Kind of Jazz

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Herbie Hancock – The New Standard (1996)

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Kind of Jazz è un nuova rubrica di ConcretaMusic, nata con l’intenzione di dare spazio alla musica Jazz, troppo spesso considerata musica di nicchia o “vecchia”. Andremo ad esplorare la moderna scena musicale del Jazz, con particolare attenzione alle uscite più recenti, ma sempre con un occhio di riguardo ai grandi classici, come suggerisce il titolo della rubrica (ispirato a Kind of Blue, forse il più famoso album Jazz della storia). Tutto questo non ci impedirà ovviamente di spaziare verso altri generi musicali parenti stretti del Jazz, dalla classica al blues, fino alla fusion. Vi aspettiamo numerosi, mese per mese, per scoprire insieme le grandi sonorità di questa musica meravigliosa, nata nel passato ma più attuale che mai.

 

 

 

 

 

 

HerbieHancockChe cosa sono gli standard nel jazz? Gli standard sono quei brani che ogni jazzista conosce a menadito, che potrebbe suonare anche nel sonno. A qualunque jam session assistiate, in qualunque stato e a qualunque latitudine, i pezzi che vengono eseguiti sono sempre i cosiddetti standard, proprio perché tutti i musicisti li conoscono e non c’è bisogno di particolare affiatamento per suonarli. Da dove nascono gli standard? Spesso sono pezzi che provengono da contesti parzialmente estranei al jazz; molti standard provengono da Broadway, molti altri sono tratti da canzoni popolari.

Herbie Hancock trae ispirazione proprio da questo fatto, da questa “promiscuità” di generi e di provenienza, realizzando nel 1996 questo album, “The New Standard”. L’operazione di Hancock consiste nel prendere brani della scena pop-rock e nel trasformali in brani jazzistici, non troppo contorti e abbastanza spontanei, come se fossero per l’appunto degli standard. Per fare questo si avvale della collaborazione di un cast assolutamente eccezionale, formato da musicisti del calibro di Michael Brecker, John Scofield, Dave Holland, Jack DeJohnette, Don Alias.

Il ventaglio di artisti da cui viene presa ispirazione è davvero ampio, spaziando dai Beatles ai Nirvana, da Stevie Wonder a Prince.

Mercy Street è tratta da un brano di Peter Gabriel del 1986. Rispetto all’originale l’interpretazione jazzistica di Herbie Hancock è decisamente più mossa, con il ritmo iniziale scandito dalle percussioni e con un giro di contrabbasso che crea un groove notevole. Il tema, esposto all’unisono da sax e chitarra, è impreziosito da qualche frase del pianoforte e da alcuni stacchi dei fiati. Nella sezione dei soli si susseguono prima il pianoforte e poi il sax soprano, prima della chiusura sul tema e di una coda di improvvisazione generale, in fade out.

Norvegian Wood è liberamente ispirato all’omonimo pezzo dei Beatles; all’inizio il tema è affare del contrabbasso, accompagnato dal pianoforte e dalle percussioni; successivamente l’atmosfera si arricchisce, con l’ingresso prima del sax e poi della chitarra, ma mantenendo sempre un clima rilassato. E’ interessante notare come, a differenza del brano precedente, in questo caso sia l’originale ad essere più mosso rispetto alla sua controparte jazzistica.Herbie_New Standard

You’ve Got It Bad Girl  è tratto da uno splendido brano, anche se non troppo noto, di Stevie Wonder. Le percussioni aprono il brano, con un ritmo latin su cui il pianoforte suona alcuni accordi in controtempo; dopo una ripetizione di questo motivo inizia il tema vero e proprio dei fiati, con un tempo swing scattante e travolgente, meravigliosamente intramezzato da Herbie Hancock con un po’ di improvvisazione. Segue il solo di piano, sempre sul tempo swing, seguito dal sax. Dopo un’altra esposizione del tema un solo di batteria fa da preludio alla chiusura, improvvisata e in fade out.

Thieves in the Temple è la rielaborazione di un brano di Prince. L’atmosfera è decisamente funky, con un giro ostinato di basso e un tema semplice e lineare esposto dai fiati; il solo di piano seguente è molto blueseggiante, e sembra di sentire l’Herbie Hancock di Canteloupe Island, uno dei suoi grandi standard, per restare in tema.

