ConcretaBook
In gran segreto – di Giorgio Bassani (1978)
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“La vita è musicale, si sa. Sui suoi temi fondamentali, sulle sue frasi più intense, non ama indugiare”.
Il bolognese Bassani, come tutti gli artisti soggiogati dal fascino delle proprie terre, non fu un gran scrittore solo perché fu scelto per la prefazione a Il Gattopardo, ma in gran parte perché fu un poeta di quelli veri, nostalgico, confidenziale, discreto, pragmatico. Non manca niente. E’ l’affezionato nome del casello Modena Nord ad invogliarmi a leggere una poesia che si chiama proprio così: Modena Nord. Sicuramente luogo più familiare del giardino dei signori Finzi-Contini: tutti l’hanno sentito nominare, ma chi davvero sa poi dove sia di preciso? Esiste? Qualcuno ha mai parlato con chi ci taglia l’erba, in questo giardino? Modena Nord invece è scritto lassù, bianco su verde, ha un casello, qualche corsia telepass, e prosegue – in parole da romanticherie di viaggio – nell’ “esile stradone a perpendicolo fiancheggiato da pioppi altissimi appena appena / serpeggiante che hai scorto a un tratto a un lato della vecchia / provinciale delle lucciole // e in fondo al quale al termine del suo deserto della sua bigia tiepida / polvere era già / sera”. La poesia era uscita nel ’75 ed era dedicata al Pasolini, mica uno
qualunque; ma queste sono informazioni che se non le si sanno, non le si indovina. Com’è possibile che il buon lettore-guidatore più o meno pratico della provincia non veda se’ stesso con gli occhi oltre il volante. Lo stesso guidatore potrebbe essere l’innamorato di A Natalia Gizburg, Bassani non si risparmia e fa nomi, regalando al lettore la possibilità di sostituire nome e cognome della fortunata di turno a cui mettere una pulce nell’orecchio: “Non ti piaccio eh? Figurati la tristezza / gli sbadigli se ti / piacevo”. In gran segreto è una mappa nevralgica di centri e periferie, dediche, racconti, confessioni defilate ma precise, strategiche. Così come è strategico lo spezzarsi del verso dove sembra – sembra – non dovrebbe, ma il lettore sa che non c’è da chiedersi perché. Le parole sono lì per bastare a se stesse,“…e questo è tutto / non c’è proprio più niente né da vedere né da udire né da sentire niente / d’altro”. So che il libro è raro, praticamente introvabile, ma se ve lo fate prestare da un amico che l’ha trovato (e se avete un amico che l’ha trovato, uau!), è la scusa giusta, se siete lettori pigri, proprio quelli da autobus, per tenerlo un po’ di più con voi.
Chiara Ferrari
PATRIZIA VALDUGA – IL LIBRO DELLE LAUDI (Einaudi, 2012).
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“Quante scemenze ho scritto nei miei versi sulla notte, sul sesso e sull’amore.
E ho fallito persino il mio dolore spacciando tanta angoscia per amore.”
Patrizia, mi penso, è tutta uguale. Quelle quartine, le rime classiche in fondo alle undici sillabe, solite e puntuali, facili, aspettate. È quello che dico dopo le prime battute, dopo che “vita” fa rima con “vita”, “pietà” con “pietà”, “migliore” con “Signore”. Molto ritorna, poi sono certo di non leggere un doppione.Tra ciò che torna, facile, è la morte: quella che si incarna dentro un nome, che prende forma, un cognome: non solo quindi “struttura della mente”. Sicuro quindi un ritorno al Requiem, scritto da Patrizia dal Novantuno e completato (forse) undici anni dopo. Leggo, l’agonia e la morte sembrano via di conoscenza: maturazione personale che continua, non spira, non finisce. È come rinascere (“E padre e madre in me si ricongiungono, / mi rimettono al mondo e alla mia storia”), recuperare “tutto il tempo perduto / un anno all’ora, un secolo al secondo”; guarire per poter ricominciare: “e la luce si fa sempre più chiara”, diventa saggezza, quasi-assoluzione: “Assolta… sì… ma sento ancora angoscia…”.Sono laudi queste o preghiere? Come in Requiem Patrizia scrive la distanza (poca) tra la morte così vicina e il suo sempre “vivere morentemente”. “Sono
preghiere, sono litanie” per il suo amore, o cantate fiduciose verso Dio: vogliono il miracolo, hanno il punto esclamativo, sono immuni dall’orgoglio di chiedere: “Signore, niente piaghe per pietà”, “Dì la parola e lui sarà guarito”.Sono preghiere: qualcosa di enorme è cambiato: l’amore della coppia, con essa il poeta (“Tutti questi anni, ci ho messo, Giovanni, / per non mancarti una volta di nuovo”). Patrizia però non scrive un monologo, da soli non si cambia, il gioco è a due: “Hai raddrizzato questo cuore storpio / restando muto, immobile e lontano. / Adesso sì che so che cosa è amare, / passero caro, immobile e lontano.”La morte e l’amore, guardarsi dentro e la preghiera, cardini motivi della “poetessa erotica”, qui si stringono e si fondono ancora più che nel passato: insieme si fanno struttura: “Capisci, vero?, quello che ho capito… / e ci ho messo cinquantacinque anni…”
Giorgio Casali
Il prigioniero del cielo – di Carlos Ruiz Zafòn (2011)
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Ennesimo successo letterario, già da tempo annunciato, ed a lungo atteso. I romanzi antecedenti avevano lasciato un po’ di retrogusto amaro in bocca e mille domande a cui rispondere.
