L’etica del ricordo: Un tram che si chiama desiderio per Antonio Latella.
Al teatro Storchi di Modena i nervi del teatro (e del pubblico) sono stati completamente scoperti: la scenografia invasa da cavi elettrici e prese multiple, le casse e i microfoni usati come arredamento, le luci appoggiate ovunque sul palco e puntate spesso in platea (qualcuno ha invocato gli occhiali da sole). Così, le scene di Annelisa Zaccheria, le luci di Robert John Resteghini e il suono di Franco Visioli ci conducono in un esercizio anatomico su Blanche Du Bois, la protagonista di Un tram chiamato desiderio. L’apparato tecnico esibito è riflesso di precisi riferimenti testuali: la protagonista si sottrae alle luci dirette per mascherare l’età, paralumi e lampadine sono le sue ossessioni.
La fedeltà al testo di Tennessee Williams, nella traduzione di Masolino D’Amico, accompagna ogni scelta registica di Antonio Latella, condotta con amplificazione e rigore ronconiani: anche le didascalie sono abilmente utilizzate nella partitura, messe in bocca al medico (Rosario Tedesco) che prende in
cura Blanche al termine del dramma, ma qui presente fin dall’inizio. L’opera è rivoltata come una sorta di lunga seduta psicoanalitica, corrotta da un deposito di interferenze e citazioni, dalla bandiera americana a Richard Strauss. Ma è nei costumi di Fabio Sonnino che meglio si materializza il grottesco crogiolo del sogno Americano, lo stesso che Latella sta esplorando con il suo progetto Francamente me ne infischio ispirato a Via col vento.
Gli attori (molti già incontrati dal regista in precedenti spettacoli), diventano atleti dei nervi, scossi,
liberi da ogni caratterizzazione realista e completamente integrati nella macchina scenica. Giuseppe Lanino interpreta un Mitch meno bolso dell’iconografia corrente; Stan è Vinicio Marchioni (con la parlata da macchietta e le t-shirt col volto di Brando); Annibale Pavone eclettico spazia dal gatto alla vicina di casa. Se la Stella di Elisabetta Valgoi è maschera della donna americana media, la Blanche di Laura Marinoni è una coscienza sempre eccitata che sorveglia (pungolata e sorretta dal medico) tutta la vicenda, un diapason sommerso dal fragore di un’orchestra metal. Vittima sacrificata dalla poesia alla vita (olocausto che troviamo spesso nei drammi di Williams), Blanche era nata nella mente dell’autore come omaggio alla sorella, lobotomizzata per volontà della madre perché indomabile e farfallona. A teatro, tra un’intermittenza e l’altra, a volte sembra anche a noi di ricordare qualcuno, all’improvviso.
Stefano Serri