A chiudere l’album troviamo Manhattan, composizione originale di Herbie Hancock per pianoforte solo, di una morbidezza e di una liricità unica.

Questo è un album veramente sensazionale, realizzato da straordinari musicisti e con alle spalle un progetto ben chiaro; ma non è solo la bravura tecnica e il bel suono degli interpreti a renderlo tale, ma sono anche le mille sfaccettature, i particolari e gli arrangiamenti, sempre curatissimi, che lo rendono un piccolo gioiello; a mio modesto parere uno dei migliori album jazz degli ultimi vent’anni.

Track List

1 – New York MinuteThe New Standard cover

2 – Mercy Street

3 – Norwegian Wood (This Bird Has Flown)

4 – When Can I See You

5 – You’ve Got It Bad, Girl

6 – Love Is Stronger Than Pride

7 – Scarborough Fair

8 – Thieves in the Temple

9 – All Apologies

10 – Manhattan (Island of Lights and Love)

 

Alberto Spagni

 

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The Quintet - Jazz At Massey Hall (1953)

The Quintet – Jazz At Massey Hall (1953)

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Kind of Jazz è un nuova rubrica di ConcretaMusic, nata con l’intenzione di dare spazio alla musica Jazz, troppo spesso considerata musica di nicchia o “vecchia”. Andremo ad esplorare la moderna scena musicale del Jazz, con particolare attenzione alle uscite più recenti, ma sempre con un occhio di riguardo ai grandi classici, come suggerisce il titolo della rubrica (ispirato a Kind of Blue, forse il più famoso album Jazz della storia). Tutto questo non ci impedirà ovviamente di spaziare verso altri generi musicali parenti stretti del Jazz, dalla classica al blues, fino alla fusion. Vi aspettiamo numerosi, mese per mese, per scoprire insieme le grandi sonorità di questa musica meravigliosa, nata nel passato ma più attuale che mai.

 

 

 

 

 

 

locandina The Quintet - Jazz At Massey Hall (1953)Quello di cui parliamo oggi è uno dei più straordinari concerti dal vivo nella storia del jazz, che tra meno di un mese compirà 60 anni; uno di quegli eventi leggendari attorno a cui girano aneddoti e voci di ogni tipo, e che sono diventati manifesto di una intera corrente non solo musicale, ma anche culturale. Ma andiamo per ordine. Siamo all’inizio degli anni ’40, negli Stati Uniti. La guerra e il razzismo stanno minando la società americana, e la scena jazz è monopolizzata dalle “big band”, corpose formazioni, a stragrande maggioranza bianca, che suonano un ottimo jazz, perlopiù ballabile e molto orecchiabile. E di questo aveva bisogno la società americana in quel momento, divertimento e semplicità, a fare da contraltare alle diseguaglianze sociali e alla guerra d’oltreoceano.

In questo periodo nasce un movimento jazzistico (ma non solo) che segnerà la transizione verso il jazz moderno: il bebop. Questo stile è suonato, almeno all’inizio, rigorosamente  da musicisti di colore, e vuole ribellarsi a quello stile satinato e ipocrita della società di cui sopra. Tutto ciò che è ballabile e semplice deve essere rimosso,  e si viene a creare una musica nervosa, scattante, suonata a grande velocità, dove l’improvvisazione è regina incontrastata. Inizialmente viene suonato quasi di nascosto, nei locali a tarda notte dopo che avevano suonato le big band tradizionali. Questa musica diventa presto icona di qualunque cosa sia ribelle, e di diversi movimenti giovanili, e sale presto alla ribalta. E arriviamo al concerto in questione. Siamo nel 1953 e Charlie Mingus, storico contrabbassista tra i più eclettici del suo tempo, raduna tutti i migliori musicisti bebop in circolazione, jazz2creando una sorta di “supergruppo”, per usare una terminologia più moderna. Alla tromba recluta Dizzy Gillespie, al pianoforte Bud Powell, alla batteria Max Roach, e al sax contralto un fantomatico “Charlie Chan”. Questi non è altri che il leggendario Charlie Parker, sotto pseudonimo a causa di questioni burocratiche con la casa discografica. Il 15 maggio del 1953 alla Massey Hall di Toronto va in scena un concerto epico, per i musicisti coinvolti e per le circostanze. Quella sera era in programma in contemporanea un incontro di pugilato valevole per il titolo dei pesi massimi, e la sala era semivuota. In più si dice che tutti i musicisti fossero completamente ubriachi, più di uno sotto effetto di droghe, largamente usate dai musicisti bebop, ed un paio appena usciti da istituti psichiatrici. La traccia audio che possiamo ascoltare oggi in questo cd fu registrata dallo stesso Mingus con un registratore portatile.

