Da questa sera torna al Teatro delle Passioni di Modena “Finale di partita”, di Samuel Beckett, per la regia di Massimo Castri, nella traduzione di Carlo Fruttero. Torna, perché lo spettacolo è già passato l’anno scorso sulle stesse tavole e molti ne erano rimasti esclusi (io non ero tra questi).

Protagonista è Beckett; occorre quindi riadattare i consunti schemi critici, scartando innanzitutto l’accurata descrizione della trama: due uomini che litigano tra loro e in sottofondo due vecchi chiusi in bidoni della spazzatura. Neppure la metafora scacchistica così evidente nel titolo esaurisce le spiegazioni: infinite interpretazioni hanno colto che siamo in una scena post (nucleare, bellica, moderna) dove le cose sono già accadute e che il dramma, tutto sommato, è poco più di uno starnuto (e un sudario è più o meno un fazzoletto).

Nel quadrato semiotico dei personaggi spicca l’unico homo erectus in scena, Clov (Milutin Dapcevic), allucinato e composto pedone nella sua corta giacca da camera in velluto cremisi; Vittorio Franceschi, ovvero Hamm,  è un cieco Omero costretto nella sua giacca da camera (sempre in velluto cremisi); Diana Hobel e Antonio Giuseppe Peligra sono gli ultimi pezzi di questo set di marionette semi-automatiche. Dichiarati eppure insignificanti i legami tra i personaggi (servo e padrone, genitori e figlio); nessuna psicologia, nessuna maschera da togliere. La stanza che vede spegnersi la non-azione è resa da Maurizio Balò come un grigio salone dal pavimento (guarda un po’) a scacchiera. Cosa resta allora da raccontare, se togliamo la sicurezza della trama, dei ruoli, del significato, del luogo?

Resta il ritmo del testo, accuratamente riproposto, con le sfumature ironiche e nevrotiche di un tamburellare a vuoto sul palco; resta il contrappunto a quattro voci (il quartetto d’archi è in musica l’organico di riferimento per conciliare unità e pluralità, armonia e melodia); resta quel suono intermedio tra riso e pianto che non è grottesco ma: l’infelicità comica dell’assurdo. Una lettura musicale esplicita non si realizza in scena, ma privilegiare il suono al senso, la metrica alla semantica, la partitura al racconto, sembra una chiave interpretativa sufficientemente lucida per attraversare l’inferno imbastito dal drammaturgo irlandese: finita la partita, resterà comunque nelle nostre orecchie il suono legnoso dei pezzi che qualcuno ha mosso.

 

Stefano Serri