Editoriali
“Contro chi ha paura del diverso ci mettiamo DItraVerso”.
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Dopo un semplice invito ad iscriverci ad una pagina fan su Facebook ci siamo imbattuti in questa giovane e dinamica associazione, formata da ragazzi provenienti da svariate esperienze personali; giovani che, come loro stessi ci tengono a sottolineare non hanno l’intenzione di cambiare il mondo, ma umilmente poggiare giorno dopo giorno un mattone per costruire una mentalità più aperta, elastica, accogliente e civile. Abbiamo posto alcune domande alla Presidente dell’associazione, Elisa Pugna.
Come e quando nasce la vostra Associazione?
L’Associazione si costituisce ufficialmente nel Giugno 2009, all’alba di un estate nella quale con la nostra compagnia di amici ci saremmo trovati quasi tutti i pomeriggi a giocare a basket, a calcetto o a pallavolo in campetti gratuiti di Modena e Provincia. E da quei pomeriggi nacquero riflessioni tipo <<Troppe volte, nella nostra vita, ci hanno considerato “diversi”, perchè troppo magri, troppo grassi, troppo alti o troppo bassi, troppo secchioni o troppo scapestrati… chi di voi non ha provato sulla propria pelle la discriminazione della diversità? Tutti siamo diversi, persino all’interno di una stessa etnia, di una
stessa nazione, di una stessa famiglia. Non esistono due individui identici. Se guardate con attenzione persino i gemelli e i sosia hanno incredibili differenze. Ma se la diversità è un fatto così naturale e scontato… allora perchè ancora tanta paura per il “diverso”?>> Così nacque l’idea del nome DItraVERSO: la congiunzione “tra” si trova in mezzo alla parola “DIVERSO”, a significare quanto sia importante ed arricchente stare in mezzo alla diversità, culturale, religiosa, di genere o di pensiero. L’intera parola, comunemente scritta “di traverso”, significa letteralmente di sbieco, quasi in bilico, poichè il nostro intento è quello di insegnare a vedere il mondo a testa in giù, ribaltare, cioè, l’ottica della diversità come limite per risignificarla di un nuovo valore, renderla una risorsa.
Quali esperienze personali o collettive vi hanno fatto scegliere di impegnarvi su un tema come quello della diversità?
L’idea di creare un’Organizzazione di volontariato nacque dal bisogno della compagnia di amici di rendersi utili per gli altri. Innamorati della vita, amanti dello sport e del bricolage, continuamente alla ricerca di nuove esperienze da vivere insieme, nuovi luoghi da visitare, nuove persone da incontrare, decidemmo che volevamo far fruttare e maturare l’immenso dono che avevamo
ricevuto: la nostra Amicizia. Reduci da svariate esperienze di volontariato e Servizio Civile, Facoltà di Scienze Politiche ed Educatore Sociale decidemmo che era giunto il momento di fare ed essere per gli altri. E quell’estate fu decisiva per farci scegliere su quale ambito ritenevamo necessario impegnarci.
Non siete evidentemente solo un’Associazione sportiva, anche se parte del vostro impegno è per eventi di questo tipo. Come vi definireste?
Sulla carta siamo un’Associazione culturale, poiché lo scopo sociale è operare un cambio culturale nella mente delle persone, tuttavia abbiamo individuato nello sport un mezzo ideale per diffondere questa idea. Lo sport è capace di unire le persone in maniera naturale, creare gruppi inaspettati fortemente motivati a un obiettivo comune (di solito, la vittoria) e allo stesso tempo, se preso con la dovuta leggerezza, come il gioco che in effetti è, è in grado di far divertire bambini, ragazzi, adulti e anziani! Credo che soprattutto per gli adolescenti di oggi sia una grande salvezza riuscire a divertirsi senza dover per forza abusare di alcool e droghe o passare nottate in discoteche con musica martellante, bastano una palla e qualche amico… è proprio vero che spesso le cose più semplici sono anche le migliori!
Nel vostro impegno su questo tema, vi imbattete spesso in situazioni di discriminazione? E come individuate luoghi ed ambiti in cui ritenete sia necessario il vostro impegno?
