Il disco dei ricordi
THE DOORS – The Doors (1967 – Elektra)
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Una nuova rubrica che guarda al passato, per capire da dove veniamo, attraverso alcuni dischi fondamentali, o dischi che in un qualche modo ispirano le nostre emozioni… Andare alla scoperta di personaggi e dischi, per fare riemergere ricordi ormai andati, epoche a cui siamo legati, anni della nostra giovinezza, periodi particolari di cui abbiamo sentito parlare. Per i piu’ giovani sarà un motivo in piu’ per vedere dove si è formata la moderna scena musicale. Non sarà un documentario o una storia cronologica, ma un viaggio attraverso la musica, in tempi neanche troppo lontani, che mese per mese affronteremo insieme: benvenuti a bordo!
The Doors, uno dei migliori album d’esordio di tutti i tempi.
La rivoluzione sonora di fine anni ’60 collocava i Doors tra la felice evoluzione del movimento hippy dei Jefferson Airplane, mentre dalla parte opposta del continente i Velvet Underground raccontavano con il loro rock malato, la New York dei bassifondi.
In mezzo a questa scena musicale c’erano loro, con un messaggio di passione e terrore, un primo disco originale ed inquietante, una band che ha esercitato un incredibile impatto nella cultura popolare americana.
L’inizio della leggenda vede nell’incontro tra l’esperto pianista Ray Manzarek e il poeta Jim Morrison su una spiaggia californiana, la nascita della formazione americana.
Il chitarrista, superstar stilistica, rispondeva al nome di Robby Krieger, completava la squadra John Densmore, batterista d’eccezione: nella coesione dei quattro membri stava la vera forza del gruppo.
L’assenza di un bassista fu colmata dalla strabiliante capacità tecnica di Ray Manzarek, che aggiunse un basso a tastiera “Fender” al suo organo “Vox”, una soluzione innovativa e di successo, un suono tagliente che sovrastava quello tradizionale della chitarra, la sostanza della musica dei Doors partiva da qui.
Al talento dei tre musicisti, venne data una voce, quella di un personaggio di culto del rock, Jim Morrison.
Simbolo dell’inquietudine giovanile, sguardo magnetico, bellezza classica, divenne in breve tempo il protagonista del palcoscenico, di quel rito cerimoniale che erano i live dei Doors…
Era la figura carismatica, l’anima e il cuore della band, senza la sua vena poetica, senza quei manoscritti su taccuini che diverranno poi i testi delle canzoni, i Doors non sarebbero stati la stessa cosa.
La musica dei Doors appare talmente conosciuta e familiare, che sembra quasi impossibile immaginare l’esplosione dell’esordio dell’opera prima omonima. In principio si esibirono prima al “London Fog”, poi come house band nello storico locale di Sunset Strip, il “Whisky a go go”, fino al passaggio alla casa discografica “Elektra” dove i Doors pubblicarono il loro primo album, iniziando così il loro viaggio nella storia del rock.
“The Doors” venne pubblicato nel gennaio del 1967, alla produzione Paul Rotchild, importante ed esperto pilota alla guida dei Doors.
Il disco si apriva con “Break on Through”, primo singolo dell’album, dal messaggio incendiario e dagli intenti già chiari: l’invito era
quello di uscire dagli schemi e scavalcare le barriere. Brano tratto dalle annotazioni di Morrison della metà degli anni 60, “Break on through” non fece diventare famosi i Doors, che invece raggiunsero il successo clamoroso con “Light my fire” scritta da Robby Krieger. La versione originale di 7 minuti, fu sapientemente tagliata per i passaggi radiofonici:
Hit richiestissima, con grandi assolo di organo e chitarra, portò i Doors direttamente al disco d’oro nell’estate del 1967.
La canzone preferita da Jac Holzman (manager dell’Elektra) era “Twentieth Century Fox”, che in origine doveva uscire proprio come secondo singolo, linee melodiche perfette ed eleganti, ironia e sarcasmo su certi valori della cultura pop di quel periodo, a Los Angeles.
