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Cover Koloss

Meshuggah – Koloss (2012)

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Koloss è il settimo lavoro in studio dei Meshuggah, i giganti di Umeå. E’ stato un album agognato dai fan per quattro lunghi anni tra trepidazione e titubanza: chi da una parte ritiene che questa band non sappia più riprodurre capolavori come Destroy Erase Improve e che abbia cambiato stile in peggio, lontani da quel thrash furioso che li aveva spinti sin dagli inizi; chi dall’altra assume un atteggiamento scettico in attesa di scoprire la genialità insita dell’ultima uscita di turno. Io sono tra quest’ultimi.

I Meshuggah colpiscono ancora. Ho ascoltato questo disco fino alla noia (si fa per dire), l’ho analizzato nelle sue parti, ho provato a comprenderlo sin negli aspetti più profondi, ma è tutto inutile: i folli di Umeå hanno sfornato un’altra opera di misticità e significato pregnante. Strano per una band che sfodera chitarre ad otto corde il cui suono viene stravolto da distorsioni dell’altro mondo, ma non impossibile. Nulla è impossibile per i Meshuggah, ascoltare per credere.

Koloss mi ha soddisfatto. E’ potente, maestoso,  evocativo, grandioso. Un bel passo avanti rispetto ad Obzen, anche se non raggiunge opere incontrastate e probabilmente incontrastabili come Destroy Erase Improve. Una bella via di mezzo. Certo, da mostri di tecnica simili ci si potrebbe aspettare di più, ma so che sotto ogni loro album c’è un senso da cogliere e scoprire volta per volta, riff dopo riff e dietro valanghe di poliritmie.

La coppia Thordendal – Hagstrom continuano a farsi beffe dell’ascoltatore attento sfoderando riff impossibili su tempi in quattro quarti, roba di un altro pianeta ma non è una novità. Le parti armoniche di chitarra permeano quasi sempre il tutto in maniere molto semplice ma altrettanto efficace. Lovgren li segue a ruota. Haake non si spreca per nulla, il suo posto sull’Olimpo dei batteristi metal migliore di sempre viene riconfermato a pieni voti. Kidman esplora nuovi spazi di follia con le sue harsh vocals più terrificanti che mai.

In generale il disco non si distacca troppo da Obzen, le sonorità sono simili, mentre le atmosfere, più oscure e cupe, ricordano più quelle di Nothing e Catch Thirty-Three.

Il  tema di Koloss riguarda il dogma, il superiore, ma anche l’uomo e il suo decadimento. I brividi arrivano fin dai primi versi della prima traccia “I Am Kolossus”:

 

I’m the great Leviathan, insatiable colossus
Titanic engulfer of lives, I reward you, absorb you
I’m the monstrous mouth that hungers for your awe
Immense construction of lies. I own you, disown you

 

Gli svedesi ricreano l’idea del Colosso con la loro musica e poi la schiacciano condannandola. “I Am Kolossus” ci dimostra che non è necessario fare del death metal a 280 bpm per suonare musica sbrana-cervelli. Pesante, devastante, enorme e invalicabile. Il Colosso è davanti ai nostri occhi.

 

I am life. I’m death. You belong to me
Call me what I am. I am colossus

 

The “Demon’s Name Is Surveillance” si allaccia alla canzone precedente in una maniera totalmente devastante. Il riff delle chitarre e il pattern della cassa sono un tutt’uno: una mitragliata di terzine su un tempo ternario. Alieno. Gli occhi del Demone sono su di te, lui sa tutto, non c’è scampo.

“Do Not Look Down” risulta qualcosa di più movimentato e quasi moderno per i Meshuggah. La canzone sfodera un riff più ritmato e più avvicinabile alla dottrina Djent che prende spunto proprio da loro; è una “Paradoxical Spiral”, tutta con il loro stile. La piccolezza dell’uomo davanti all’onnipotenza di un qualcosa di superiore e la sua chiusura nei suoi sciocchi desideri  sono urlate per tutta la canzone.

“Behind The Sun” è oscura, cupa e in qualche senso misteriosa. Non per niente il testo tratta della malvagità dell’uomo e dei crimini compiuti sotto il nome della trinità (unholy trinity); le dispotiche posizioni dei monarchi, dei patriarchi e il loro inferno di sangue del quale erano dominatori.

