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Il grande Gatsby – di Baz Luhrmann (2013) 16/05/2013

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SCHEDAlocandina-il-grande-gatsby

 

Titolo: Il Grande Gatsby

Genere: drammatico

Regia: Baz Luhrmann

Cast:Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Isla Fisher

Voto complessivo:  4/5

 

 

RECENSIONE

Il benevolo affarista Nick Carraway, alle porte dell’estate del 1922, si trasferisce a Long Island, in una villetta confinante con la maestosa, quasi regale, dimora di un misterioso e ricco signore di cui tutti parlano ma che nessuno (circa) conosce personalmente, benché solito organizzare feste memorabili: Jay Gatsby. Divenutogli amico, il buon Nick decide di aiutare il milionario a riconquistare Daisy, sua affascinante e insicura cugina, che in passato aveva avuto una breve relazione con Gatsby;  finisce però per essere travolto da questa estenuante ed impossibile storia d’amore, contornata da smisurato sfarzo, ma anche da profonda solitudine, divenendo testimone della vacuità del sogno americano.

Leonardo Di Caprio - Il Grande GatsbyA quasi quarant’anni di distanza dalla sua ultima trasposizione cinematografica (quattro in tutto), torna sul grande schermo, in maniera omonima, uno dei più noti romanzi del secolo scorso: Il Grande Gatsby, scritto da Francis S. Fitzgerald nel 1925, ma evidentemente sempre attuale. A dirigerlo, questa volta, è il regista australiano Baz Luhrmann, giunto nell’olimpo di Hollywood grazie al celebre musical Moulin Rouge! (2001). Seppure, inizialmente, possa sembrare si stia assistendo ad una storia d’amore come un’altra, quella tra Gatsby e Daisy, le sfaccettature della pellicola a ben vedere sono molteplici. Una delle denunce presenti è, ad esempio, la ricchezza dei bianchi avvenuta sulle spalle dei neri, una denuncia compiuta attraverso l’alternanza evocativa di scene che trasudano agio e averi a scene di duro lavoro in distretti operai (entrambe rispondenti a colori di pelle specifici); o l’eccessivo sfarzo che l’America si è concessa prima del tracollo del ’29 (non troppo dissimile dalla situazione oditobey-maguire-e-isla-fisher-in-il-grande-gatsbyerna: un caso?). Ad ogni modo, il monito cardine è un altro, maggiormente presente nell’opera letteraria in realtà: il sogno americano, aspetto trainante di quel periodo, dei “roaring twenties”, era e continua ad essere un illusione divorante, negativa, arida. Eppure, Gatsby lo sconfigge; il suo cuore è più Grande, appunto. Ciò che arriva a possedere è in funzione di una persona, non di uno “status”.

Fin dall’incipit si è travolti da inquadrature mirabolanti, effetti estetici straordinari e da ambienti caleidoscopici, che rapiscono subito lo spettatore, calandolo con veemenza nel contesto dell’opera. A livello tecnico siamo al cospetto di un’indiscutibile eccellenza: molte scelte, anche quelle apparentemente secondarie, sono state pensate nel particolare più impercettibile; a riprova di ciò vi sono magnifici costumi e scenografie, ma anche il collocamento di taluni personaggi in determinati luoghi e momenti (si veda il carpentiere nero che suona la tromba dalle scale antincendio). Per nulla minore è l’impatto delle musiche: il jazz che accompagnava lo sbIl-Grande-Gatsbyallo degli anni ’20 è sostituito dall’hip hop, colonna sonora dello sballo contemporaneo, probabilmente per catturare ancora di più un pubblico di questo secolo. Tale scelta sta facendo molto discutere, ma è ben noto come l’originalità sia spesso, nell’immediato, accompagnata dalla facile critica. Mirabile, tra gli altri, l’inserimento della voce divina di Lana Del Rey, intensamente coinvolgente.

Tuttavia, la nota maggiormente positiva dell’opera è, a furor di popolo (e non solo), l’interpretazione del mastodontico Leonardo DiCaprio, il migliore fra gli attori della “new generation”. È indubbio che solo lui potesse incarnare nel migliore dei modi un personaggio di questo tipo, dato il bagaglio attoriale che porta con sé (ricordiamo The Aviator, The Departed, Shutter Island).

E dunque, cos’è che impedisce a questo film di essere un capolavoro? Probabilmente, un minutaggio eccessivo, data la ridondanza e la lunghezza di diverse scene, e soprattutto l’incisività narrativa, molto penalizzata nella fattispecie. Un vero peccato.

