Charley
Il punk è morto! – lunga vita al punk!
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A partire dalla fine degli anni zero, il Costume Insitute, branchia del Metropolitan Museum di
New York, ha inanellato una serie di mostre dedicate alla moda più contemporanea. L’intento,
ovvio sebbene non dichiarato, è quello di poter intercettare un target di visitatori diverso da
quello che solitamente passeggia tra i saloni di questo grande museo. Non che prima il Costume Institute non organizzasse mostre al MET: ma certamente erano meno accattivanti,
peggio organizzate, meno pubblicizzate, meno inclini ad un
pubblico giovane. Dalla
acclamatissima retrospettiva dedicata ad Alexander
Mcqueen (qualcuno mi può spiegare perché se uno stilista inglese utilizza delle piume per costruire un abito dal sapore elisabettiano allora è un genio, mentre se Lapo mi riveste un
frigorifero con del jeans allora è un pirla?), passando alla mostra su Schiapparelli e Prada, il Costume Institute questa primavera mette in scena una mostra dallo spessore curatoriale inversamente proporzionale al contenuto. Và in scena quel che resta del punk.
La mostra “Punk: from chaos to couture” parte dalle visionarie collezioni di metà anni settanta della stilista inglese Vivienne Westwood (con la divertente replica del negozio Seditionaries Boutique di Kings Road a Londra, dove la Westwood cominciò la propria carriera) per approdare alle più recenti divagazioni su cosa sia punk oggi.
Nello specifico vengono analizzate in quattro diverse sale, ciò che la moda contemporanea ha saputo imparare e reinventare di quella stagione: i materiali sintetici (Alexander Mcqueen), i sacchi dell’immondizia (Moschino), la plastica (Maison Martin Margiela); le borchie gli spilli e inserti metallici di ogni tipo (Riccardo Tisci per Givenchy, ma anche Versace e D&G); gli strappi e la destrutturazione dei capi (Rei K
awakubo per Comme des Garcons).
C’è la musica dei Suicide, dei Sex Pistols, dei Television; grandi video mostrano Sid Vicious, i concerti al CBGB (c’è inoltre una replica di dubbio gusto dei bagni dello storico locale di NYC), campeggia una scritta lossy (?!?) che recita NO FUTURE, e l’ultimo manichino prima di approdare al bookstore ti mostra il medio. Ci sono t
utti gli ingredienti per un divertentissimo e frivolo entertainement, ovvero l’unica cosa che gli americani sanno fare davvero bene. C’è l’atmosfera giusta, una perfetta impostazione scenica, le luce da club notturno; è tutto talmente perfetto e patinato che, ovvio, dell’attitudine punk più vera (leggasi anarchia) non vi è nemmeno l’ombra. E francamente non c’è da meravigliarsi. Del punk quel che è rimasto non è nient’altro che l’effimera, stravagante e ridicola estetica che ne è derivata. A volte ironica, senz’altro scandalosa (più per finta che p
er davvero), la moda ha sopravvissuto al movimento perché il costume sa stracciarsi dell’anima che lo produce, pur mantenendo le vesti. Ancora ricordo quando, sarà stato l’autunno del 2000, da buon frequentatore dell’Oasis Club di Sassuolo, vidi una ragazza con una maglia dei Ramones di due taglie più grandi del dovuto, lasciare la pista da ballo, schifata, sulle prime note di
Sheena is a punk rocker (storico pezzo dei Ramones ndr). C’era qualcosa in tutto ciò che non andasse? Avrebbe potuto dire quella ragazza: mi piace la maglia dei Ramones e mi fa schifo la musica dei Ramones! Al sottoscritto ad esempio piace la musica dei Ramones e fa schifo la maglietta
dei Ramones. Cos’è, sono io il punk ora? Non scherziamo.
Il punk vive, ancora oggi, ma quel che vive sono le borchie. Magari se il punk vive così, per qualcuno trattasi di zombie. Le potete trovare ovunque, a prezzi scontatissimi nei grandi negozi di abbigliamento. O nei piccoli negozietti chic del centro città. O nell’outlet che preferite. Sono dappertutto. Io ad esempio li ho trovati da Top Shop, sulla Broadway a New York, poco dopo aver visto la mostra. Eccone una foto.
Pieralvise Garetti
©2013 Concretamente Sassuolo Twitter Facebook
Vanita: decisamente il mio peccato preferito.