Abbiamo scelto di iniziare da un piccolo comune in provincia di Modena, Castelnuovo Rangone, le nostre attività proprio per mettere sotto la lente di ingrandimento i tanti ambiti della vita sociale nei quali ci sarebbe bisogno di “ribaltare l’ottica” e stiamo capendo solo ora, a 3 anni dalla costituzione, che sarebbe necessario un lavoro capillare dall’asilo alle associazioni di categoria, che abbracci l’intero arco della vita, per debellare completamente certi problemi tipo il razzismo o la xenofobia. Purtroppo anche un piccolo comune come Castelnuovo è abitato ancora da tante persone, anziane ma anche giovanissime, che vedono lo straniero, l’immigrato, come colui che usurpa gli “autoctoni” di lavoro e casa… se ci pensate è una logica quasi tribale, sicuramente da castellani medievali. Per cui c’è veramente tanto da fare, stiamo seguendo un percorso di avvio al volontariato nelle scuole medie e supportando un’altra associazione del territorio, l’Abito di Salomone, in un progetto volto all’integrazione dei bimbi stranieri, nelle scuole elementari. Abbiamo fatto diversi laboratori creativi negli asili di Castelnuovo e Montale, siamo entrati nel Centro Giovani…insomma, cerchiamo di lanciare spunti e riflessioni a tutte le età! La scelta è, ovviamente, influenzata anche dalla disponibilità di tempo e risorse che siamo in grado di mettere in campo e da quella che ci danno le varie scuole, associazioni, fiere… insomma, bisogna far quadrare tante esigenze diverse.
Potete raccontarci qualche episodio che dia testimonianza dei risultati ottenuti nella vostra attività di educazione alla diversità?
Credo che i risultati tangibili si vedranno con gli anni, non ci aspettiamo effetti se non sul lungo periodo. Certamente vedere tanti giovani che nelle feste di paese si mettono a chiacchierare e mangiare nell’osteria marocchina piuttosto che dal cuoco gnocco e tigelle nostrano, sta già facendo incuriosire e interrogare tanti in paese. Abbiamo in progetto alcuni questionari e focus group da proporre alle insegnanti di scuole elementari e medie per capire se il clima di classe sta beneficiando delle attività svolte ma è ancora troppo presto per avere numeri significativi. Alcuni genitori dei bambini dell’asilo con i quali abbiamo fatto un ciclo di laboratori alla biblioteca A .Lori di Montale ci hanno riportato che i figli, dopo il laboratorio, hanno stretto amicizie con bimbi stranieri che prima non conoscevano bene e hanno iniziato a chiedere di trovarsi a giocare con loro al pomeriggio, cosa che ha dato modo anche alle rispettive mamme di conoscersi e di sfatare, ad esempio il pregiudizio che le donne musulmane siano sottomesse all’uomo e relegate ai ruoli domestici.
Ha ancora senso, e perchè ancora esiste, in una società aperta e globalizzata, la paura del diverso? Voi che spiegazione vi date?
Ovviamente per noi non ha senso, ma c’è, è un dato di fatto provato dai fatti di cronaca che quotidianamente alimentano il senso di inquietudine dei cittadini italiani. Esiste perchè c’è una volontà politica che ha fondato su esso il suo potere, esiste perchè gran parte dell’informazione si è piegata ad una logica di guadagno piuttosto che di fedeltà alla veridicità della notizia e la paura fa scoop, fa vendere, esiste perchè il sistema economico entro cui siamo immersi sta scombussolando le scale di valori e ricchezza per l’Uomo, esiste perchè abbiamo ancora un welfare zoppicante, che non è in grado di garantire i bisogni primari di tutti per cui l’incertezza del domani butta ogni giorno nello sconforto e nella diffidenza le persone.
Esiste perchè l’uomo è un animale e come tale ha degli istinti tipici del regno cui apparteniamo (difendere il territorio, la prole, assicurare la prosecuzione della specie), anche se spesso basta conoscere nel vero senso della parola, per far prevalere la ragione, che ci distingue profondamente dagli animali. Ed è su quella ragione e sulla quella conoscenza che bisogna lavorare. Immaginate se voleste adottare un bambino, dopo anni di tentativi falliti, e vi chiamassero dicendo che ne è appena nato uno che la mamma non ha riconosciuto. Correte felici verso l’ospedale e dal vetro della nursery vi mostrano un lettino con un bimbo che presenta tutti i tipici tratti somatici di un bambino affetto da sindrome di Down. Da dietro il vetro prevarrebbe l’istinto animale (non possiamo farcela, che vita lo aspetta, dobbiamo ristrutturare casa in sua funzione), ma se vi facessero entrare a conoscerlo, abbracciarlo, coccolarlo, nulla potrebbe più staccarvi dal suo sorriso.