Sia come sia, già da prima che giungesse nelle sale, questo film è oggetto di accesa disputa, sia tra i critici che fra il pubblico. A spuntarla saranno probabilmente i detrattori, ma certo è che se un film fa parlare tanto di sé evidentemente non lascia indifferenti… e di questi tempi pare non esser poco.

 

Tullio Saldaneri

 

 

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NO – I giorni dell’arcobaleno – di Pablo Larrain (2012)

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La alegria ya viene”. In italiano, l’allegria sta arrivando.

NO - I giorni dell'arcobaleno locandinaCon queste parole il Cile stupì il mondo intero, riuscendo ad uscire dal regime Pinochet, nel 1988, dopo 15 anni di dittatura.

Come appena detto, correva l’anno 1988: il generale Augusto Pinochet, pressato dalle autorità internazionali, si vede costretto ad indire un referendum; si tratta di dire sì (per altri 8 anni di governo) o no all’uomo che l’11 settembre 1973, con un colpo di stato, destituì il presidente marxista Salvador Allende, suicidatosi il giorno stesso, salendo così al potere.

Il riscatto del Cile di fine anni ottanta viene analizzato da una angolazione inedita, grazie a “No – I Giorni dell’Arcobaleno”, diretto da Pablo Larrain (classe 1976). Con “Tony Manero” (2008) e “Post Mortem” (2010), forma una trilogia sulla dittatura cilena.

Presentato lo scorso anno al Festival di Cannes (nella sezione “Quinzaine des realisateurs”) prima, candidato al Premio Oscar (per “Miglior film straniero”) poi, “No”, tratto dalla piece “El Plebiscito” di Antonio Skarmeta, mostra come i membri dell’opposizione abbiano convinto un giovane pubblicitario, Rene Saavedra, a dirigere la campagna per il no. Pur essendo costantemente supervisionati dal rigido regime e con pochi mezzi a disposizione, Saavedra e la sua equipe riuscirono ad elaborare un piano per vincere le elezioni, liberando il Paese dall’oppressione.

Un piano che rimase e rimarrà leggenda. Riuscire a cantare “Chile, la alegria ya viene” per sconfiggere uno tra i più pablo-larrain-gael-garcia-bernal-nocrudeli dittatori della storia, non è cosa da poco. Via il dolore, via le violenze. Mostrare in televisione il Cile come tutti avrebbero voluto che fosse (anche prima del 1988, naturalmente) significava dare speranza al popolo, che si immedesimava nei protagonisti dello spot di Saavedra che sorridono di fronte alla camera in attesa di un futuro felice e democratico.

Larrain adotta per questo suo ultimo film sul regime di Pinochet un approccio umoristico, il che fa di “No” uno dei migliori film politici degli ultimi decenni.

Qui la democrazia diventa un concetto politico diffuso attraverso un linguaggio pubblicitario, che non può non essere positivo.

Altro elemento a favore della pellicola, che non a caso è la prima (cilena) ad essere nominata ad un Oscar, è l’uso di immagini di repertorio (da antologia la scena che ritrae un protestante e un poliziotto, munito di manganello, “intenti a lottare per il proprio Paese”) e la NO - I giorni dell'arcobalenofotografia di Sergio Armstrong. Infatti, il film è completamente girato in U-Matic, formato utilizzato negli anni ottanta, al fine di far entrare lo spettatore nel contesto storico.

Guardando a ciò che sta succedendo qua in Italia, andare al cinema a vedere “No”, non è un diritto, bensì un dovere civico.

No” infonde ribellione, gioia di vivere, desiderio di libertà di vivere democraticamente anche allo spettatore più indifferente.

A ciò contribuisce in modo determinante anche l’interpretazione di Gael Garcia Bernal (attore messicano meglio conosciuto per i ruoli in film come “Y Tu Mama Tambien” di Alfonso Cuaron, “Amores Perros” e “Babel” di Alejandro G. Inarittu), nei panni di Saavedra. 

Bernal si riconferma attore abile a portare sullo schermo personaggi dalleUna scena del film molte sfaccettature: ora indifferente nei confronti della sorte del suo Paese, ora propenso ad aiutare l’opposizione, ora rassegnato, dopo essere stato minacciato dalle forze di maggioranza. Sembra quasi che all’attore di Guadalajara la lingua spagnola sia come la garanzia di un giudizio positivo da parte della critica, dopo aver recitato in lingua inglese in film non alquanto apprezzati come “Letters to Juliet” e “Il mio angolo di paradiso”.