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Charley non è indifferente a quello che sta avvenendo in questi ultimi mesi nella politica italiana. La scorsa settimana abbiamo tutti noi assistito all’apice di un drammatico e imprevedibile crescendo, che ha portato alla divisione all’interno del maggiore partito del centro sinistra italiano; né più né meno di quanto è accaduto, con modalità senz’altro differenti, ma con risultati ugualmente drammatici, nel 2010, al maggiore partito di centrodestra. Questi due accadimenti non hanno solo dimostrato che bipartitismo non è bipolarismo, ma soprattutto che unirsi forzosamente costa la propria identità, la propria storia: quella di ognuno di noi. Inoltre, non è detto che ripaghi necessariamente; ancor peggio, educa ognuno di noi a pensare che qualsiasi ulteriore compromesso sia inaccettabile, impensabile, impossibile, a costo della propria morte, e ciò proprio perché compromesso è già lo status originario in cui ognuno di noi, perso senza la sua identità, e la sua storia, vive.
Nulla di nuovo sotto il cielo di Roma: è il ripetersi incessante del medesimo accadimento, che la storia ci ha insegnato, che l’arte ha immortalato, e che l’uomo nonostante tutto perpetra ancora, perché in fin dei conti siamo ANCHE fatti così.
Duemila anni fa, a Roma, accadeva lo stesso. Qualcuno, cinquecento anni fa, ce lo ha ricordato. Oggi, è tutto in un link.
http://www.youtube.com/watch?v=dF1MZP1Z2OY
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Pieralvise Garetti
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Dalla Dolce Vita ai Cafonal: tentativo di sdoganamento artistico dei paparazzi e del fotogiornalismo italiano attraverso la Pictures Generation.
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A poche settimane dalla scomparsa del fotografo italiano Gabriele Basilico, noto internazionalmente per i suoi austeri dossier sull’architettura moderna e sull’urbanistica in generale, Charley va contro corrente e racconta un’altra storia, ovvero quella dei fotografi meno celebrati dall’Intelligencija italiota, ma tanto cari al vasto pubblico italiano: i paparazzi.
Il mio azzardo è il seguente: il paparazzo anni 60, emblema del fotografo pop, è l’ignaro anticipatore della Pictures Generation che alla fine degli anni 70 celebrò, questa volta con coscienza, la fine della fotografia moderna. Il risultato di questa rivoluzione concettuale è doppio: un diverso approccio passivo nella fruizione della
fotografia da parte del pubblico, e un diverso approccio, attivo, dei vip o dei presunti tali nel presentarsi davanti all’obiettivo fotografico. Ne deriva il passaggio dalla naturale genuinità della Dolce Vita alla naturale costruzione artificiosa dei Cafonal.
Andiamo con ordine: nei primi anni 80, mentre Gabriele Basilico si fa notare per i suoi reportage sulle zone industriali milanesi, negli Stati Uniti imperversa una nuova corrente artistica che lavora sull’immagine fotografica in modo totalmente
non convenzionale. Stilisticamente si direbbe che questi artisti hanno poco in comune, ma questo perché lo stile non è il punto focale della loro azione: c’è chi fa foto di altre foto (Sherrie Levine), chi si auto fotografa perennemente attribuendo al proprio corpo stereotipi diversi (Cindy Sherman), chi le foto le ruba apertamente (Richard Prince). Nel 1977 la mostra Pictures all’Artist’s Space di New York (da qui il nome Pictures Generation) celebra al grande pubblico americano questi nuovi artisti che manipolano la fotografia lavorando concettualmente sul valore stesso del supporto, dell’immagine, del concetto di vero e reale automaticamente attribuito ad esso, e della finzione che ne può derivare.
Vent’anni prima, i paparazzi a Roma fotografavano gli anni 60, la Dolce Vita e le sue feste, gli amori, gli
scandali. Quel pruriginoso desiderio di massa di conoscere in ogni sua sfaccettatura la vita dei divi del cinema e della televisione impose un cambio perentorio nella divulgazione dell’informazione a mezzo stampa. Già Andy Wharol capì questo concetto, sui cui impostò praticamente tutta la sua carriera: l’idea, ovvero, che la popolazione americana (ma anche italiana) non desiderasse altro che un bombardamento costante, multicolorato, superficiale, di immagini dei propri miti. A quel tempo però, su tutto si poteva dubitare, ma non che non una fotografia non fosse vera, che Marilyn non fosse Marilyn.
Sono passati 26 anni dalla mostra Pictures, e da allora la crisi del supporto fotografico unanimemente inteso
è chiara e conclamata. La crisi è da ritenersi sia tecnica che di contenuto. Per intenderci sul punto di vista tecnico, basterà dire una parola: photoshop; oggi la finzione è diventata strumento imprescindibile nella lavorazione di una fotografia, e la digitalizzazione delle informazioni ne è stato il propulsore. Nessun moralismo, ma una foto di David Lachapelle o Jeff Wall non è una foto di Luigi Ghirri.
Il punto su cui vorrei focalizzarmi è però il secondo, ovvero crisi di contenuto. La domanda è la seguente: può la finzione nella fotografia nascere non solo dentro la fotografia
(photoshop) ma anche di fronte all’obiettivo fotografico, ovvero nei comportamenti, nei gesti, nelle pose, dei fotografati?