Ci sono luoghi, paesi, comunità in cui ritenete che questo tema sia particolarmente grave e sentito?
Nel mondo sicuramente sì, basti pensare ad alcuni paesi del medioriente, dell’Asia o dell’Africa, nei quali esistono ancora vere e proprie guerre contro le minoranze etniche; basti pensare ai tanti paesi del mondo nei quali la donna non è ancora considerata alla
pari dell’uomo nemmeno dalla legge; basti pensare ai tanti paesi nei quali i bambini nati con disabilità fisiche o mentali vengono abbandonati a loro stessi.
In Italia, tutto sommato, siamo già un passo avanti, ma dobbiamo ancora percorrere molta strada. Nella nostra zona credo che questo tema sia particolarmente sentito perchè vediamo da decenni una forte immigrazione attirata dal lavoro nel settore ceramico, biomedicale, alimentare, per cui una convivenza di diversi usi e culture. Per quanto riguarda la differenza di genere stiamo raggiungendo traguardi importanti in Emilia Romagna e nelle regioni del nord Italia, forse la diseguaglianza è più marcata nel meridione. Per quanto concerne la disabilità, purtroppo, nelle nostre zone c’è ancora molto da lavorare, soprattutto per via del preoccupante incremento di persone che si ammalano di tumore e altre patologie legate all’inquinamento atmosferico (e la Pianura Padana, si sa, è circondata da montagne per cui la qualità dell’aria ne risente fortemente) che sempre più rendono invalidi o disabili da un giorno all’altro e sempre più si trovano a dover fare i conti non solo con delle città non a loro misura ma anche con cittadini disabituati alle loro esigenze e con i pregiudizi che loro stessi, fino al giorno prima, avevano.
Concretamente Sassuolo – immagini Ass.ne DItraVERSO https://sites.google.com/site/odvditraverso/
Dove va il cinema?: intervista a Giuseppe Cocconi, titolare del cinema Belvedere di Castellarano (RE).
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Giuseppe Cocconi è titolare del cinema Belevedere di Castellarano (chiamato così da suo padre, che lo realizzò, dopo una gita sulle montagne vicine).
Il cinema ha aperto nel 1953 e ha vissuto la stagione d’oro del grande schermo, poi ha sempre saputo mantenersi vivace ed essere un punto di attrazione. Celeberrima è stata per anni la sua Rassegna dei film di qualità, fino a una ventina per 20mila lire, in pratica un film a mille lire, che andava avanti per tutto l’inverno e la primavera. E’ durata quindici anni a partire dalla fine degli anni Ottanta. Ha chiuso definitivamente otto anni fa. Ha raggiunto punte di 330 abbonati (per il mercoledì sera) di cui 250 di Sassuolo. Quando si è arrivati ad avere le prime visioni in contemporanea con le sale cittadine, abbiamo smesso.
A Cocconi abbiamo chiesto, viste le difficoltà del cinema a Sassuolo, come si fa a mantenere efficiente e in vita una piccola sala di una piccola città nell’era dei multisala.
“Sacrifici, personale ridotto al minimo, attenzione ai costi che aumentano sempre (in particolare quelli relativi alla sicurezza). Nel nostro caso in più abbiamo la proprietà del locale che è importante. Per il resto nei piccoli paesi i cinema in affitto sono ormai in mano ai Comuni, gli unici che riescono in qualche modo ad accollarsi la gestione. Molti chiudono e diventano dei supermarket. Va tenuto conto che non ci sono praticamente più contributi pubblici per queste attività, bisogna farcela da soli”.
E come si portano spettatori in sala?
“Fondamentale resta la scelta dei film giusti e bisogna farli subito, in prima battuta, quando li fanno le sale grandi. Con il download, i dvd ecc. un film oggi è bruciato dopo due settimane. Non vanno privilegiati solo i film di cassetta, le commedie all’italiana, i colossal, bisogna saper bilanciare perché il pubblico non è sempre lo stesso e non ha tutto gli stessi gusti.