“The Crystal Ship” (lato b di “Light my fire”) è un pezzo poetico, che sfata il mito del Morrison urlatore, canzone armoniosa, delicata, anche se i toni della “nave di cristallo” lasciano intravedere qualcosa di sinistro…
“Soul Kitchen” inizia con la tastiera ritmica, per poi proseguire negli arpeggi di Krieger e nell’accompagnamento di Densmore. In questo caso i suoni si avvicinano ad un blues psichedelico, nella consueta grande performance di Jim Morrison, che recita nei suoi testi la voglia di dimenticare il passato con il ritornello“learn to forget”.
C’è lo spazio anche per due cover “Alabama Song” e “Back Door Man” che erano servite agli inizi di carriera nei locali di Sunset Strip, e “End of the night” cupa ballata, curiosamente lato b di “Break on through” due brani decisamente opposti.
“Take it as it comes” omaggio di Morrison alla meditazione, è il preambolo all’opera d’arte finale, “The End”.
Con questo pezzo conclusivo i Doors dimostrano che possono anche fare paura: il paesaggio sonoro è agghiacciante, ipnotico,
surreale, un brano epico recuperato anni dopo per la colonna sonora di “Apocalypse Now” (1979) di F.F.Coppola.
Nel 1991 Oliver Stone proponeva nel suo film “The Doors” una versione tenebrosa di Jim Morrison, interpretato da Val Kilmer, anche se la pellicola non ha riscosso i pareri favorevoli dei membri della band. Piu’ recente è la produzione di “When you’re strange” (2010) di Tom DiCillo, film-documentario con immagini inedite, che mostra anche le relazioni personali tra i quattro musicisti.
Nel lontano 1967 i Doors incarnavano l’ideale di un sogno da realizzare.
Il motivo per cui, a distanza di quasi 50 anni, sia ancora vivo l’interesse per questo disco e per questa band, è forse inspiegabile: probabilmente la risposta è nelle stesse parole di Jim Morrison “Break on through”, la porta è ancora aperta…
THE DOORS (1967)
Vittorio Ferrari
FRANCO BATTIATO – La voce del padrone (EMI 1981)
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Una nuova rubrica che guarda al passato, per capire da dove veniamo, attraverso alcuni dischi fondamentali, o dischi che in un qualche modo ispirano le nostre emozioni… Andare alla scoperta di personaggi e dischi, per fare riemergere ricordi ormai andati, epoche a cui siamo legati, anni della nostra giovinezza, periodi particolari di cui abbiamo sentito parlare. Per i piu’ giovani sarà un motivo in piu’ per vedere dove si è formata la moderna scena musicale. Non sarà un documentario o una storia cronologica, ma un viaggio attraverso la musica, in tempi neanche troppo lontani, che mese per mese affronteremo insieme: benvenuti a bordo!
Nel 1981 Franco Battiato raggiunge il vertice del successo della sua carriera, dopo anni di sperimentazione, passando dalla gavetta dei primi album elettronici e sperimentali, arrivando al pop di grande effetto dei due precedenti lavori “L’era del cinghiale bianco” e “Patriots” (che coincisero con il suo arrivo alla etichetta EMI). Ma è con questo disco che ottiene la completezza artistica, dove ogni tassello si inserisce al posto giusto: sette gemme di musica pop italiana che vanno a formare “La voce del padrone”.
Giudicato come migliore album del 1981, arriva in poco tempo la ragguardevole cifra di un milione di copie vendute: cosa impensabile per l’epoca, per un disco italiano.
Il primo brano che apre le danze, è il caso di dirlo, è “Summer on a solitary beach”: attraverso il rumore del mare inizia il disco e proprio questi suoni ci introducono nell’estate degli anni ottanta, quel modo di cantare quasi sussurrato dell’artista
siciliano ci porta lontano, con le sue descrizioni immaginarie, con i sui ritmi e melodie elettropop.
Il mister tamburino di “Bandiera bianca” è già un classico, lento e progressivo l’incedere di tastiere fino al proclama, l’arresa del grido, con voce amplificata al megafono, di “sul ponte sventola bianca”, con le innumerevoli enunciazioni di ogni cosa sgradita al Battiato contestatore.
Di tutt’altra atmosfera invece è la successiva “Gli uccelli”, raffinata ed elegante: tastiere, archi, il cantato di meditazione, poi la musica che sembra rincorrersi, è questa la
simulazione del volo, del battito d’ali, l’ascesa e le traiettorie degli uccelli… ampio respiro, quasi a descrivere l’immensità dello spazio, l’orizzonte infinito, uno dei capolavori dell’album.