Subito dopo arriva la furia di “The Hurt That Finds You First”. Veloce e potente, ricorda la “Combustion” di Obzen. La libertà di espressione dell’uomo è negata. Il dibattito finisce prima che finisca sotto i colpi di ciò che ti prende prima, la potenza incontrastabile dell’autorità assoluta, il suo sadismo: I find my joy in fear.

“Marrow”  è una canzone decisamente malata e labirintica. Le strutture ritmiche accentuate dalla batteria di Haake portano alla confusione più totale; poi assolo e riff successivo  che chiudono il tutto in una follia definitiva. Il decadimento morale dell’umanità è trasportato nei tre minuti e cinquantotto secondi di canzone; il godimento dell’uomo nelle pene altrui. L’uomo diventa mostro.

Break Those Bones Whose Sinew Gave It Motion”  è spaventosamente bella. Lo stile dei nordici c’è tutto e spazza via ogni cosa con aliti di vendetta. Il testo pone riflessioni sull’istinto vendicativo dell’uomo e la sua incapacità di perdonare. Una canzone mastodontica a cominciare dal riff e dall’espressione vocale fino alla violenza delle parti di batteria che giocano sugli accenti.

“Swarm” è uno sciame che vola volteggiando confuso  in un’aria putrida. L’assolo di Thordendal ne dà l’idea perfetta.

Demiurge” riprende il mito platonico raccontato nel Timeo. La figura di un semidio più legato alle cose terrene che alle idee iperuraniche. Un dio tanto vicino al mondo sensibile che risulta essere quasi umano. O forse qualcuno che forza le cose a proprio piacere. La musica sembra sostenere l’idea di un Demiurgo più dittatore che amante e creatore.

“The Last Vigil” permea il finale del disco di una pace surreale.

Inutile dirlo: i Meshuggah hanno colpito ancora nell’animo dei fan. Un disco del genere è stato un netto miglioramento rispetto a Obzen, che, un paio di tracce a parte, aveva sostanzialmente deluso, o meglio non era stato il lavoro che ci si aspettava. Koloss ha ufficialmente ribaltato. I Meshuggah sanno fare musica e lo fanno come pare a loro. Anche questa volta hanno dimostrato di non essere legati né alle esigenze delle case discografiche, né a quelle del pubblico, ma solo alla loro espressione artistica. Non sono semplicemente musicisti. Sono artisti. E traboccano di genio.

 

Leonardo Peruzzi

 

Tracklist

TracceCopertina
01. I Am Kolossus
02. The Demon s Name Is Surveillance
03. Do Not Look Down
04. Behind The Sun
05. The Hurt That Finds You First
06. Marrow
07. Break Those Bones Whose Sinews Gave It Motion
08. Swarm
09. Demiurge
10. The Last Vigil

 

 

 

 

 

 

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Norah Jones – Little broken hearts (2012)

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Norah Jones é da sempre una garanzia in quanto alla musica di qualitá. La cantautrice statunitense figlia del grande Ravi Shankar, maestro di Sitar del noto George Harrison (Beatles), esordisce sul panorama musicale con il suo nuovo lavoro “Little Broken Hearts”. Uscito da poco, l’album ha giá riscontrato grande attenzione da parte di molti ascoltatori. Il sound a cui si era soliti etichettare Norah, é decisamente cambiato, si é evoluto in una sorta di “mood soft-rock”, in gran parte grazie anche alla collaborazione con il noto produttore “Danger Mouse” (Brian Burton). La copertina del disco si ispira al poster del film “Mudhoney”, appeso nel “Danger Mouse’s studio” di cui Norah Jones si innamora durante le sessioni di registrazione. Uno sguardo  vendicativo e provocativo il suo, in risposta alla rottura burrascosa con l’ex compagno. Musicalmente parlando, invece, Little Broken Hearts ci riporta ai tempi di “Come Away With Me” uno dei singoli piú famosi della cantante. Lo stile sempre accompagnato dal piano rimane, ma é piú maturo e solido. Nel primo brano “Good Morning” il silenzio viene rotto da Norah cantando in stile sussurato, per poi spianare le porte a “Say Goodbye“, uno dei brani chiave dell’album, ben ritmato e carico di una energia del tutto inesplorata da Norah prima d’ora. Il fantastico “tappeto” creato dalla chitarra in “She’s 22″ unito alla voce morbida e gentile come solo Norah Jones é in grado di regalare, il motivetto intrigante di “Happy Pills” e la tranquilla “Miriam” sono solo alcuni dei brani innovativi di questo concept-album. Little Broken Hearts é un lavoro ben studiato e lei é una delle poche cantanti che abbia dato una svolta al suo stile. Il cambiamento in un artista penso sia di fondamentale importanza e questa Norah, con la sua voce impeccabile si presenta piú determinata che mai a far conoscere la sua nuova magia.