Per questo facciamo sempre rassegne particolari e lasciamo le domeniche ai film che tutti vogliono vedere. Bisogna stare attenti alle scelte perchè i distributori a noi piccoli chiedono un minimo garantito, cosa che non fanno coi multisala a cui pongono altro tipo di vincoli (un periodo di programmazione più lungo, priorità ad altri film della stessa casa produttrice).
Ma il punto principale resta la scelta del prodotto giusto e la velocità nel proporlo”.
Com’è il rapporto con la città e le istituzioni?
“Altro punto fondamentale è il rapporto stretto e diretto con tutto il paese. Il cinema deve essere una parte importante e inserita nel tessuto locale. Noi abbiamo ottimi rapporti con il Comune e con le scuole, mettiamo il locale a disposizione gratuitamente per le iniziative pubbliche, il saggio, gli eventi scolastici (questa con i suoi 400 posti è la sala più capiente di Castellarano) e d’altra parte ho facilità nel pubblicizzare i film nelle vetrine, nelle bacheche”.
Ma chi viene al cinema Belvedere, sempre gli stessi cinefili o un pubblico vario?
“Non abbiamo una sola tipologia di cliente, si va dai ragazzini agli affezionati del cinema. In generale vedo che i giovani fino a circa 28-30 anni amano il multisala mentre oltre quell’età si torna a preferire un cinema monosala, meno caotico.
Un’altra fortuna che abbiamo a Castellarano in effetti è quella di non avere grandi multisala nelle immediate vicinanze e di essere i primi ad accogliere chi eventualmente scende dalle montagne vicine. Se hai il film giusto si fermano qui, le pellicole principali ogni settimana sono poche, perché i film importanti cercano di non uscire in contemporanea, quindi se centri il titolo riempi la sala”.
Il cinema è destinato a scomparire?
“Non credo che il cinema sia finito, ci sono sempre stagioni migliori e peggiori per quanto riguarda la qualità dei film, ma l’interesse rimane alto. Il nostro ruolo come sale cinematografiche è cambiato, ma non è passato: un tempo eravamo il luogo unico e privilegiato dove guardare i film, adesso ho l’impressione che siamo il veicolo che spinge i film in televisione o per la vendita in dvd, ma questo non ci rende meno importanti, prima si viene sempre al cinema”.
Concretamente Sassuolo
“Dove va il cinema?”. Dal mondo delle associazioni le prime proposte per il grande schermo a Sassuolo
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Una difficile soluzione quella per il ritorno del cinema a Sassuolo, ma una strada possibile sta nell’impegno dell’associazionismo
culturale e aggregativo. E una prima proposta è emersa, al termine dell’incontro pubblico organizzato dalla nostra associazione, Concretamente Sassuolo, dal titolo “Dove va il cinema?” l’altra sera al Parco Amico di Braida.
All’ultimo momento, per un impegno romano, Andrea Malucelli, presidente di Agis-Anec Emilia Romagna, ha dovuto rinunciare all’appuntamento. Ma il dibattito è stato di grande interesse grazie ai due ospiti presenti, Corrado Ravazzini, regista sassolese indipendente e Enrico Vannucci, artistic director per il festival internazionale del corto Yasujiro Ozu.
Enrico Vannucci, che è uno studioso di cinema, ha spiegato il cambiamento nella fruizione del grande schermo negli ultimi 20 anni. “Si è passati da grandi sale singole a multisala con spazi più ridotti e più schermi. E’ quello che c’è intorno a fare la differenza, nel senso che oggi andare al cinema è un momento aggregativo, in cui la visione del film è solo una parte e neanche preponderante. Ci sono giochi, cibo, spazi in cui ritrovarsi e eventualmente anche il film. La fruizione del cinema è più varia e anche più distratta e questo si deve alla tecnologia: posso cominciare a guardare il mio film sul tablet e poi finire a casa sul maxischermo. Questo ha fatto un po’ venire meno l’approccio “religioso” al cinema come opera d’arte e per forza di cose il sistema privilegia i film di cassetta, specialmente americani, che al momento in cui arrivano in Europa sono già ripagati delle spese sostenute e possono essere venduti alle sale per cifre molto basse, facendo grandi numeri in termini di spettatori. In questo quadro il film d’autore, e così la sala cinematografica ad esso specificamente dedicata, entrano in difficoltà”.