“Cuccurucucu” parte coi cori e la breve introduzione è subito sovrastata dal synth e dal trascinante ritmo elettronico, in mezzo racconta di gesta di pellerossa, di serenate, cantata in italiano e in inglese, quasi a dare una dimensione europea all’opera di Battiato.
“Segnali di vita”, la quinta traccia delle sette che compongono il disco, è forse quella piu’ riflessiva, il messaggio di Franco Battiato ci riporta a paesaggi naturali, rumori di sottofondo per le stelle, i cortili e luci dell’imbrunire… l’ideale romantico sottolineato da suoni di pianoforte e sassofono.
E’il preludio per l’irresistibile “Cerco un centro di gravità permanente”, capitani coraggiosi, gesuiti euclidei, imperatori… la mente spostata ad immaginari esotici, l’autore cerca un punto fermo nella vita, “che non gli faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente” ritornello che si stampa indelebile nella mente, successo irripetibile.
“Sentimiento nuevo” conclude l’album, la descrizione della passione e dell’amore fisico, alla maniera ricercata di Battiato, crea una magica atmosfera, l’incantesimo
che scomoda anche le sirene di Ulisse, l’oasi nel deserto: la bellezza di questo sentimento , tra tante citazioni, arriva attraverso l’intensità della musica.
Le sue canzoni sono fotografie musicali che anticipano un’epoca, nei suoi testi riesce a miscelare religione, società, politica, filosofia e ironicamente crea tormentoni su basi elettro pop. Un disco che si poteva reperire tra i vinili delle radio alternative eallo stesso tempo tra le audiocassette di gente comune: trovare la giusta alchimia tra musica di grande successo e suoni d’elite non è mai facile.
Armonie affascinanti, per un disco che a distanza di trenta anni suona ancora incredibilmente attuale: il magro e allampanato artista siciliano aveva colpito nel segno, riascoltare per credere.
Franco Battiato – La voce del padrone (1981- EMI)
Vittorio Ferrari
SIMPLE MINDS – New Gold dream 81-82-83-84 (Virgin,1982)
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Una nuova rubrica che guarda al passato, per capire da dove veniamo, attraverso alcuni dischi fondamentali, o dischi che in un qualche modo ispirano le nostre emozioni… Andare alla scoperta di personaggi e dischi, per fare riemergere ricordi ormai andati, epoche a cui siamo legati, anni della nostra giovinezza, periodi particolari di cui abbiamo sentito parlare. Per i piu’ giovani sarà un motivo in piu’ per vedere dove si è formata la moderna scena musicale. Non sarà un documentario o una storia cronologica, ma un viaggio attraverso la musica, in tempi neanche troppo lontani, che mese per mese affronteremo insieme: benvenuti a bordo!
Si parla dei Simple Minds come di una delle formazioni piu’ influenti e importanti degli anni 80.
La band era composta da Mick MacNeil alle tastiere, personaggio geniale quanto schivo, Derek Forbes, soprannominato Big Dan, responsabile degli inconfondibili giri di basso, cuore delle canzoni dei Minds, Charlie Burchill chitarrista d’eccezione, considerato l’estroverso del gruppo e compagno di scuola di Jim Kerr, che invece era il leader e voce del gruppo scozzese, autore dei testi, che appariva spesso nelle copertine di giornali e riviste musicali, l’immagine dei Simple Minds.
Nella produzione di “New Gold Dream” il batterista McGee viene sostituito da Meil Gaynor.
Lo scenario storico e musicale del periodo vede spazzata via definitivamente la pesante eredità degli
anni settanta, l’illusione era nella magia del pop e della new wave: ad esempio il glamour e i sintetizzatori degli Human League scalavano le classifiche e personaggi come Adam Ant facevano dell’immagine un culto dal notevole successo commerciale.
I Simple Minds arrivavano da Glasgow, Scozia, ai margini della scena wave, discostatisi fin dall’inizio dal punk, giunsero alla pubblicazione del quinto album dopo l’azzardo del doppio “Sons and Fascination\Sister Feelings Call” tra i timori della Virgin Records per la risaputa difficoltà della pubblicazione di un doppio disco, soprattutto per una band non del tutto affermata.
