ essere la fruizione ottenuta dal semplice visitatore che niente sa di Cattelan?

Il risultato non e’ sicuramente soddisfacente. Le opere cosi’ appese come salsiccie dal macellaio perdono tutta la loro forza identificatrice: il pupazzo di Hitler pregante cosi’ appeso ricorda un angioletto del presepe, il pinocchio suicida una specie di superman volante, e molte altre opere hanno necessitato di strutture (basi, pannelli) per poter essere appoggiate e rese in un certo qual modo comprensibili (il papa colpito dal meteorite). Dunque, nel loro essere provocatoriamente appese e’ stato dovuto dare loro un appoggio, una struttura, un piano su cui essere poste, cosi’ come sarebbe accaduto se fossero state lasciate semplicemente a terra.

La risposta data da Nancy Spector a queste critiche e’ presto detta: la mostra non deve essere intesa come una vera retrospettiva (sebbene con retrospettiva si intenda una mostra che racchiude grossomodo tutta l’opera di un artista, e dunque la definizione calza perfettamente con l’espozione di Cattelan), bensi’ come una nuova ultima opera dell’artista Maurizio Cattelan che racchiude tutte le precedenti.

In questo senso pero’, l’unico valore intrinseco che questa nuova ultima opera totalizzante ci mostra e’ una serie infinita di oggettistica colorata, desiderabile, ma anche innocua ed effimera. Un po’ come quando ci si trova in un negozio a provare tante sciarpe dai colori sgargianti e si vorrebbe comprarle tutte perche’ li’ appoggiate sullo scaffale tutte insieme ci intrigano, ma allo stesso tempo comprendiamo l’insensatezza. Il Guggenheim negli ultimi 3 mesi si e’ trasformato in un grande negozio di giocattoli: bello pensare di voler possederli tutti, ma a poco a poco si realizza che cio’ che si voleva tanto erano solo pupazzi (video).

 

Pieralvise Garetti

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