Corrado Ravazzini ha raccontato cosa significa essere un regista indipendente oggi e come si
trovano i canali per proporre le proprie opere, evidentemente non destinate ai multisala: “La tecnologia ha permesso di fare cinema con meno spese e più qualità. Oggi bastano certe macchine fotografiche digitali o palmari per avere una immagine di qualità medio-alta. D’altra parte i canali in cui proporsi sono vari ma tutti da creare. Tendenzialmente non si usa youtube in prima battuta perché brucia immediatamente ogni tipo di visione. La strada migliore sono i festival, che a livello europeo sono tantissimi e in crescita. E’ un mondo che conferma la passione per il cinema, al di là della fruizione di massa. Va poi sottolineato come molti paesi sostengano il loro cinema e anche le produzioni alternative, come per esempio i corti, con apposite regole e leggi. In Italia invece la legislazione è ancora vecchia e inadeguata e questo non aiuta”.
Nel riflettere su un possibile futuro del cinema a Sassuolo, dopo la chiusura del San Francesco, ultima sala della città, i presenti, al tavolo e in platea, si sono dichiarati pessimisti sul ritorno di una sala dedicata: “Il problema – ha spiegato Susanna Bonettini, consigliera comunale, tra gli spettatori della serata – è che negli ultimi anni Sassuolo non è in grado di proporre nulla sotto l’aspetto aggregativo. Finita la visione del film, fuori non c’è nulla, spesso neanche un bar ed è ovvio che, per il modo attuale di intendere questa occasione ricreativa, non siamo più appetibili”.
Il possibile rilancio, in attesa di una soluzione definitiva auspicata da tutti, potrebbe risedere nel mondo delle associazioni e in qualche tentativo di sinergia fra volontari della cultura, piccole sale e pubblico appassionato. Luciano Biolchini, della Comune del Parco di Braida che ospitava la serata, ha lanciato il primo sasso nello stagno. Qui a Braida abbiamo lo spazio, le strutture e la disponibilità. Accoglieremo qualunque gruppo, associazione o singolo proponente che abbia idee per questa o altre proposte di aggregazione e ricreazione a favore degli abitanti. Siamo a disposizione”.
Concretamente Sassuolo – immagini Massimo Gherardini
Enrico “Giulio” Serpagli: Paesaggi invisibili
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Enrico Serpagli, ‘Giulio’ per gli amici, nasce a Borgotaro (Parma) nel 1936 dove, già da ragazzo, viene attratto dalla fotografia frequentando la famiglia del fotografo del paese. Agli inizi degli anni 50’ la sua famiglia si trasferisce a Sassuolo; frequenta prima il liceo scientifico Tassoni e poi l’università a Modena.
La fotografia diventa per Serpagli un importante corollario al suo lavoro quando, laureatosi in Scienze Geologiche e divenuto docente universitario in paleontologia, inizia a fare didattica e ricerca. Insegna nelle università di Torino e di Modena e tiene corsi semestrali e “short courses” anche in università straniere tra le quali la Freie Universität Berlin. Ha dedicato alla ricerca quasi 50 anni della propria vita pubblicando oltre 130 lavori scientifici sulle più prestigiose riviste internazionali di tutto il mondo.
A partire dagli anni 80’, durante i numerosi viaggi di lavoro per studiare sequenze stratigrafiche, ma anche durante le ore di svago, viene sempre più attratto da immagini “informali” e fantastiche che cattura con uno scatto e che conserva gelosamente.
Solo, quindi, dopo una lunga carriera universitaria di docente e ricercatore viene sollecitato a farsi conoscere come artista fotografo da Beppe Zagaglia e da Franco Vaccari sul finire degli anni 90’ ed è per questo motivo che la sua carriera “artistica” è piuttosto breve. Dopo la prima mostra a Modena nelle sale del Paradisino (“I colori della materia”-1999), espone a Bedonia (Parma)(1999), a Cagliari in collettiva (2000), al Castello di Spezzano (“Nuove ricerche” – 2009). Nell’aprile del 2008 espone 107 opere nei prestigiosi locali del Foro Boario di Modena. “Il senso dell’ordine” è il titolo della mostra con catalogo di 130 pagine (presentazione critica di Daniele Astrologo). Un anno dopo, settembre 2009, la stessa mostra viene riproposta a Borgotaro (Parma). Da alcuni anni vive e lavora a Sassuolo.
