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Fast & Furious 6 – di Justin Lin (2013)
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Einstein riguardo a Fast&Furious 6: “Si cioè la fisica non è che funzioni proprio così però non ho avuto il cuore di dirlo alla produzione cioè avete visto quanto cazzo è grosso Dwayne Johnson?! Che poi non è che sia un grande attore, un attimo ho sentito un rumore in cucina ODDIO NO DWAYNE TI PREGO NO, NON FARLO!”
Se F&F 6 fosse un gelato sarebbe un cucciolone, che si non è che quando hai voglia di gelato pensi ad un cucciolone però vai nel freezer, lo apri, e lui è sempre diligentemente lì, non ti abbandona mai, nel momento del bisogno è sempre al tuo fianco, pratico, non sporca, fa il suo dovere e ti rende felice. Ha il cioccolato fatto di macchine supercazzute, tizi supercazzuti, scene d’inseguimento supercazzute (che vi piaccia o no il brand F&F ha cambiato il modo di inseguire nei film d’azione), la vaniglia che rassicura con la sua trama scontata, il tradizionale zabaione con inquadrature e montaggio superclassici da fare invidia agli studios anni 20 e infine a ricoprire il tutto una sceneggiatura-biscotto al malto con barzellette patetiche che anche se non fanno ridere vuoi comunque sempre leggere.
Eh si vabbeh gli ingredienti del cucciolone sono finiti ma la colonna sonora è da braccio fuori dal finestrino lungo la Salerno-Reggio Calabria
Questo è in soldoni (di cioccolato) Fast & Furious 6, un film dal target variegato (al caffè) che può non piacere solo per 3 motivi:
- Se siete appassionati di tuning e volete sfrecciare sulle strade di Catanzaro riguardatevi tokyo drift di “ELABBORAZIONI” non c’è praticamente traccia, consolatevi almeno una macchina viene impennata dai deltoidi di Toretto. 
- Se volete fare i fighi tipo: “Ah ma questa roba mainstream a me non piace” riguardatevi la definizione cinema/arte – cinema/intrattenimento e non andate al cinema il mercoledi per spendere meno tanto Tarkovskij non lo passano.
- Se vostro figlio di 17 anni vi ha costretto ad andare al cinema e si è vestito con canottiera bianca e collana, tranquilli è solo un periodo.
Piccola parentesi per i commenti in sala “Che bella vita (sullo schermo culi e macchine veloci) – Un uomo deve conoscere la propria machina (con una C ) – Ehh la madoooona ma dai impossibile *seguito da applausi”
Voto: 120 come i chili di Dwayne Johnson (no seriamente mi sta minacciando, se mi leggete chiamate aiuto, tanto aiuto)
P.S
Brava la Universal che ha preso nel parco macchine anche l’italianissima e purtroppo poco tamarrissima “AFFA ROMEO TUBBO” Giulietta.
P.P.S (SPOILER SPOILER SPOILER)
BOOOOOOM!!! dopo i titoli di coda compare Jason Statham, la supercazzutaggione ora ha veramente raggiunto il limite immaginabile.
Alessandro Magnani
Usate pure i tastini li sotto per condividere e commentare cosi la mia mamma continua a mettermi i cuccioloni in freezer.
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La grande bellezza – di Paolo Sorrentino (2013)
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Gep Gambardella è un giornalista di 65 anni, salito agli onori della cronaca quarant’anni prima con un romanzo di grande successo, che riempie le proprie giornate fra articoli (pochi) ed improbabili feste mondane (tante) conducendo così lo spettatore fin nell’occhio del “vortice della mondanità”.