La risposta è negli scatti di Umberto Pizzi, uno degli storici paparazzi della Roma felliniana, ma anche della più recente Roma Cafonal: con le sue fotografie ha immortalato due stagioni straordinarie nel loro essere specchio di un particolare periodo storico. Da una parte il boom
dell’Italia anni 60, una Italia che solo recentissimamente aveva imparato a godere della vita e a divertirsi: sono scatti teneri e goliardici, immortalati in un bianco e nero sobrio ed elegante, che raccontano un tempo che non c’è più. Ho scelto alcune foto, tra le quali Jackie Kennedy seduta con il figlio sugli scalini di un celebre calzolaio di Anacapri; un Walter Chiari più che mai guascone alle prese con donne (lei pare divertita) e motori; un imprevedibile scatto del Baudo nazionale marpionissimo in compagnia
di una splendida Ilona Staller; sono tutte foto che dicono e non dicono, che nella loro apparente sobrietà lasciano intendere sempre qualcosa in più, e che allora senz’altro scatenavano le fantasie dei lettori e delle lettrici di riviste rosa.
Dall’altra parte, Umberto Pizzi è stato testimone anche di una seconda fase: quella della decadenza del gusto italiano, la fine di un certo modo di porsi davanti all’obiettivo e il tramonto di un certo modo di saper stare al mondo. È il cafonal. Pizzi ritiene che la foto al sedere di Francesca Thyssen, in una serata di gala a Venezia nel 1991, sia l’inizio della fine. Dopo questo, assistiamo ad una Italia cialtrona, senza idee né contenuti, neppure quando si tratta di divertirsi. Spesso non si tratta nemmeno di foto rubate, ma del sacrosanto desiderio di un certo tipo di società di presentarsi e promuoversi in un certo modo (vedi la foto a Michela
Romanini). La celebre foto di Silvana Pampanini che se magna la fettazza de crudo è l’emblema di chi, ben cosciente di essere fotografato, si mostra forte dell’artificiosità del suo gesto (non credo che Silvana Pampanini seduta a tavola a casa sua si metta a mangiare il prosciutto in quel modo); ma è così che si finisce su Novella 2000.
Ritengo le foto delle magnate colossali dei vip e pseudo vip a la Silvana Pampanini un capolavoro buzzicone senza precedenti, e Umberto Pizzi il più grande fotografo italiano dopo la rivoluzione della Pictures Generation: Cindy Sherman costruiva con la macchina fotografica momenti di società tipicizzata; Umberto Pizzi ha fotografato una società più vera del vero, naturalmente, automaticamente, tipicizzata nei sui clichè.
Pieralvise Garetti
©2013 Concretamente Sassuolo Twitter Facebook
Fluxus a Reggio Emilia: quando una mostra, seppur bella, non ha senso di esistere
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In Italia le celebrazioni per i 50 anni del movimento Fluxus (1962/2012) non sono mancate: tanti gli appuntamenti in tutto lo stivale, da Venezia (Fondazione Prada), a Verona (Contemporanea Verona), ad Asolo (Asolo Art Film). Anche l’Emilia non dimentica di celebrare questo importante momento e lo fa, giustamente, a Reggio Emilia, una delle città Fluxus per eccellenza grazie all’importante lavoro negli anni settanta di Rosanna Chiessi e della sua casa editrice Pari e Dispari.
Nella splendida cornice di Palazzo Magnani, va in scena una retrospettiva “in grande stile”: quasi 250 tra opere, multipli, stampe, documenti, poster, che vanno dai primi anni 60 fino ai giorni nostri, scomodando le menti più importanti del movimento (Yoko Ono, John Cage, il fondatore George Maciunas, La Monte Young) fino agli ultimi artisti (Ben Patterson), meno celebrati ma assolutamente significativi per far capire anche ai neofiti cosa vuol dire essere, oggi, artisti Fluxus.
Il movimento Fluxus nasce prima del 1962, al 112 di Chamber Street di New York
. Nel loft di Yoko Ono vanno in scena concerti sperimentali organizzati da La Monte Young, a sua volta ispirati dalle fondamentali conferenze di Darmstadt sulla Composizione come processo di John Cage, del 1958. Tra i presenti ai concerti di Chambers Street anche uno sfortunato (fino ad allora) gallerista dell’Upper East side, che con Fluxus avrà la sua chance per rifarsi: George Maciunas. Sarà infatti la sua AG Gallery, al 925 di Madison Avenue, e il suo Fluxus Manifesto, datato proprio 1962, a costituire quel collante tra artisti particolarmente eterogenei tra loro che diventeranno poi l’embrione del Gruppo Fluxus. Ma prima di questo, concerti, performances, azioni: gli esordi di Fluxus avevano valenza altamente dissacrante e
ironica contro il “Sistema Arte”, troppo votato alla mercificazione e al desiderio dell’oggetto feticcio. Fluxus al contrario propone “l’esperienza del momento” al centro dell’arte: meglio se collettiva, meglio se semplice ed immediata, meglio se divertente e leggera, perché Fluxus persegue obiettivi sociali, non estetici.