Nonostante queste premesse la qualità dell’esecuzione è semplicemente straordinaria, e l’intesa tra i musicisti strabiliante.

jazz3Il primo brano, Perdido, rappresenta tipicamente lo stile bebop: tema appena accennato in poche battute, e poi via con l’improvvisazione. Il sax di Charlie Parker è semplicemente celestiale, si snoda tra scale e frasi melodiche con una naturalezza disarmante. Successivamente l’assolo di Gillespie è più brusco, come nel suo stile, con le sue inconfondibili note sovracute. Bud Powell mette in mostra la sua grande tecnica ed agilità, dando prova di grande virtuosismo, come suo solito.

All The Things You Are è uno splendido standard, tra i più famosi nel vasto repertorio jazzistico; il tema viene esposto dalla tromba, con il sax che abbellisce la melodia in sottofondo. Si susseguono poi gli assoli di sax, di tromba, di pianoforte e di contrabbasso, prima di un finale più bebop che mai, dove il tempo accelera di colpo, e tutti gli strumenti suonano all’unisono una frase staccata, quasi onomatopeica.

A Night in Tunisia  è forse LO standard jazz dell’era bebop. La prima parte del tema è estremamente caratteristica, con un ritmo sincopato tenuto dal basso e dal sax che fanno da base per la tromba, diverse sezioni con caratteri contrastanti si alternano, prima di arrivare alla vasta (come sempre) sezione degli assoli.

Questo album dal vivo è una pietra miliare della musica jazz, forse il primo mattone nella costruzione del jazz moderno. Ascoltandolo non potrà non rimanere in testa tra le altre cose la straordinarietà di Charlie Parker, una divinità musicale che la sorte volle incarnare in un corpo debole e in una mente instabile, morto a 35 anni distrutto dall’eroina e dall’alcol. Nonostante questo è rimasto uno dei più grandi jazzisti di sempre (per tantissimi il più grande), ed il padrone assoluto di questo grande genere che è stato il bebop.

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Alberto SpagniThe Quintet - Jazz At Massey Hall (1953)

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Tracklist:

1.                  Perdido

2.                  Salt Peanuts

3.                  All the Things You Are

4.                  Wee

5.                  Hot House

6.                  A Night in Tunisia

 

 

 

 

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Highway Rider – Brad Mehldau (2010)

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Kind of Jazz è un nuova rubrica di ConcretaMusic, nata con l’intenzione di dare spazio alla musica Jazz, troppo spesso considerata musica di nicchia o “vecchia”. Andremo ad esplorare la moderna scena musicale del Jazz, con particolare attenzione alle uscite più recenti, ma sempre con un occhio di riguardo ai grandi classici, come suggerisce il titolo della rubrica (ispirato a Kind of Blue, forse il più famoso album Jazz della storia). Tutto questo non ci impedirà ovviamente di spaziare verso altri generi musicali parenti stretti del Jazz, dalla classica al blues, fino alla fusion. Vi aspettiamo numerosi, mese per mese, per scoprire insieme le grandi sonorità di questa musica meravigliosa, nata nel passato ma più attuale che mai.

 

 

 

 

 

Nella “nuova” generazione di jazzisti, che ha cominciato ad emergere negli anni ’90, il pianista Brad Mehldau è sicuramente uno degli artisti più importanti, sia per competenza tecnica che per varietà stilistica. Di formazione classica, ma presto passato al jazz, Mehldau ha basato la sua escalation artistica soprattutto attraverso l’esaltazione della formula del trio (con contrabbasso e batteria), cosa che ha portato a paragonarlo a Bill Evans, colui che negli anni ’60 ha consacrato questa formazione.