Perché paesaggi invisibili? cosa sono?
Sono “paesaggi”che riesco a vedere attorno a noi, nei luoghi più impensabili e che altri non vedono perché, come ha detto Beppe Zagaglia, ”non sanno o non vogliono vedere”. Marinella Paderni ha scritto che le mio opere “rendono visibile l’invisibilità del paesaggio contemporaneo” e che nei miei scatti fotografici “eternizzo un evento appena prima che si trasformi in attimo fuggente, che svanisca irrimediabilmente nel nulla smarrendo ogni traccia, ogni ricordo.”
Perché questo tipo d’arte?
E’ stato detto che coniugando astrazione ed essenzialità ho inventato un mio linguaggio fotografico, uno stile personale di vedere le immagini che esistono attorno a noi. Le mie fotografie si possono in un certo senso paragonare a quei quadri “dimenticati” nelle cantine delle pinacoteche e dei musei che direttori illuminati riportano alla luce dopo secoli di oblio. La cosa più sorprendente è che quei quadri sono molte volte dietro casa, poco lontano dalla strada che percorro tutti i giorni. Spesso mi meraviglio di come mai nessuno li abbia visti.
Quando è cominciata questa “scoperta”?
La fotografia mi ha sempre attratto fin da ragazzo ma la “caccia ai paesaggi invisibili” è iniziata negli anni ’80. Forse perché non sapendo usare colori e pennelli sento che devo “dipingere” con l’obiettivo. Quando un pittore pensa di trasferire sulla tela le
immagini, i colori, le linee che ha in mente, credo che prima di tutto debba decidere il formato della tela. Le immagini che io colgo non hanno un formato “preconfezionato” o dei limiti ben precisi dato che l’inconscio artista (uomo) e l’ancor più inconscia natura non si curano di questi aspetti. Il più delle volte il quadro è solo una frazione di una grande superficie “informe” e senza significato. E’ col mirino della mia Canon che decido quali contorni avrà e quale sarà la parte da “portare a casa” per sempre. Nel momento in cui trovo nell’immagine la mia idea grafica, allora la “rubo” e cerco di farla mia per sempre. “
Si ispira a qualcosa?
I pittori moderni mi hanno sempre creato delle emozioni. Daniele Astrologo nella presentazione della mostra “Il senso dell’ordine” (Foro Boario di Modena, 2008) scriveva “Basta scorrere le foto per cogliere gli stilemi di Joan Miró, Mark Rothko,
Piet Mondrian, Sam Francis e così via per la galleria delle avanguardie. Una cultura visiva che non si limita alla pittura e ai suoi protagonisti. Nelle fotografie di Serpagli vi è la ricerca di un ordine che sorge dalla sintesi delle discipline scientifiche ed artistiche. Il risultato è affatto estetico.”
Seguendo il suo percorso, possiamo dedurre che in tutto possa esserci dell’arte.. è vero? oppure serve un buon occhio da artista per captare certe cose?
L’ho già detto. L’arte è attorno a noi. Ci sta solo aspettando.
Prossimi progetti?
Come ho scritto nella “Prefazione” del catalogo, pensavo che quando si è chiusa la mostra del Foro Boario di Modena nell’aprile del 2008 dove esponevo oltre 100 opere, il mio breve percorso “artistico” fosse arrivato al capolinea. Pensavo anche che, come fanno saggiamente alcuni campioni dello sport, era meglio ritirarsi e chiudere in bellezza prima dell’inevitabile declino.
Come vedete, non è stato così. Non riesco ad appendere la macchina fotografica al chiodo. Progetti futuri? Certamente. Presto spero di farveli vedere.
Concretamente Sassuolo – foto © Enrico Serpagli
“Paesaggi invisibili” – Paggeriarte – Piazzale della Rosa Sassuolo
Inaugurazione: Sabato 31 Marzo 2012, ore 18.00.
Mostra: dal 31 Marzo al 22 Aprile 2012
Orari: martedì, venerdì, sabato e festivi: 10.00- 12.30; 16.00- 19.30