La storia riprende dopo le vicende narrate ne “L’Ombra del Vento”. Daniel è sposato con Bea e padre di un bimbo di due anni chiamato Julian, in onore dell’amico della coppia, il Signor Sempere dirige ancora il negozio ed è ancora l’uomo posato di sempre, ed il buon vecchio Fermin in procinto di sposarsi, ha ormai messo la testa apposto con la signora Bernanda.
Alle porte del Natale dell’anno 1957 uno strano tipo, dall’aria torva e privo di una mano, entra in libreria e compra una copia de “Il conte di Montecristo” pagandolo tre volte il suo valore e lasciando l’incarico della consegna, con un biglietto che recita : “A Fermìn Romero de Torres, che è tornato dal mondo dei morti e possiede la chiave del futuro”.
Buona parte del romanzo è dedicata a Fermìn che diventa co-protagonista a tutti gli effetti con un lungo flashback che racconta del suo passato e svela nuovi segreti.
Trascorso tanto tempo in prigione Fermìn conobbe David Martìn, scrittore maledetto già conosciuto ne “Il gioco dell’angelo”; stretta una forte amicizia, Martìn lo aiutò ad evadere a condizione che vegliasse sul figlio della sua
apprendista Isabella, Daniel per l’appunto. L’incontro tra i due protagonisti, come già da tempo immaginato, non fu quindi casuale.
In definitiva si risponde a qualche domanda ma se ne innescano molte altre: che fine ha fatto Mauricio Valls, l’ex carceriere? E’ stato davvero lui ad assassinare Isabella? Ma soprattutto chi è questo “angelo” di cui si parla così spesso in tutta la saga? E che segreto cela?
La narrazione potrebbe essere letta indipendentemente dai primi due libri ma lo sconsiglio vivamente, numerosi riferimenti vengono citati dando per scontato personaggi e vicende passate.
Attendendo con ansia l’ultimo capitolo di questa tetralogia di Barcellona (concepita inizialmente come trilogia) c’è sicuramente da dire che questo terzo volume è sicuramente leggibile, un po’ scialbo però se confrontato coi suoi predecessori: si ha un po’ l’impressione che Zafòn voglia un po’ divagare e cavalcare l’onda.. Comunque nel complesso è una narrazione accettabile e molto ben scritta.
Davide Turrini
Il senso della frase – di Andrea G. Pinketts (2002, Edizioni Feltrinelli)
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“Non so sciare, non so giocare a tennis, nuoto così così, ma ho il senso della frase.”
Il senso della frase è uno di quei libri che capitano in mano per sbaglio, abbastanza brevi da correre il rischio, alla cieca, di quelli da leggere in un nemmeno troppo lungo viaggio in treno, magari in direzione Milano.
Una Milano, quella di Lazzaro Santandrea, che ha fretta, nella quale, “se non reggi il passo, ti ritrovi adolescente a trent’anni e rotti”. Alla vigilia di un trentesimo compleanno epocale, quando per uno sventurato (o fortuito?) incidente, riscopre la “coscienza del sedere”, ovvero la consapevolezza di quello che normalmente viene dato per scontato, Lazzaro, deciso a stare dalla parte giusta, si cala nei panni dell’(anti)eroe underground alla ricerca di una ragazza scomparsa, della quale non restano che le bugie, rubate da un’imitatrice ignota.