Con questo doppio album Mehldau si smarca dalla formula del trio, ampliandola con la partecipazione del batterista Matt Chamberlain, del sassofonista Joshua Redman e di una piccola orchestra da camera. Il viaggio che questo bizzarro ensemble percorre è quanto mai variegato e trasversale, andando ad attraversare sostanzialmente due secoli di musica; le citazioni stilistiche si sprecano, passando da Brahms a Chopin a Satie fino alla musica contemporanea e da film con estrema perizia. Gli arrangiamenti, dello stesso Mehldau, sono estremamente curati e mai banali (tutt’altro), mentre la percentuale di improvvisazione non è elevatissima; questo è però in linea con la natura dell’album, che faccio fatica a definire come puramente jazz, ma come un grande lavoro di scrittura musicale.

La traccia di apertura, John Boy, inizia con un tappeto di pianoforte sostenuto dalle percussioni, da cui emerge una melodia quieta, prima dell’ingresso dei fiati che vanno a riprendere lo stesso tema, filo conduttore dell’intero brano.

Don’t Be Sad viene introdotta da un accompagnamento di pianoforte fumoso e dismesso, quasi enigmatico. Note lunghe di fagotto e l’ingresso della ritmica completano questa atmosfera, creando l’impasto giusto per l’ingresso del sax soprano. Il tema è decisamente interessante e coinvolgente, ben sostenuto dagli archi. Dopo l’esposizione inizia l’assolo di sax, magistrale e molto swing, in contrasto con l’arrangiamento degli archi, spesso dissonanti e che solo verso la fine si adeguano a sostenere il tema principale. Il brano si chiude come era iniziato, in un’atmosfera nebbiosa e sommessa, con una frase del fagotto di stampo decisamente classico. Bellissimo brano.

We’ll Cross The River Together apre con un intrigante motivo dell’orchestra da camera, ritmato e in grado di creare grande suspense, quasi fosse una musica da film. Il tutto cresce di intensità, con il piano che improvvisa sopra la base ritmica degli altri strumenti. Uno stacco secco introduce la seconda parte del brano, con il piano solo che richiama il tardo ottocento, nella sua cupezza e profondità. Di colpo entra nuovamente la batteria, e il brano si rimette sui binari iniziali, in un crescendo esaltante guidato dal sax soprano, fino alla chiusura del piano solo.

Sky Turning Grey presenta fin dall’inizio una grande contrasto tra l’atmosfera che il pianoforte crea, rilassata e calma, e il ritmo imposto dalla batteria, più tendente al beat, quasi al pop. Dopo l’esposizione del tema da parte del sax inizia l’assolo di pianoforte, e Mehldau ci mostra perché viene considerato uno dei migliori pianisti jazz in circolazione: scale, arpeggi, frasi melodiche, frasi blues, virtuosismi, melodie cantabili… un fenomeno. Il pezzo va in crescendo fino all’ingresso del sax, che dopo un tema secondario esegue un breve assolo, prima del finale, che si spegne pian piano.

Come With Me è anche questo un brano jazzistico, eseguito solo dal trio e dal sax soprano. Il pezzo armonicamente semplice e basato su pochi accordi, è incentrato sul lungo assolo di sax, ottimamente seguito nella dinamica dalla ritmica.

Un album incredibile, per varietà, originalità, complessità, tecnica, qualità musicale. L’estrema duttilità del jazz viene messa a grande prova, andando in qualche caso a creare frammenti di vera e propria musica classica moderna. Non un album di facilissimo ascolto in alcuni suoi brani, ma di grande impatto. Sicuramente uno dei migliori album jazz degli ultimi anni.

 

Alberto Spagni

 

“Highway Rider” Track Listing

 

1.01 John BoyHighway Rider_copertina
1.02 Don’t Be Sad
1.03 At the Tollbooth
1.04 Highway Rider
1.05 The Falcon Will Fly Again
1.06 Now You Must Climb Alone
1.07 Walking the Peak

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2.01 We’ll Cross the River Together
2.02 Capriccio
2.03 Sky Turning Grey (For Elliott Smith)
2.04 Into the City
2.05 Old West
2.06 Come with Me
2.07 Always Departing
2.08 Always Returning

 

 

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Sergio Cammariere – album omonimo (2012)