Infine, per apprezzare il più possibile “No” di Larrain è consigliato dare un’occhiata ai suoi due lavori precedenti. Risulterà stupefacente come il regista di Santiago del Cile passi per una sorta di pessimismo cosmico di “Tony Manero” e “Post Mortem” prima di approdare al commovente ottimismo messo in scena in “No”. Il Larrain di “No”  potrebbe essere paragonato ad un filosofo epicureo subito dopo aver concluso la sua personalissima “ricerca della felicità”.

 

Luigi Ligato

 

 

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Effetti collaterali – di Steven Soderbergh (2013)

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effetti-collaterali locandinaNew-York, il film ruota attorno alla vita di una giovane coppia: Martin (Channing Tatum), appena uscito dal carcere dopo quattro anni di detenzione, ed Emily (Rooney Mara) da tempo afflitta da gravi problemi psichici. Nel tentativo di guarire, la ragazza decide di affidarsi a un nuovo farmaco sperimentale prescrittole dal nuovo psichiatra (Jude Law), che come possiamo intuire dal titolo le provocherà terrificanti effetti collaterali.

Thriller psicologico dai risvolti inaspettati, “Effetti collaterali” nei soli primi venti minuti riesce a far credere allo spettatore una cosa per poi capovolgere tutto e lasciare quest’ultimo ad interrogarsi sul perché degli avvenimenti che Soderbergh magistralmente pone davanti ad uno spettatore incredulo.

Bisogna ammettere che l’inizio potrebbe apparire noioso e infatti dal primo atto del film fino all’azione culminante della trama principale siamo tenuti a credere che la trama si risolverà in un determinato modo  e che non sia assolutamente un thriller se non fosse che il regista americano inserisce nella prima scena del film un avvertimento per lo spettatore e cioè di non lasciarsi ingannare da ciò che mostrerà nei venti minuti successivi. Mossa azzeccata se non geniale perché l’inganno riesce perfettamente.

Il film è colmo di piccoli colpi di scena che pian piano svelano ciò che dall’inizio del film assilla la nostra mente. Ciò che caratterizza questa pellicola è lo stravolgimento di tutto ciò che fino ad un effetti-collateraliattimo prima credevamo fosse la verità, e per quanto possa essere stravolgente la realtà viene mostrata con cura e parsimonia andando a mettere una pulce nell’orecchio dello spettatore che comincia a chiedersi <<Hei, ma allora…>>

Soderbergh non delude e le aspettative sono rispettate e se posso permettermi sorprende dall’inizio alla fine lasciando un solo pensiero in testa al momento della riaccensione delle luci in sala e cioè che non è come lo si aspettava, è decisamente meglio.

Interpreti strabilianti su cui tutti svetta Rooney Mara in una interpretazione psicotica meravigliosa che non lascia scampo ad altre possibili soluzioni nella mente dello spettatore se non una sola, sbagliata.

In conclusione, forse uno dei film migliori usciti in questi ultimi mesi.

Merita senza dubbio la visione perché Soderbergh ultimamente non sbaglia un colpo.

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Leonardo Pasqua

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The Lord of Salem locandina Italia

The Lords of Salem – di Rob Zombie (2012)

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The Lord of Salem locandina ItaliaDario Argento, Mario Bava, Lucio Fulci, Alejandro Jodorowsky così come Ken Russell, sono solo alcuni dei nomi che nelle ultime settimane di recensioni sono stati sprecati nel tentativo di trovare una collocazione per l’ultimo lavoro dello shock-rocker Rob Zombie. E che i nomi tirati fuori dal cilindro siano per lo più quelli dei maestri italiani del cinema horror degli anni ‘70 non è un caso. La verità è che “Le Streghe di Salem” è uno dei pochi film dell’orrore di matrice USA a non fare completamente schifo, in una generazione di splatter che negli ultimi dieci anni (?) ha lasciato ben poco agli spettatori, vittime delle regole dell’industria hollywoodiana. Questo non significa certo che il viaggio lisergico-satanico filmato da Rob sia un capolavoro, ma è certamente uno dei progetti di genere più ambiziosi degli ultimi tempi, così come uno dei meglio riusciti.

Con tinte oscure e allucinate Zombie riporta in superficie il male assopito nella celebre città di Salem (Massachusetts), dove le streghe perseguitate dal tribunale istituito nel 1692 tornano per la loro vendetta e per completare la propria opera. Protagonista della pellicola è Sheri Moon Zombie, moglie del regista, nei panni di Heidi, una  dj radiofonica vittima del maleficio dei “Lords of Salem”. E fra i the-lords-of-salemtanti pregi della pellicola questa scelta non brilla di certo. A parte qualche lato B regalato allo spettatore come in quasi ognuno dei quattro lungometraggi già portati in auge dal metallaro, Sheri Moon pur mettendocela tutta (l’ho incontrata, è una gran brava ragazza) non si dimostra all’altezza di un ruolo da protagonista che richiedeva uno spessore diverso e qualche stimolo in più.