Più che un antieroe, Lazzaro Santandrea appare come una contemporanea Alice, che ritrovatasi quasi per sbaglio nel Paese degli Errori (e degli Orrori), non può uscirne che infilandosi dritto dritto nella tana del Bianconiglio, armato del senso della frase, quello che “permette a una tua bugia di essere, se non creduta, almeno apprezzata” e che dà alla verità ”l’aspetto un po’ puttanesco eppure di classe di una bella menzogna”.
E’ onirico, Andrea G. Pinketts, surreale ed eccessivo, in questa rappresentazione cruda e crudele della sua città e delle grottesche creature che la abitano.
Uno scrittore a breve termine: eccezionale in alcuni passaggi, non tiene il passo con la storia e divaga in altri, in cui la trama fatica a procedere ed “il senso del romanzo” risulta, purtroppo, appannato e poco efficace. Alcune riflessioni sono, però, davvero ben riuscite e, insieme allo stile colloquiale (nel senso puro del termine), rendono l’opera una lettura, se non sempre piacevole, certamente interessante.
Un amico mi ha presentato questo libro dicendomi: ”Non mi sento di dirti che è un Bel Libro, ma te lo consiglio.” Non posso altro che concordare.
Ilaria Valenti
Cristo con il fucile in spalla – di Ryszard Kapuściński (Feltrinelli, 2011)
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La morte non fa più notizia.[…] Oggi vendono di più i dati sull’esplosione demografica.
Che il giornalismo sviluppi lezioni di moralità, dettate con voce sicura e profondità di vedute, ce lo dovremmo augurare in tempo di pace come in tempo di guerra. “Questo non è un mestiere per cinici”, scriveva un grande reporter polacco, Ryszard Kapuściński, scomparso nel 2007 (tra i suoi volumi, recentemente ripubblicati con successo in Italia, Imperium e In viaggio con Erodoto). Cristo con il fucile in spalla! è uscito nel 1975 ma quella di Vera Vedrini è la prima traduzione italiana: sono trascorsi quasi quarant’anni, molte micce si sono riaccese, tante utopie spente, alcune primavere sfiorite.
Si va da pezzi brevi a cronache lunghe e articolate, come quella dedicata al rapimento e all’uccisione di Karl Von Spreti, ambasciatore tedesco in Guatemala giustiziato nel 1970 da un gruppo paramilitare. La copertina ritrae un guerrigliero cubano dell’esercito di Castro, Camilo Cienfuegos, ma il Cristo armato del titolo era in realtà un missionario schierato con i partigiani in Colombia. Si parla di Guevara e di Allende, di fedayn e partigiani, senza mai ridurli a idoli da stampare sulle magliette.
L’assenza di giudizi e la comprensione profonda di un popolo aldilà delle azioni degli individui, guidano Kapuściński a scrivere questi articoli (tra la metà degli anni ’60 e l’inizio dei ’70) sulla
questione palestinese, le dittature latinoamericane e il Mozambico. Se è vero che, già nel titolo, l’autore simpatizza per i ribelli, è pur sempre consapevole degli errori e delle approssimazioni che porteranno gli uomini (e non solo le ideologie) al fallimento. Si parla di guerre e rivoluzioni (che sono ugualmente guerre), ma la morte non è mai banalizzata. La vera e propria portata epistemologica della lotta armata nella vita di un popolo è percepita dal giornalista polacco attraverso la quotidianità e i suoi oggetti. Ad esempio il fucile e la lavagna necessari a liberare il Mozambico, o le scarpe dei soldati pulite da sciuscià che, in base allo sporco trovato, capiscono dove e come è stata la battaglia: “Gli scarponi sono bollettini di guerra”. Per chi ha viaggiato tutto il mondo, queste violenze collettive costituiscono l’unica e vera Torre di Babele:
Una persona che ha vissuto una grande guerra è diversa da chi non ne ha vissuta nessuna. Appartengono a due generi umani diversi. Non troveranno mai un linguaggio comune, perché, in realtà, la guerra non si può descrivere né condividere; non puoi dire a qualcuno: “Prenditi un po’ della mia guerra”. Ognuno deve tenersela per sé per tutta la vita.
Serri Stefano