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Kind of Jazz è un nuova rubrica di ConcretaMusic, nata con l’intenzione di dare spazio alla musica Jazz, troppo spesso considerata musica di nicchia o “vecchia”. Andremo ad esplorare la moderna scena musicale del Jazz, con particolare attenzione alle uscite più recenti, ma sempre con un occhio di riguardo ai grandi classici, come suggerisce il titolo della rubrica (ispirato a Kind of Blue, forse il più famoso album Jazz della storia). Tutto questo non ci impedirà ovviamente di spaziare verso altri generi musicali parenti stretti del Jazz, dalla classica al blues, fino alla fusion. Vi aspettiamo numerosi, mese per mese, per scoprire insieme le grandi sonorità di questa musica meravigliosa, nata nel passato ma più attuale che mai.

 

 

 

 

 

L’ultimo lavoro di Sergio Cammariere, eclettico pianista calabrese che da il proprio nome all’album, arriva a tre anni di distanza dal suo ultimo lavoro, Carovane. Come in tutti i suoi lavori, Cammariere punta a creare una commistione tra vari generi musicali, mantenendo un base jazz adattata alla musica leggera, ma introducendo ritmi ed atmosfere che vanno dalla musica brasiliana a quella balcanica fino a quella cubana. Occorre notare anche l’ottima qualità degli arrangiamenti, che ricorrono ad una vasta gamma di strumenti per creare atmosfere estremamente variegate a seconda delle necessità del pezzo. A fare de filo conduttore, dal punto di vista strumentale, c’è sempre il pianoforte di Cammariere, bravissimo ad accompagnare con discrezione e ad arricchire il tutto con pochi incisi precisi e ben piazzati, senza mai esagerare e strafare, grande dote per uno strumentista.

La prima traccia dell’album, Ogni cosa di me, è un brano sentimentale, basato su ritmi latini, e sull’accompagnamento di pianoforte. Molto orecchiabile, è un brano semplice e lineare, che non eccelle per originalità ma che si ascolta volentieri.

Inevitabilmente bossa, come suggerisce il titolo, è un pezzo di stampo brasiliano. E’ una dichiarazione di amore leggera e sciolta, dove la morbida voce di Cammariere duetta con la tromba, andando a costruire un intreccio molto raffinato e gradevole.

La mia felicità continua sulla scia dei ritmi sudamericani introdotta nel brano precedente, con un tocco da samba che conferisce una maggiore brillantezza al pezzo, che nonostante l’orecchiabilità presenta soluzioni armoniche mai banali. La linea vocale si snoda sugli incisi degli ottoni, prima di un pregevole assolo di trombone, che porta all’ultima strofa e alla conclusione del pezzo.

Il principe Amleto cambia completamente atmosfera e organico strumentale. Si passa a sonorità balcaniche,con l’accompagnamento del violino e della chitarra, e Cammariere si fa cantastorie, con voce più bassa, in un mix di generi decisamente interessante.

Transamericana ci riporta nelle Americhe, stavolta a Cuba, con un mambo discreto e leggero.

Come è che ti va?  è una revisitazione della canzone Onde anda Vocè di Vinicius de Moraes, ed ospita come guest star la tromba di Fabrizio Bosso. E’ una bossa malinconica e molto sensuale, dove la morbida voce di Cammariere e un sapiente accompagnamento al pianoforte creano un impasto decisamente gradevole.

Notturno swing è un brano swing in un piacevole stile retrò, che va a riprendere le atmosfere dei night americani anni ’50, un po’ fumose e ironiche; particolarmente azzeccata è la sonorità della tromba con la sordina di Fabrizio Bosso, che ovatta ulteriormente il suono permettendo una maggiore immersione nel brano.

Buonanotte per te  è fondalmente una ninna-nanna, morbida e laconica, dove la voce di Cammariere si scambia e duetta con il flicorno. La melodia è sicuramente gradevole ed orecchiabile, ma il rischio di cadere della banalità non è del tutto evitato.

A chiudere l’album è Essaouira, un brano strumentale ispirato all’omonima città del Marocco; su una base di archi molto soft e di percussioni si snoda la melodia del piano, abbastanza intrigante, sopra un accompagnamento semplice e lineare, quasi ambient.

