Una nuova rubrica che guarda al passato, per capire da dove veniamo, attraverso alcuni dischi fondamentali, o dischi che in un qualche modo ispirano le nostre emozioni…
Andare alla scoperta di personaggi e dischi, per fare riemergere ricordi ormai andati, epoche a cui siamo legati, anni della nostra giovinezza, periodi particolari di cui abbiamo sentito parlare. Per i piu’ giovani sarà un motivo in piu’ per vedere dove si è formata la moderna scena musicale.
Non sarà un documentario o una storia cronologica, ma un viaggio attraverso la musica, in tempi neanche troppo lontani, che mese per mese affronteremo insieme: benvenuti a bordo!
 
 
 
 

 

Sembra incredibile, ma stiamo parlando di una formazione che non esiste più, vista la dichiarata volontà di Michael Stipe e soci di sciogliere la band nel settembre del 2011.
Assieme a Stipe alla voce, il gruppo vedeva anche la partecipazione di Peter Buck alla chitarra, Mike Mills al basso e Bill Berry alla batteria (che uscirà dai REM sul finire degli anni novanta).
Ci hanno lasciato in eredità una grande discografia: iniziarono la loro avventura nei primi anni ’80. Originari di Athens, nel Sud degli Stati Uniti, i REM avevano un suono intriso di quel college rock molto legato al loro territorio: proposero una cover dei Velvet Underground (“There she goes again”), gli arpeggi della chitarra risentivano dell’influenza di Roger McGuire dei Byrds, di cui Peter Buck era un ammiratore.
Nonostante album eccezionali come “Murmur” del 1983, trainato dal singolo “Radio Free Europe”, il successo commerciale arrivò negli anni Novanta prima con l’abum “Out of time” (1991), poi con il successivo “Automatic for the people”, il loro disco fondamentale, un concept album che sancì la definitiva rivincita dell’alternative rock americano (nonostante i REM fossero già passati ad una major come la Warner, dopo gli inizi sull’etichetta discografica I.R.S, arrivando al successo dopo un decennio di carriera).
Gli anni ’90 segnarono l’esplosione del grunge e di Kurt Cobain (amico di Michael Stipe), il ritorno del brit-pop (con il rinato dualismo Stones-Beatles applicato a Blur-Oasis), il fiume in piena dell’elettronica con fenomeni come Massive Attack e The Chemical Brothers…: in questo contesto i REM proseguirono autonomamente, caratteristica dei gruppi più importanti quella di non lasciarsi influenzare e condizionare dall’epoca in cui vivono.
Con “Automatic for the people” nacque un lavoro che si differenziava dai loro precedenti, più cupo ed intimistico, che arrivò a trattare temi quali la morte e l’esistenza umana: inserisci il compact disc completamente giallo con scritte nere e dallo stereo si diffondono ancora le note strazianti di DRIVE”, uno dei capolavori della band, singolo che vendette milioni di copie, un brano senza ritornello che mise subito in chiaro la forte personalità dei REM e tutta la malinconica poesia cantata da Stipe.
Il disco prosegue con “Try not to breathe”, provare a non respirare, la storia di un anziano in punto di morte, tra le melodie di Michael e i giri di chitarra di Buck, linee musicali che proseguono invece festanti nella successiva “The sidewinder sleeps tonite” per arrivare ad un’altra vetta dell’album, ovvero “EVERYBODY HURTS”  ormai considerata una ballata classica.
C’è lo spazio anche per un intermezzo strumentale (“New Orleans Instrumental N.1) poi gli archi annunciano l’arrivo di “Sweetness follows”, che racconta alla maniera dei REM il triste rapporto con i genitori persi: ma è solo il preludio per un altro pezzo forte (uno dei preferiti di chi scrive),  quella “Monty got a real” introdotta da un breve intro che poi vede le chitarre sciogliersi a narrare una canzone dedicata a Montgomery Cliff , un grande attore dell’epoca di Marlon Brando, omaggio di Stipe al cinema, una delle sue grandi passioni oltre alla musica e alla fotografia.
“Ignoreland” ritmica, ossessiva, grintosa e polemica, in contrasto con la classe politica del periodo, trascina il disco verso il tripudio finale con un’altra memorabile filastrocca musicale “MAN ON THE MOON”, dedicata ad un comico scomparso (Andy Kaufman) a cui poi si ispirerà una celebre pellicola cinematografica, la fluida “Nightswimming”, tutta pianoforte e archi per descrivere la bellezza di un bagno notturno, quasi ad anticipare il termine di questo splendido lavoro con “Find the river”. Quest’ultima inizia con le note di un’armonica, le tastiere e i cori fanno da sottofondo alla voce chiara di Stipe che lentamente ci saluta e si congeda lasciandoci con quella sensazione dolce amara che si percepisce proprio quando una cosa bella finisce… Trovare il fiume: seguire la propria strada, alla ricerca di se stessi.
A completare l’opera ci sono le foto di Anton Corbijn, futuro regista di “Control” e fotografo di Joy Division, Depeche Mode, U2 e tante altre rockstar. Recentemente è stato pubblicato un album tributo, “Stereogum Presents… DRIVE XV – A Tribute to Automatic for the People” (2007), in cui giovani formazioni quali “The Veils”, “Shout out Louds”, “Blitzen trapper” e “Bodies of water”  si cimentano nella reinterpretazione dei brani di quello che è stato un grande disco: suoni che vengono dal passato, per un futuro tutto da scrivere.

 

Vittorio Ferrari