Miracolo a Le Havre – “Miracolo a Le Havre” (4 nomination agli European Film Awards) è la storia di Idrissa, ragazzino immigrato dall’Africa e arrivato in Francia a bordo di un container, che sfugge alla polizia e conosce Marcel Marx, lustrascarpe di professione, che con l’aiuto dei vicini e degli abitanti del quartiere popolare di Le Havre – e “l’umanità” di un detective che rinuncia a proseguire nelle sue indagini -, decide, senza pensarci due volte, di aiutarlo a ritrovare la madre, residente a Londra (trailer). La pellicola del regista finlandese Kurismäki regala al pubblico una trama semplice ma mai banale. I colori tenui, i dialoghi sintetici e quasi elementari, l’epoca indefinita in cui si svolge la vicenda – un miscuglio tra euro e macchine anni 70 – aiutano a dare nello spettatore l’impressione che il racconto si svolga in una dimensione che non è reale, le cui situazioni – purtroppo! – non trovano riscontro nell’attualità. La storia è fresca, toccante e carica di significati. In una società come la nostra, sempre più conflittuale e disgregata e sempre più a digiuno di valori quali la solidarietà e l’umanità, dove l’individualismo la fa da padrone, questa storia non poteva che intitolarsi “Miracolo”. Il film, oltre che un affresco della condizione dei clandestini e una denuncia dei metodi di trattamento che vengono riservati dalle autorità e dai media alle persone che giungono – in condizioni disperate – sulle rive dei paesi europei, è anche un’invocazione, un monito, rivolto alla nostra società. Il messaggio è più o meno questo: l’unica cosa che ci può salvare, che può ancora tenerci uniti, è la solidarietà, il mettere in secondo piano gli interessi particolari e preoccuparci di chi sta peggio di noi. Ed è proprio la solidarietà che c’è tra i poveri abitanti del quartiere popolare di Le Havre e che permette ad Idrissa di imbarcarsi e raggiungere la Gran Bretagna la vera ricchezza che dobbiamo ritrovare e raggiungere. Il “succo” è questo, il miracolo è il film stesso.

 

Samuele Tavani