Fiducia ben presto ripagata, visto che la vena creativa dei Simple Minds sfociava in quello che
è uno dei loro piu’ grandi successi e sicuramente il loro capolavoro: “New Gold Dream”.
L’apertura è spontanea e ci spalanca immediatamente le porte al nuovo suono dei Simple Minds: “Someone somewhere in summertime” suona elegante e decisa, i ritmi scanditi dalle tastiere elettroniche, che sfumano introducendo un altro stupendo brano “Colours Fly and the Catherine Wheel” linee di basso piu’ robuste e sicure, suoni che che iniziano a creare una atmosfera magica e malinconica.
E’ la volta di quello che è considerato un classico “Promised You a Miracle”, le chitarre dietro ai suoni del sintetizzatore, 45 giri storico della band scozzese, che precede “Big Sleep”, cantilenante, oscura, maestosa nel cantato di Kerr e nelle corde pizzicate da Forbes.
C’è lo spazio per lo stacco strumentale di “Somebody There Like You”, preambolo alla title track “New Gold Dream (81-82-83-84)”, stupefacente ed enigmatica, la potenza di un rullo elettronico, un brano coinvolgente , l’apice compositivo dell’intero disco, che non si ferma e il “sogno new wave “ continua con l’ottimo singolo “Glittering Prize”.
La conclusione dell’album è affidata all’ampio respiro musicale di “Hunter and The Hunted”, altro pezzo pregiato, alle tastiere ospite Herbie Hancock e infine termina con “King Is White and in The Crowd” grintosa, ipnotizzante, calma e potente allo stesso tempo, molto dell’estetica dei Minds di New Gold Dream è sintetizzata qua.
Dopo la notevole produzione dei primi lavori, la strada per il successo era ormai spianata proprio con questo disco: per il successivo “Sparkle in the rain” trainato dall’epica
“Waterfront” giunse in parte la svolta verso suoni piu’ rock (incise non poco il cambio di produzione affidato a Steve Lillywhite, lo stesso degli U2) e furono molti gli album e i singoli di grande interesse che continuarono a scrivere i Simple Minds, tra l’altro alcuni dai risvolti impegnati in temi politici e sociali (“Mandela day”, “Belfast child”, “Biko), e il grido di Jim Kerr sembrava quasi un messaggio nella celeberrima “Don’t you (forget about me)”…
Ma a distanza di trenta anni, riascoltando il trascinante attacco di “New Gold Dream” salgono ancora emozioni e brividi.
I vecchi ricordi si intrecciano alle nuove sensazioni, è questo quello che sicuramente avranno provato i fan alla conclusione dell’esibizione live di Jim Kerr e compagni, nel tour 5X5 (cinque canzoni per i primi cinque album, abbinata anche alla ristampa di un prezioso cofanetto) che li vede protagonisti in tutta Europa.
A distanza di tanti anni, un grande disco puo’ regalare tutto questo e come disse Jim Kerr in una intervista, “la musica ha a che fare con i suoni… e col cuore.”
SIMPLE MINDS – New Gold Dream (1982)
Vittorio Ferrari
R.E.M. – Automatic for the People (1992)
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Una nuova rubrica che guarda al passato, per capire da dove veniamo, attraverso alcuni dischi fondamentali, o dischi che in un qualche modo ispirano le nostre emozioni… Andare alla scoperta di personaggi e dischi, per fare riemergere ricordi ormai andati, epoche a cui siamo legati, anni della nostra giovinezza, periodi particolari di cui abbiamo sentito parlare. Per i piu’ giovani sarà un motivo in piu’ per vedere dove si è formata la moderna scena musicale. Non sarà un documentario o una storia cronologica, ma un viaggio attraverso la musica, in tempi neanche troppo lontani, che mese per mese affronteremo insieme: benvenuti a bordo!
Sembra incredibile, ma stiamo parlando di una formazione che non esiste più, vista la dichiarata volontà di Michael Stipe e soci di sciogliere la band nel settembre del 2011.
Assieme a Stipe alla voce, il gruppo vedeva anche la partecipazione di Peter Buck alla chitarra, Mike Mills al basso e Bill Berry alla batteria (che uscirà dai REM sul finire degli anni novanta).