L’album è nel complesso molto ben realizzato, e Cammariere si mantiene sui suoi soliti livelli (ottimi) di qualità musicale. A voler essere pignoli forse non avrebbe guastato una maggiore presenza di improvvisazione; nel complesso si ha infatti l’impressione di un album di musica leggera prestato al jazz, piuttosto che il contrario.

 

Tracklist:

  1. Ogni Cosa Di Me
  2. Inevitabilmente Bossa
  3. La Mia Felicità
  4. Il Principe Amleto
  5. Transamericana
  6. Come E’ Che Ti Va?
  7. Controluce
  8. Thomas
  9. Notturno Swing
  10. C’era Una Favola
  11. Buonanotte Per Te
  12. Essaouira

 

Alberto Spagni

 

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Play Bach

The very best of Play Bach – Jacques Loussier Trio (2001)

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Kind of Jazz è un nuova rubrica di ConcretaMusic, nata con l’intenzione di dare spazio alla musica Jazz, troppo spesso considerata musica di nicchia o “vecchia”. Andremo ad esplorare la moderna scena musicale del Jazz, con particolare attenzione alle uscite più recenti, ma sempre con un occhio di riguardo ai grandi classici, come suggerisce il titolo della rubrica (ispirato a Kind of Blue, forse il più famoso album Jazz della storia). Tutto questo non ci impedirà ovviamente di spaziare verso altri generi musicali parenti stretti del Jazz, dalla classica al blues, fino alla fusion. Vi aspettiamo numerosi, mese per mese, per scoprire insieme le grandi sonorità di questa musica meravigliosa, nata nel passato ma più attuale che mai.

 

 

 

 

 

Bach e Jazz. Parole messe insieme a caso? Oppure un binomio più forte di quel che si possa pensare? Un motivo dovrà esserci se tanti celebri jazzisti si sono confrontati col mondo della musica classica (e con Bach in particolare), e Jacques Loussier, celebre pianista francese, è uno di questi. Con il suo storico trio (insieme al contrabbassista Vincent Charbonnier e al percussionista Andrè Arpino) ha inciso numerosi album in cui vengono reinterpretati noti pezzi del repertorio bachiano in chiave jazzistica. Questa operazione di mescolamento, di reinterpretazione, ha origini all’inizio del ’900; contemporaneamente alla nascita della musica Jazz grandi autori classici (come Ravel o Shostakovich) iniziavano a “sporcare” alcune loro composizioni con la neonata musica afroamericana, mentre Gershwin creava una commistione ancora più marcata tra i due generi. Qualche anno più tardi si assisteva al processo inverso, ovvero a musicisti jazz che davano una forma e una struttura più classica alla loro composizioni (per lo più musicisti bianchi, per smarcarsi dalla musica afroamericana e rivolgersi all’alta borghesia americana).

L’operazione che compie Jacques Loussier con il suo trio è una via di mezzo rispetto ai casi appena esposti; vengono prese composizioni originali di Bach, e vengono passate attraverso una sorta di filtro che le rimodella sotto un’ottica Jazz, mantenendo la melodia originale ma aggiungendo controtempi, incisi improvvisati e così via.

Il brano che apre l’album, lInvenzione a due voci n.8 in Fa maggiore BWV 779, è un pezzo abbastanza noto; chiunque abbia studiato anche solo un minimo di pianoforte classico avrà sicuramente affrontato questo pezzo. Il tema iniziale, a canone, è esposto dal pianoforte con un accompagnamento tipicamente swing degli altri strumentisti. Successivamente il canone si suddivide tra il pianoforte e il contrabbasso e dopo il tema, come nella tradizione del jazz, è il momento dell’assolo di pianoforte. Il solo si svolge su un accompagnamento swing basato sull’armonia del pezzo originale, e il brano si chiude riprendendo le ultime battute della composizione.

L’Aria sulla quarta corda non ha bisogno di presentazioni (per chi non lo sapesse, è la notissima sigla di Superquark). L’introduzione è eterea, scandita dai battiti della batteria e da poche note del pianoforte; il tema viene esposto dal pianoforte in modo variato, restando comunque fedele all’originale.