 

Giovanni Bertoni

 

Tracklist

TracceCopertina
01. "Good Morning" 3:17
02. "Say Goodbye" 3:27
03. "Little Broken Hearts" 3:12
04. "She's 22" 3:10
05. "Take it Back" 4:06
06. "After the Fall" 3:42
07. "4 Broken Hearts" 2:59
08. "Travelin' On" 3:06
09. "Out on the Road" 3:28
10. "Happy Pills" 3:34
11. "Miriam" 4:25
12. "All a Dream"

 

 

 

the doors copertina

THE DOORS – The Doors (1967 – Elektra)

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Una nuova rubrica che guarda al passato, per capire da dove veniamo, attraverso alcuni dischi fondamentali, o dischi che in un qualche modo ispirano le nostre emozioni… Andare alla scoperta di personaggi e dischi, per fare riemergere ricordi ormai andati, epoche a cui siamo legati, anni della nostra giovinezza, periodi particolari di cui abbiamo sentito parlare. Per i piu’ giovani sarà un motivo in piu’ per vedere dove si è formata la moderna scena musicale. Non sarà un documentario o una storia cronologica, ma un viaggio attraverso la musica, in tempi neanche troppo lontani, che mese per mese affronteremo insieme: benvenuti a bordo!

 

 

 

 

The Doors, uno dei migliori album d’esordio di tutti i tempi.

La rivoluzione sonora di fine anni ’60 collocava i Doors tra la felice evoluzione del movimento hippy dei Jefferson Airplane, mentre dalla parte opposta del continente i Velvet Underground raccontavano con il loro rock malato, la New York dei bassifondi.

In mezzo a questa scena musicale c’erano loro, con un messaggio di passione e terrore, un primo disco originale ed inquietante, una band che ha esercitato un incredibile impatto nella cultura popolare americana.

L’inizio della leggenda vede nell’incontro tra l’esperto pianista Ray Manzarek e il poeta Jim Morrison su una spiaggia californiana, la nascita della formazione americana.

Il chitarrista, superstar stilistica, rispondeva al nome di Robby Krieger, completava la squadra John Densmore, batterista d’eccezione: nella coesione dei quattro membri stava la vera forza del gruppo.

L’assenza di un bassista fu colmata dalla strabiliante capacità tecnica di Ray Manzarek, che aggiunse un basso a tastiera “Fender” al suo organo “Vox”, una soluzione innovativa e di successo, un suono tagliente che sovrastava quello tradizionale della chitarra, la sostanza della musica dei Doors partiva da qui.

Al talento dei tre musicisti, venne data una voce, quella di un personaggio di culto del rock, Jim Morrison.

Simbolo dell’inquietudine giovanile, sguardo magnetico, bellezza classica, divenne in breve tempo il protagonista del palcoscenico, di quel rito cerimoniale che erano i live dei Doors…

Era la figura carismatica, l’anima e il cuore della band, senza la sua vena poetica, senza quei manoscritti su taccuini che diverranno poi i testi delle canzoni, i Doors non sarebbero stati la stessa cosa.

La musica dei Doors appare talmente conosciuta e familiare, che sembra quasi impossibile immaginare l’esplosione dell’esordio dell’opera prima omonima. In principio si esibirono prima al “London Fog”,  poi come house band nello storico locale di Sunset Strip, il “Whisky a go go”, fino al passaggio alla casa discografica “Elektra”  dove i Doors pubblicarono il loro primo album, iniziando così il loro viaggio nella storia del rock.