Ci hanno lasciato in eredità una grande discografia: iniziarono la loro avventura nei primi anni ’80. Originari di Athens, nel Sud degli Stati Uniti, i REM avevano un suono intriso di quel college rock molto legato al loro territorio: proposero una cover dei Velvet Underground (“There she goes again”), gli arpeggi della chitarra risentivano dell’influenza di Roger McGuire dei Byrds, di cui Peter Buck era un ammiratore.
Nonostante album eccezionali come “Murmur” del 1983, trainato dal singolo “Radio Free Europe”, il successo commerciale arrivò negli anni Novanta prima con l’abum “Out of time” (1991), poi con il successivo “Automatic for the people”, il loro disco fondamentale, un concept album che sancì la definitiva rivincita dell’alternative rock americano (nonostante i REM fossero già passati ad una major come la Warner, dopo gli inizi sull’etichetta
discografica I.R.S, arrivando al successo dopo un decennio di carriera).
Gli anni ’90 segnarono l’esplosione del grunge e di Kurt Cobain (amico di Michael Stipe), il ritorno del brit-pop (con il rinato dualismo Stones-Beatles applicato a Blur-Oasis), il fiume in piena dell’elettronica con fenomeni come Massive Attack e The Chemical Brothers…: in questo contesto i REM proseguirono autonomamente, caratteristica dei gruppi più importanti quella di non lasciarsi influenzare e condizionare dall’epoca in cui vivono.
Con “Automatic for the people” nacque un lavoro che si differenziava dai loro precedenti, più cupo ed intimistico, che arrivò a trattare temi quali la morte e l’esistenza umana: inserisci il compact disc completamente giallo con scritte nere e dallo stereo si diffondono ancora le note strazianti di
“DRIVE”, uno dei capolavori della band, singolo che vendette milioni di copie, un brano senza ritornello che mise subito in chiaro la forte personalità dei REM e tutta la malinconica poesia cantata da Stipe.
Il disco prosegue con “Try not to breathe”, provare a non respirare, la storia di un anziano in punto di morte, tra le melodie di Michael e i giri di chitarra di Buck, linee musicali che proseguono invece festanti nella successiva “The sidewinder sleeps tonite” per arrivare ad un’altra vetta dell’album, ovvero “EVERYBODY HURTS” ormai considerata una ballata classica.
C’è lo spazio anche per un intermezzo strumentale (“New Orleans Instrumental N.1) poi gli archi
annunciano l’arrivo di “Sweetness follows”, che racconta alla maniera dei REM il triste rapporto con i genitori persi: ma è solo il preludio per un altro pezzo forte (uno dei preferiti di chi scrive), quella “Monty got a real” introdotta da un breve intro che poi vede le chitarre sciogliersi a narrare una canzone dedicata a Montgomery Cliff , un grande attore dell’epoca di Marlon Brando, omaggio di Stipe al cinema, una delle sue grandi passioni oltre alla musica e alla fotografia.
“Ignoreland” ritmica, ossessiva, grintosa e polemica, in contrasto con la classe politica del periodo, trascina il disco verso il tripudio finale con un’altra memorabile filastrocca musicale “MAN ON THE MOON”, dedicata ad un comico scomparso (Andy Kaufman) a cui poi si ispirerà una
celebre pellicola cinematografica, la fluida “Nightswimming”, tutta pianoforte e archi per descrivere la bellezza di un bagno notturno, quasi ad anticipare il termine di questo splendido lavoro con “Find the river”. Quest’ultima inizia con le note di un’armonica, le tastiere e i cori fanno da sottofondo alla voce chiara di Stipe che lentamente ci saluta e si congeda lasciandoci con quella sensazione dolce amara che si percepisce proprio quando una cosa bella finisce… Trovare il fiume: seguire la propria strada, alla ricerca di se stessi.
A completare l’opera ci sono le foto di Anton Corbijn, futuro regista di “Control” e fotografo di Joy Division, Depeche Mode, U2 e tante altre rockstar. Recentemente è stato pubblicato un album tributo, “Stereogum Presents… DRIVE XV – A Tribute to Automatic for the People” (2007), in cui giovani formazioni quali “The Veils”, “Shout out Louds”, “Blitzen trapper” e “Bodies of water” si cimentano nella reinterpretazione dei brani di quello che è stato un grande disco: suoni che vengono dal passato, per un futuro tutto da scrivere.