Altro brano sicuramente noto a tutti è la Toccata e Fuga in Re minore BWV 565. La traccia si sviluppa seguendo la struttura del brano originale, ma con continui cambiamenti di stile, passando da momenti soft a intermezzi swing a sezioni più ritmate in stile spagnoleggiante, il tutto con una buona dose di improvvisazione magistralmente inserita.

Passiamo ora ad uno dei pezzi che, personalmente, reputo tra i più perfetti e straordinari di Bach, il Concerto Italiano. Questa meravigliosa composizione si articola in tre tempi: Allegro, Adagio e Presto, tutti straordinariamente reinterpretati da Jacques Loussier. Mantenendosi sempre fedele all’originale è l’inserimento di dettagli, di piccoli controtempi, di poche note jazzistiche a rendere suo questo Concerto, senza bisogno di particolari stravolgimenti. L’Allegro mantiene la stessa grandiosità ma al tempo stesso freschezza dell’originale Anche l’Adagio non si discosta molto, almeno nella parte iniziale, dalla composizione bachiana, incredibilmente intensa e allo stesso semplice. L’ultimo movimento, il Presto è una gemma vera e propria; il tempo staccato da Loussier è improponibile, la velocità terrificante e i virtuosismi si sprecano. Ascoltare per credere anche l’originale

Nel complesso un disco davvero notevole, peculiare nel suo genere ed impeccabile dal punto di vista tecnico; adatto sia agli amanti del jazz che della classica (che spesso coincidono), perchè la grande musica non smetta mai di sorprenderci.

 

Alberto Spagni

 

Tracklist:

01 Invenzione A 2 Voci N. 8 In Fa Maggiore BWV 779

02 Aria Sulla Quarta Corda Dalla Suite Per Orchestra N. 3

03 Siciliano In Sol Minore, Dalla Sonata Per Flauto In Mi Bemolle Maggiore BWV1031

04 Toccata E Fuga In Re Minore BWV 564

05 Preludio N. 1 In Do Maggiore BWV 846, Dal Clavicembalo Ben Temperato Vol. 1

06 Preludio N. 2 In Do Minore BWV 847, Dal Clavicembalo Ben Temperato Vol. 1

07 Corale ‘Jesus Bleibet Meine Freude’ Dalla Cantata ‘Herz Und Mund Und Tat Und Leben’ BWV 147

08 Concerto Italiano In Fa Maggiore BWV 971 – Allegro

09 Concerto Italiano In Fa Maggiore BWV 971 – Adagio

10 Concerto Italiano In Fa Maggiore BWV 971 – Presto

11 Aria Corale ‘Zion Hort Die Wachter Singen’ Dalla Cantata ‘Wachet Auf, Ruft Uns Die Stimme’ BWV 140

12 Fantasia In Do Minore BWV 906

13 Menuetto In Sol Maggiore BWV Anh. 114, Dal Quaderno Di Anna Magdalena Bach

14 Concerto In Re Minore Per Clavicembalo E Archi BWV 1052 – Allegro Risoluto

15 Concerto In Re Minore Per Clavicembalo E Archi BWV 1052 – Adagio

16 Concerto In Re Minore Per Clavicembalo E Archi BWV 1052 – Allegro Moderato

 

©2013 Concretamente Sassuolo

 

Weather Report

Heavy Weather – Weather Report (1977)

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Kind of Jazz è un nuova rubrica di ConcretaMusic, nata con l’intenzione di dare spazio alla musica Jazz, troppo spesso considerata musica di nicchia o “vecchia”. Andremo ad esplorare la moderna scena musicale del Jazz, con particolare attenzione alle uscite più recenti, ma sempre con un occhio di riguardo ai grandi classici, come suggerisce il titolo della rubrica (ispirato a Kind of Blue, forse il più famoso album Jazz della storia). Tutto questo non ci impedirà ovviamente di spaziare verso altri generi musicali parenti stretti del Jazz, dalla classica al blues, fino alla fusion. Vi aspettiamo numerosi, mese per mese, per scoprire insieme le grandi sonorità di questa musica meravigliosa, nata nel passato ma più attuale che mai.