A due anni dall’acclamato This Must Be The Place con Sean Penn, torna nelle sale italiane Paolo Sorrentino e lo fa in grande stile. Acclamato in questi giorni a Cannes dai critici di tutto il mondo, il nuovo lavoro del regista napoletano è infatti un’opera densa ed ambiziosa ma allo stesso tempo godibile ed affascinante. Se a livello stilistico la pellicola risulta essere la naturale prosecuzione dei film precedenti (carrelli e dolly impossibili come se piovesse, inquadrature perfettemente studiate ed architettate..) la differenza fondamentale fra questo lavoro ed i precedenti è probabilmente la funzione del suo protagonista. Il nostro Gep, interpretato da un Toni Servillo in stato di grazia, non è infatti il centro della narrazione ma è colui che, come un moderno Virgilio, ha il compito di guidare noi ignari spettatori nei meandri di questa Roma magnifica e putrida, a scoprirne il cuore nero e a farlo venire in superficie, affinchè l’immutabile ed imperitura bellezza della città possa tornare alla luce. La Roma immortalata da Sorrentino è infatti una città immaginifica, quasi metafisica che viene sfruttata come immenso e meraviglioso palcoscenico per l’eterna tragedia umana, il decadimento e lo squallore di questa nostra triste società. L’affastellarsi di situazioni e personaggi miserabili, la quieta disperazione in cui essi vivono, e la scoperta che in realtà bello e grottesco siano in realtà le facce di una stessa medaglia sono dunque, ancora una volta, i temi portanti della poetica “sorrentiniana” e siano nuovamente messi in scena con la perizia e l’ironia che da sempre contraddistinguono l’autore italiano. Oltre al già citato Toni Servillo, merita poi una menzione particolare Carlo Verdone, sorprendentemente convincente in un ruolo che non siamo abituati a riconoscergli.
Ambizioso, ridondante e geniale, questo film è senza ombra di dubbio un film importante non solo per il suo autore ma anche per tutto il cinema italiano contemporaneo. Da non perdere.
VOTO: 8
Giulio Morselli
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NO – I giorni dell’arcobaleno – di Pablo Larrain (2012)
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“La alegria ya viene”. In italiano, l’allegria sta arrivando.
Con queste parole il Cile stupì il mondo intero, riuscendo ad uscire dal regime Pinochet, nel 1988, dopo 15 anni di dittatura.
Come appena detto, correva l’anno 1988: il generale Augusto Pinochet, pressato dalle autorità internazionali, si vede costretto ad indire un referendum; si tratta di dire sì (per altri 8 anni di governo) o no all’uomo che l’11 settembre 1973, con un colpo di stato, destituì il presidente marxista Salvador Allende, suicidatosi il giorno stesso, salendo così al potere.
Il riscatto del Cile di fine anni ottanta viene analizzato da una angolazione inedita, grazie a “No – I Giorni dell’Arcobaleno”, diretto da Pablo Larrain (classe 1976). Con “Tony Manero” (2008) e “Post Mortem” (2010), forma una trilogia sulla dittatura cilena.
Presentato lo scorso anno al Festival di Cannes (nella sezione “Quinzaine des realisateurs”) prima, candidato al Premio Oscar (per “Miglior film straniero”) poi, “No”, tratto dalla piece “El Plebiscito” di Antonio Skarmeta, mostra come i membri dell’opposizione abbiano convinto un giovane pubblicitario, Rene Saavedra, a dirigere la campagna per il no. Pur essendo costantemente supervisionati dal rigido regime e con pochi mezzi a disposizione, Saavedra e la sua equipe riuscirono ad elaborare un piano per vincere le elezioni, liberando il Paese dall’oppressione.
Un piano che rimase e rimarrà leggenda. Riuscire a cantare “Chile, la alegria ya viene” per sconfiggere uno tra i più
crudeli dittatori della storia, non è cosa da poco. Via il dolore, via le violenze. Mostrare in televisione il Cile come tutti avrebbero voluto che fosse (anche prima del 1988, naturalmente) significava dare speranza al popolo, che si immedesimava nei protagonisti dello spot di Saavedra che sorridono di fronte alla camera in attesa di un futuro felice e democratico.
Larrain adotta per questo suo ultimo film sul regime di Pinochet un approccio umoristico, il che fa di “No” uno dei migliori film politici degli ultimi decenni.
Qui la democrazia diventa un concetto politico diffuso attraverso un linguaggio pubblicitario, che non può non essere positivo.
Altro elemento a favore della pellicola, che non a caso è la prima (cilena) ad essere nominata ad un Oscar, è l’uso di immagini di repertorio (da antologia la scena che ritrae un protestante e un poliziotto, munito di manganello, “intenti a lottare per il proprio Paese”) e la
fotografia di Sergio Armstrong. Infatti, il film è completamente girato in U-Matic, formato utilizzato negli anni ottanta, al fine di far entrare lo spettatore nel contesto storico.