Riuscendo ad accantonare questo, fotografia ed atmosfere catturano l’anima ed il cuore, mentre le musiche di John 5 (ex magistrale chitarrista del reverendo Manson, ad oggi passato insieme agli altri storici membri della band con Rob Zombie, che nella vita vera continua a vendere milioni di cd, ma “non ti curar di loro ma guarda e passa”) regalano forse l’aspetto più prorompente del filrob_zombiem. Romantica poi da parte della rock star l’idea del sortilegio lanciato dalle streghe, non rilegato a libri oscuri o formule magiche come nella tradizione, ma ad un disco, capace con la propria musica di risvegliare in tutta Salem gli orrori passati.

La componente del nucleo familiare che da sempre è stata elemento comune per gli horror movie di Zombie (vedi “La Casa dei 1000 Corpi”, “La Casa del Diavolo” e i due remake di “Halloween” di John Carpenter) viene ora superata, nel tentativo riuscito, di raccontare un orrore più profondo e trascendentale nascosto nella periferia d’America, col quale Rob, in contemporanea uscita con un libro “The Lords of Salem” ed il suo ultimo album “Venomous Rat Regeneration Vendor”, dimostra di essere un artista in crescita, che piaccia o meno.

Buone dosi di blasfemia per un film che comunque non fa paura.

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Marco Martinelli

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Iron Man 3 – di Shane Black (2013)

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iron-man-3-locandinaSono 3 giorni che penso “dai è piaciuto a tutti cosa c’è di sbagliato in te? Perchè non riesci a dire UOOO CAZZO FIGATA?! Adesso ti metti li e pensi a tutte le cose che ti sono piaciute!” Bene, questo è il riassunto di quelle cose:
- La canzone di apertura “Blue – Eiffel 65″, il nostro sud è più a sud di tutti gli altri
sud.
- Gli addominali d’acciaio di Gwyneth Paltrow che a 41 anni spaccano ancora la faccia
- Il fatto che ci siano mille armature supercazzute (Il mio fanciullino è un patito dei
Power ranger)
- Il mandarino: Ben Kingsley spacca, colpo di scena opinabile, ma è lo stesso uno dei Villain che preferisco. Fine.
Ecco perchè non riesco a dire UOOO CAZZO FIGATA, perchè Iron Man 3 non è un UOOO CAZZO FIGATA. E’ un film che passa senza lasciare il segno, forse per le troppe aspettative create da un franchise che bombarda il mercato a colpi di milioni di dollari, o forse perchè Arma letale è un film al massimo da prime time su Rete4.

Avrei voluto vedere un film barocco, modello transformers e invece mi sono ritrovato inquadrature e montaggio degni di Beautiful, parentesi esistenziali Spielberghiane con preadolescenti che risolvono intricatissime situazioni e ciliegina sulla torta una sceneggiatura ironica quanto un prediciottesimo (Che oh ripensandoci un sorriso te lo strappa, solo che lo fa nella maniera sbagliata, come il porno di Sara Tommasi).Iron Man 3
Per concludere ho chiesto ad un ragazzino quello che pensa del film:

D: “Ti è piaciuto il film?”

R: Quello che mi è piaciuto di più è quando praticamente Tony ha fatto una giravolta ed è atterrato col pugno!

D: “Cosa ne pensi degli effetti speciali?”

R: Non te lo posso dire perchè c’è un pezzo che dice una parolaccia

D: “Com’è il cattivo?”

R: Eh il cattivo è pelato! cade a terra perchè ha un buco enorme nella pancia
poi erano persone normali quelle malvage!

D: “E il resto della storia com’è?”

R:Iron Man Ben Kingsley Il resto se ci vai è tutto da vedere! Ti ho raccontato le cose che non sono fantastiche, il resto è tutto fantastico!

Voto (mio): 6-

Voto (resto del mondo): 8

P.S
Anton Ego (il tizio di Ratatouille) diceva: Prosperiamo grazie alle recensioni negative, che sono uno spasso da scrivere e da leggere. Purtroppo non è così, non avrei mai voluto paragonare Martin Riggs a Tony Stark, mi sento come un padre ubriacone che picchia la moglie fedifraga urlando “Sei tu che mi obblighi, io non vorrei farti del male”.

 

Alessandro Magnani  

@allynverosimile

 

 

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