Tutto questo, molto presto, finirà. Ma nessuna delle mostre su Fluxus ve lo dirà mai. E questo perché Fluxus era, nei primissimi anni 60, l’antitesi esatta di una mostra. Certo, gli organizzatori, i commentatori, potranno sempre dire che Fluxus nel tempo è mutato, che Fluxus si è evoluto, che Fluxus non si può ingabbiare con facili sistemi di ragionamento, che Fluxus può essere, ed è, contradditorio.
Credo invece che sia troppo facile ragionare così. Certamente, i primi a contraddire il pensiero Fluxus furono gli stessi artisti della corrente, basti pensare a quanto Fluxus fosse alla nascita contro la mercificazione dell’opera d’arte e quanto poi lavorò in multipli, molti presenti (ovviamente) anche in mostra; ma questo non è e non può ritenersi sufficiente a giustificare una qualunque mostra su Fluxus, come questa a Palazzo Magnani, che sia la risultante di più o meno interessanti, più o meno feticcio, oggetti, cose, multipli che idolatrano quel particolare periodo. Celebrare Fluxus con delle scartoffie attaccate al muro sa di vecchio, di polveroso, di noioso, di stucchevole, e non è Fluxus; e mi spiace che le mostre fin qui proposte (anche in passato) non mostrino qualcosa di diverso. Sarei però ingiusto a non ammettere la presenza a
Palazzo Magnani di due tentativi di esposizione (uno mal riuscito, l’altro efficace) con “attitudine Fluxus”: la riedizione della prima mostra Fluxus all’AG Gallery (completamente al buio perché a suo tempo staccarono la luce all’insolvente Maciunas) e la divertentissima Round round it goes where it stops nobody knows sulla scala a chiocciola del museo.
Sfortunatamente, la bellissima Skywatch Ladders di Yoko Ono è inutilizzabile. Salire su quelle scale con i piedi e guardare il cielo (o i bellissimi soffitti di Palazzo Magnani) sarebbe una felice azione Fluxus: guardare le scale girandoci intorno non lo è affatto (andarlo però a spiegare all’Archivio Bonollo, fortunato proprietario di quasi tutte le opere in mostra, non credo sarà facile: e qui si ritorna come un cane che si morde la
coda, alla questione della mercificazione dell’oggettistica Fluxus e all’inevitabile valore economico che ne sopraggiunge).
In definitiva, non sempre una mostra è il modo migliore per capire un movimento artistico, un’avanguardia, come Fluxus. Come comportarci allora? Il modo più semplice è probabilmente leggere “Grapefruit” di Yoko Ono. Forse la cosa più Fluxus al mondo. Inoltre, una cosa che la mostra non dice è la grande affinità che esiste tra Fluxus e la cultura Zen. Se avete voglia di leggere qualcosa su questo argomento, non dovrebbe essere difficile trovare qualche libro a riguardo. Dopotutto, quando si parla di arte concettuale niente è più pulito e preciso della parola, dunque per giungere al concetto il libro aiuta più di qualsiasi altra cosa.
A proposito di libri, ricordo di aver letto che quando Yoko Ono incontrò per la prima volta John Lennon, fu durante una mostra di lei nel 1966: chiedeva ai presenti di pagare 5 scellini per piantare un chiodo al muro. Ono, ignara di chi fosse John Lennon, chiese a questi i 5 scellini. Lennon, colpito dal fatto che Ono non sapesse chi lui fosse, e senza un soldo in tasca, chiese di poter piantare un chiodo immaginario al muro per 5 scellini immaginari. Ono accettò. Questo è spirito Fluxus. Quando la guerra in Vietnam finì, gli ormai fidanzati Lennon e Ono tappezzarono la città di New York di manifesti con scritto War is Over! If you want it – Happy Christmas from John e Yoko. Anche questo è spirito Fluxus.
Pieralvise Garetti
SCHEDA DELLA MOSTRA
WOMEN IN FLUXUS & Other Experimental Tales
Eventi Partiture Performance 1962-2012
10 novembre 2012 / 10 febbraio 2013
Palazzo Magnani Reggio Emilia
Orari: dal martedì al venerdì 10.00 -13.00 / 15.30 – 19.00
Sabato, Domenica e Festivi 10.00 – 19.00
Chiuso lunedì
Per informazioni e prenotazioni:
Palazzo Magnani, Corso Garibaldi 29
Biglietteria Tel. 0522 454437
Email. info@palazzomagnani.it
©2013 Concretamente Sassuolo