“The Doors” venne pubblicato nel gennaio del 1967, alla produzione Paul Rotchild, importante ed  esperto pilota alla guida dei Doors.

Il disco si apriva con “Break on Through”, primo singolo dell’album, dal messaggio incendiario e dagli intenti già chiari: l’invito era quello di uscire dagli schemi e scavalcare le barriere. Brano tratto dalle annotazioni di Morrison della metà degli anni 60, “Break on through” non fece diventare famosi i Doors, che invece raggiunsero il successo clamoroso con “Light my fire” scritta da Robby Krieger. La versione originale di 7 minuti, fu sapientemente tagliata per i passaggi radiofonici:

Hit richiestissima, con grandi assolo di organo e chitarra, portò i Doors direttamente  al disco d’oro nell’estate del 1967.

La canzone preferita da Jac Holzman (manager dell’Elektra) era “Twentieth Century Fox”, che in origine doveva uscire proprio come secondo singolo, linee melodiche perfette ed eleganti, ironia e sarcasmo su certi valori della cultura pop di quel periodo, a Los Angeles.

 “The Crystal Ship” (lato b di “Light my fire”) è un pezzo poetico, che sfata il mito del Morrison urlatore, canzone armoniosa, delicata, anche se i toni della “nave di cristallo” lasciano intravedere qualcosa di sinistro…

“Soul Kitchen” inizia con la tastiera ritmica, per poi proseguire negli arpeggi di Krieger e nell’accompagnamento di Densmore. In questo caso i suoni si avvicinano ad un blues psichedelico, nella consueta grande performance di Jim Morrison, che recita nei suoi testi la voglia di dimenticare il passato con il ritornello“learn to forget”.

C’è lo spazio anche per due cover “Alabama Song” e “Back Door Man” che erano servite agli inizi di carriera nei locali di Sunset Strip, e “End of the night” cupa ballata, curiosamente lato b di “Break on through” due brani decisamente opposti.

“Take it as it comes” omaggio di Morrison alla meditazione, è il preambolo all’opera d’arte finale, “The End”.

Con questo pezzo conclusivo i Doors dimostrano che possono anche fare paura: il paesaggio sonoro è agghiacciante, ipnotico, surreale, un brano epico recuperato anni dopo per la colonna sonora di “Apocalypse Now” (1979) di F.F.Coppola.

Nel 1991 Oliver Stone proponeva nel suo film “The Doors” una versione tenebrosa di Jim Morrison, interpretato da Val Kilmer, anche se la pellicola non ha riscosso i pareri favorevoli dei membri della band. Piu’ recente è la produzione di “When you’re strange” (2010) di Tom DiCillo, film-documentario con immagini inedite, che mostra anche le relazioni personali tra i quattro musicisti.

Nel lontano 1967 i Doors incarnavano l’ideale di un sogno da realizzare.

Il motivo per cui, a distanza di quasi 50 anni, sia ancora vivo l’interesse per questo disco e per questa band, è forse inspiegabile: probabilmente la risposta è nelle stesse parole di Jim Morrison “Break on through”, la porta è ancora aperta…

 

THE DOORS (1967)

 

Vittorio Ferrari


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Il Pan del Diavolo – Piombo, polvere e carbone (2012)

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“Piombo, polvere e carbone” esce nell’aprile 2012, due anni dopo al ruvido e travolgente “Sono all’osso”, entrambi prodotti da La Tempesta Dischi, etichetta molto influente nell’alternative italico (qualche nome? Il Teatro degli Orrori, Tre Allegri Ragazzi Morti, Massimo Volume, Le luci della centrale elettrica, Giorgio Canali, Zen Circus, Sick Tamburo, Uochi Toki, Moltheni…). Più curato in fase di produzione rispetto al precedente, perde un po’ di quell’energia che caratterizzava i suoni del primo disco e si impreziosisce grazie a collaborazioni di qualità, come Davide Barbatosta dei Nobraino, Nicola Manzan (Bologna Violenta) e Ufo degli Zen Circus. I suoni sono più compatti e intrecciati, ma rimangono in primo piano le due chitarre, una acustica e una 12 corde, e la gran cassa, vero marchio di fabbrica del duo palermitano