 

 

 

 

Questo splendido album è il lavoro più famoso dei Weather Report, uno dei gruppi più importanti e innovativi della scena musicale degli anni ’70, nell’ambito della musica jazz e non. In questa occasione la band è composta, oltre che dai due leader ufficiali Wayne Shorter (al sax) e Joe Zawinul (alle tastiere), dai percussionisti Alejandro Acuña e Manolo Bandena, ma soprattutto dal grandissimo, inarrivabile Jaco Pastorius al basso elettrico. E’ proprio quest ultimo a far fare un notevole salto di qualità alla band, con il suo modo di suonare e le sue sonorità inconfondibili.

Collocare questo lavoro nel contesto della fusion (o jazz-rock, che dir si voglia) potrebbe risultare riduttivo, poichè il livello musicale e la cura dei dettagli sono tali da poter parlare di musica jazz senza timore di smentita.

L’album apre con Birdland, vero cavallo di battaglia della band, che gli ha permesso anche di vincere un Grammy Award nel 1980. L’introduzione è inconfondibile e famosissima, con poche note basse del sintetizzatore che creano l’atmosfera. Il tema principale è esposto dal basso elettrico insieme all’ingresso della batteria, e non è altro che l’inizio di una cavalcata gioiosa e inarrestabile, intramezzata da stacchi del sax all’unisono con le tastiere.

A Remark You Made è una meravigliosa ballata moderna; un continuo dialogo tra il sax, il sintetizzatore e il basso elettrico origina un’atmosfera morbidissima ed incantevole. Il tema è inizialmente esposto dal sax tenore dopo una breve introduzione del piano elettrico; risponde con una frase dal sapore più interrogativo il basso elettrico, vero e proprio strumento solista. Da qui in poi è tutto uno splendido scambio di battute tra i musicisti, creando nel complesso uno tra i più bei brani dei Weather Report.

Il pezzo seguente, Teen Town, si apre con batteria, tastiera e sax che creano un groove ritmico, ripetitivo e dall’atmosfera straniante; su questa base si snoda uno straordinario tema di basso,  con Pastorius che suona con l’agilità di un chitarrista (forse anche di più). Al tema del basso si sovrappongono brevi incisi del sax e delle tastiere, sempre con lo stesso “mood” dell’introduzione. Il solo del basso è ovviamente strepitoso, ed è seguito da una serie di sezioni in cui si alternano frasi del sax o delle tastiere con brevi incisi del basso.

Palladium è il colpo di grazia per tutti quelli che non si sono ancora perdutamente innamorati di questo album. Il pezzo inizia con una frase del sintetizzatore in basso che è quanto di più incisivo e penetrante si possa pensare; subito dopo si snoda un ritmo latineggiante, su cui il sax di Wayne Shorter dipinge dei brevi scorci qua e là, spesso all’unisono con la tastiera. Il finale è incredibilmente travolgente, con un tema gioioso e spensierato esposto prima dal piano elettrico poi dal sax, con l’altro strumento che improvvisa in sottofondo, in una cavalcata splendida.

The Juggler è un brano del tutto particolare, rapsodico; al suo interno moltissimi momenti diversi e contrastanti tra di loro hanno come unico filo conduttore il ritmo ternario delle percussioni. Su questa base il sintetizzatore crea frasi e sprazzi estremamente espressivi, quasi mistici. Il titolo del pezzo è quanto mai appropriato (juggler significa giocoliere) poichè si ha proprio l’impressione di un giocolere, di un funambolo che si muove da un luogo all’altro; finita un’esibizione si sposta, e dopo un breve intermezzo riprende in un altro luogo.

Che altro dire, se non che questo è un disco che occorre assolutamente possedere. Sicuramente il miglior album dei Weather Report, ma anche uno dei migliori album degli anni ’70 su tutta la scena musicale, non solo quella jazzistica (e non stiamo parlando di un decennio qualunque). Forse il più grande manifesto di quel mostro assoluto che è stato Jaco Pastorius. Si dice che non si possa definire chi è stato il migliore per un determinato strumento, troppe variabili, differenze di epoca, generi diversi, gusti personali… Pastorius rappresenta l’eccezione per questa regola.

 

Alberto Spagni

 

Tracklist:

  1. Birdland
  2. A Remark You Made
  3. Teen Town
  4. Harlequin
  5. Rumba Mama
  6. Palladium
  7. The Juggler
  8. Havona

 

©2012 Concretamente Sassuolo

 

 

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