Vittorio Ferrari
The Smiths – The Smiths (1984)
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Una nuova rubrica che guarda al passato, per capire da dove veniamo, attraverso alcuni dischi fondamentali, o dischi che in un qualche modo ispirano le nostre emozioni…
The SMITHS: una delle accoppiate formidabili del rock inglese dopo McCartney e Lennon, ovvero Morrissey e Marr, assieme al bassista Andy Rourke e al batterista Mike Joyce, fondarono una delle formazioni piu’ influenti degli anni ottanta e degli anni a
seguire.
Steven Morrissey, introverso e appassionato di cinema e letteratura, si ispirava ad Oscar Wilde, alle poesie romantiche inglesi, ma anche alla produzione artistica di Andy Warhol, senza però tralasciare gli scottanti temi socio-politici di quel periodo, diventerà l’impareggiabile cantante e frontman del gruppo.
Il chitarrista Johnny Marr contribuirà notevolmente alla grandezza degli Smiths, grazie alla sua fantasia, talento, genialità e al proprio stile personale.
Siamo nella città di Manchester, nel periodo storico in cui i giovani erano stati travolti dall’urgenza del punk e in seguito dalla rivoluzione della new wave : gli Smiths esordirono con alcuni singoli, il primo fu “Hand in glove” del 1983, riprendendo in mano le chitarre, al posto dei synth, con uno sguardo agli anni 60, a quelle melodie allegre e scanzonate “jingle-
jangle” , allo stile chitarristico e psichedelico dei Byrds.
Grande importanza nella discografia degli Smiths era attribuita ai 45 giri, quasi quanto agli LP; anche “This charming man” uscì come singolo e fu aggiunto successivamente nel primo disco, che vide la pubblicazione per l’etichetta Rough Trade (dopo che il gruppo rifiutò un contratto con la Factory records) nel 1984.
Inconfondibile lo stile grafico delle copertine dei dischi: mai nessun membro del gruppo comparì sulle cover, che invece erano costituite da modifiche di fotogrammi di film; in particolare quella del primo album ritrae una foto di Joe Dallesandro, attore e modello americano, proveniente dalla Factory di Andy Warhol (lo scatto è tratto dal film “Flesh”, diretto da Paul Morrissey 1968).
Debutto emozionante, frizzante e sorprendente, l’ironia acuta nei testi di Morrissey si completava con il suono stratificato e le melodie eccezionali di Marr: l’album parte con la voce cantilenante di Morrissey su “Reel around the fountain” per proseguire a ritmo serrato con “You’ve got everything now”.
“Miserable lie” si apre lenta e riflessiva, con il placido giro di chitarra, per poi virare decisamente verso un suono veloce e deciso e se in questo brano Morrissey parla di effimere relazioni amorose, nella successiva “Pretty girls make grave” citando Kerouac, ci canta “I’m not the man you think I am”, mostrando tutta la propria sensibilità…
Rullo di batteria a introdurre la nostalgica “Still Ill” , che sicuramente ha influenzato moltissime delle formazioni moderne come ad esempio The Organ e Northern Portrait.
Un intraprendente giro di chitarra annuncia “What difference does it make?”, uno dei pezzi forti del disco, molto amato negli anni anche dallo stesso Morrissey e si racconta che il batterista Mike Joyce si scatenò in una energetica performance proprio su questo incredibile brano, che si distende sui testi romantici e sentimentali di Moz.
Nello stesso anno pubblicarono un altro singolo di grande successo “How soon is now?” non incluso nell’album ma bensì nella successiva raccolta “Hatful of hollow”, con b-side e peel session: brano inconfondibile soprattutto per l’introduzione “tremolante” , con le note che sembrano rimbalzare sulla chitarra, un’altra delle invenzioni geniali di Johnny Marr.
Recentemente si è assistito ad una riproposta in grande stile della discografia degli Smiths, con la pubblicazione di tutti gli album in un unico cofanetto da parte della Rhino records, giusto tributo per una grande e indimenticabile band.
Kevin Cummins nella lunga carriera di fotografo ha rappresentato con i suoi celebri scatti la vita delle star musicali di tutti i tempi e una sua mostra dedicata alla città di Manchester veniva intitolata proprio“Manchester, so much to answer for” la frase conclusiva di “Suffer little children”, il brano con cui termina il primo album degli Smiths.
Se non è nostalgia questa…
THE SMITHS – 1984
Vittorio Ferrari