Un disco di undici tracce, quaranta minuti di un folk che strizza l’occhio al bluegrass, allo psychobilly e al cantautorato del Bel Paese che parte forte con le ritmate Elettrica e Scimmia Urlatore. Segue Donna dell’Italia e quindi La velocità, il cui videoclip è tratto dalla graphic novel “Carnera. La montagna che cammina” di Davide Toffolo, frontman dei Tre Allegri Ragazzi Morti, a dimostrazione di quanto La Tempesta sia più simile ad un collettivo artistico piuttosto che a una vera e propria label. Il brano numero 5 è la title-track Piombo, polvere e carbone, che con il suo andamento ritmato ricorda da vicino le musiche che Ennio Morricone componeva per gli spaghetti-western di Sergio Leone. Di nuovo un bel pezzo tirato (Dolce far niente) seguito dalle atmosfere ariose di Vento fortissimo. Dopo Libero si trova la disillusa ballata Fermare il tempo, con l’orecchiabile violino di Manzan. Le ultime due tracce sono La Viliore e La differenza fra esser svegli e dormire.

Un disco nel complesso ben fatto che dimostra quanto Il Pan del Diavolo stiano crescendo, anche se non è stato il botto che ci si aspettava. Pietro Alessandro Alosi e Gianluca Bartolo non riescono fino in fondo ad affiancare a una maggiore ricerca musicale la stessa grinta che li caratterizzava in “Sono all’osso”, perdendo un po’ della loro forte identità. Aspettiamo con ansia il terzo disco, possibile quadratura del cerchio.

 

Marco Schenetti

 

Tracklist

TracceCopertina
01. Elettrica
02. Scimmia Urlatore
03, Donna dell'Italia
04. La velocità
05. Piombo, polvere e carbone
06. Dolce far niente
07. Vento fortissimo
08. Libero
09. Fermare il tempo
10. La Viliore
11. La differenza fra essere svegli e dormire

 

Andrea Nocetti

TOP5 di Andrea Nocetti: maggio 2012

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I cinque album del momento secondo Andrea Nocetti, DJ e speaker radiofonico di  Radioantenna1 FM 101.3

 

 

 

 

 

 

 

1. SPIRITUALIZED – SWEET HEART SWEET LIGHT (Rock)

J. Spaceman, non ci sono ca**i. Un album monumentale, fatto di distorsioni, musica nera e un cantato tipicamente pop; Spaceman ha sempre saputo il fatto suo, e qua ce lo dimostra, di nuovo.

 

 

 

 

 

2. YPPAH – EIGHTY ONE (Elettronica)

Attribuire solo il termine elettronica a questo album è veramente riduttivo, dall’hip hop allo shoegaze. Ben costruito, ogni brano ha un suo perchè, dalla calma di “R. Mullen” ai breaks di “Film Burn”, per poi tornare sul bellissimo arpeggio di “Never mess with sunday”.

 

 

 

 

 

3. ORBITAL – WONKY (Elettronica)

I fratelli Hartnoll sono tornati, dopo una rottura e qualche anno di silenzio (dal 2004 al 2009) e lo fanno sapere con un LP niente male, un’elettronica che strizza l’occhio ai tempi di In Sides, ma nel 2012, con tutti i perfezionamenti del caso.

 

 

 

 

  1. 4. JACK WHITE – BLUNDERBUSS (Rock)

Chi diceva che il rock era morto e sepolto deve ricredersi, Jack White è uno che negli ultimi 10 anni si è fatto sentire (White Stripes, The Raconteurs, The Dead Weather, collaborazioni e produzioni varie), sempre con un occhio volto al rock, ecco, questo disco è il rock del 2012.

 

 

 

 

 

5. LEE RANALDO – BETWEEN THE TIMES AND THE TIDES (Alt. Rock)

Lee Ranaldo è stato il chitarrista dei Sonic Youth, le atmosfere di questo LP infatti sono quelle, il cantato mi ricorda parecchio quello del migliore Michael Stipe, in effetti di R.E.M. c’è parecchio in questo album.

 

 

 

Andrea Nocetti

 

 

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