PERIPHERY II: THIS TIME IT’S PERSONAL (2012)
I Periphery sono una band non troppo conosciuta nata quando il chitarrista Misha “Bulb” Mansoor, stanco di lavorare da solo, volle con sè qualche baldo giovine come lui che tirasse fuori da sei corde (ma anche sette e otto) un mondo di nuove esperienze. Nascono i Periphery, band fresca e nuova, che offre un progressive metal di ultimissima generazione. Principali influenze Meshuggah e Sikth, ma non si lasciano scappare dolci melodie che li avvicina quasi a gruppi come 30 Seconds To Mars, anche se musicalmente più impegnativi ed eclettici. Il risultato è esplosivo. Il primo album omonimo è un bel pezzo di djent metal cristallino e graffiante. Non sapete cosa sia il djent metal? Il disco ve lo può spiegare propriamente.
Dopo due anni di tour con i Dream Theater, Spencer Sotelo, Misha “Bulb” Mansoor, Jake Bowen, Mark Holcomb, Matt Halpern e Adam “Nolly” Getgood hanno rilasciato il loro secondo album “Periphery II: This Time It’s Personal”. Il titolo dice tutto, i Periphery non si fermano davanti a niente e
nessuno, spazzeranno via tutto e non importa che la musica non piaccia, ma importa che piaccia a loro. Ecco che la musica si avvicina all’arte senza paura, dove il guadagno è l’ultimo degli interessi, quando non ci sono inciuci di case discografiche. I fan amano una band per quella che è, un vero fan non può che chiedere un disco come questo.
Periphery II: This Time It’s Personal è composto da 14 tracce per un totale di 68 minuti e 54 secondi, impreziosito da alcune sorprese all’interno di qualche traccia.
La prima cosa che si può notare è il sound rinnovato della band, meno duro, ma più studiato e complesso. Le composizioni si sono spostate ancora un po’ più in là, ogni dettaglio è premeditato. Le tre chitarre si intrecciano in armonie perfette fra riff, arpeggi e assoli, un prodotto consigliato a tutti i chitarristi in cerca di
ispirazione. I colpi di Halpern percuotono le pelli e i piatti come se non ci fosse un domani, tuttavia con precisione da macchina e con cuore umano (ascoltare “Erised” per averne la prova, che groove!). Getgood è un simbiota che vive in funzione dei battiti di cassa e delle ritmiche ricamate dal sopracitato batterista, mai inopportuno. Ma la perla più splendente è la voce di Spencer Sotelo, che sa variare da melodie da sogno a urla di distruzione, la voce perfetta per una band di questo calibro.
Nel disco sono presenti collaborazioni (e che collaborazioni!) con tre artisti in particolare: Guthrie Govan in “Have A Blast“, John Petrucci in “Erised“ , e Wes Hauch in “Mile Zero”.
Le tracce “Muramasa“, “Ragnarock“ e “Masamune” sono collegate dalle stesse linee armoniche, riprese in ogni canzone, e dallo stesso testo; cambia l’atmosfera e variano l’una dall’altra per intenzione.
Sono molto apprezzabili le aggiunte elettroniche e di tastiere come in “Ragnarok”, forse la traccia chiave del disco, complicata, cervellotica e con atmosfere di stampo Meshugghiano, dove i ragazzi mettono il meglio di loro stessi, uno dei migliori esempi del loro djent.
In generale un disco impeccabile, curato e tecnico, senza però togliere nulla all’emozione. Un disco aspettato dai fan e misterioso, di cui c’è ancora tanto da scoprire e da apprezzare, nulla da ridire. Non darò un voto, questo album non deve averlo. Perchè così vogliono i Periphery. Questa volta è personale.
Leonardo Peruzzi
Tracklist