Guardando a ciò che sta succedendo qua in Italia, andare al cinema a vedere “No”, non è un diritto, bensì un dovere civico.
“No” infonde ribellione, gioia di vivere, desiderio di libertà di vivere democraticamente anche allo spettatore più indifferente.
A ciò contribuisce in modo determinante anche l’interpretazione di Gael Garcia Bernal (attore messicano meglio conosciuto per i ruoli in film come “Y Tu Mama Tambien” di Alfonso Cuaron, “Amores Perros” e “Babel” di Alejandro G. Inarittu), nei panni di Saavedra.
Bernal si riconferma attore abile a portare sullo schermo personaggi dalle
molte sfaccettature: ora indifferente nei confronti della sorte del suo Paese, ora propenso ad aiutare l’opposizione, ora rassegnato, dopo essere stato minacciato dalle forze di maggioranza. Sembra quasi che all’attore di Guadalajara la lingua spagnola sia come la garanzia di un giudizio positivo da parte della critica, dopo aver recitato in lingua inglese in film non alquanto apprezzati come “Letters to Juliet” e “Il mio angolo di paradiso”.
Infine, per apprezzare il più possibile “No” di Larrain è consigliato dare un’occhiata ai suoi due lavori precedenti. Risulterà stupefacente come il regista di Santiago del Cile passi per una sorta di pessimismo cosmico di “Tony Manero” e “Post Mortem” prima di approdare al commovente ottimismo messo in scena in “No”. Il Larrain di “No” potrebbe essere paragonato ad un filosofo epicureo subito dopo aver concluso la sua personalissima “ricerca della felicità”.
Luigi Ligato
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Effetti collaterali – di Steven Soderbergh (2013)
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New-York, il film ruota attorno alla vita di una giovane coppia: Martin (Channing Tatum), appena uscito dal carcere dopo quattro anni di detenzione, ed Emily (Rooney Mara) da tempo afflitta da gravi problemi psichici. Nel tentativo di guarire, la ragazza decide di affidarsi a un nuovo farmaco sperimentale prescrittole dal nuovo psichiatra (Jude Law), che come possiamo intuire dal titolo le provocherà terrificanti effetti collaterali.
Thriller psicologico dai risvolti inaspettati, “Effetti collaterali” nei soli primi venti minuti riesce a far credere allo spettatore una cosa per poi capovolgere tutto e lasciare quest’ultimo ad interrogarsi sul perché degli avvenimenti che Soderbergh magistralmente pone davanti ad uno spettatore incredulo.
Bisogna ammettere che l’inizio potrebbe apparire noioso e infatti dal primo atto del film fino all’azione culminante della trama principale siamo tenuti a credere che la trama si risolverà in un determinato modo e che non sia assolutamente un thriller se non fosse che il regista americano inserisce nella prima scena del film un avvertimento per lo spettatore e cioè di non lasciarsi ingannare da ciò che mostrerà nei venti minuti successivi. Mossa azzeccata se non geniale perché l’inganno riesce perfettamente.
Il film è colmo di piccoli colpi di scena che pian piano svelano ciò che dall’inizio del film assilla la nostra mente. Ciò che caratterizza questa pellicola è lo stravolgimento di tutto ciò che fino ad un
attimo prima credevamo fosse la verità, e per quanto possa essere stravolgente la realtà viene mostrata con cura e parsimonia andando a mettere una pulce nell’orecchio dello spettatore che comincia a chiedersi <<Hei, ma allora…>>
Soderbergh non delude e le aspettative sono rispettate e se posso permettermi sorprende dall’inizio alla fine lasciando un solo pensiero in testa al momento della riaccensione delle luci in sala e cioè che non è come lo si aspettava, è decisamente meglio.
Interpreti strabilianti su cui tutti svetta Rooney Mara in una interpretazione psicotica meravigliosa che non lascia scampo ad altre possibili soluzioni nella mente dello spettatore se non una sola, sbagliata.
In conclusione, forse uno dei film migliori usciti in questi ultimi mesi.
Merita senza dubbio la visione perché Soderbergh ultimamente non sbaglia un colpo.
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Leonardo Pasqua
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