Articoli con tag Davide Leone
Emotivi anonimi – di Jean Pierre Amèris (2011)
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Sopravvivere ai panettoni e ai cioccolatini nel periodo natalizio è un’esperienza che ci mette a dura prova. Sotto i nostri alberelli luminosi e colorati ce ne sono in quantità, ma da qualche anno anche al cinema si assiste a questa diversificazione.
Da una parte il cinepanettone, orgoglio (?) della cinematografia italiana, dall’altra il cinecioccolatino, che fa capolino con il “Chocolat” di Hallström, e di cui noi italiani abbiamo cercato di impossessarci a tutti i costi (vedi le due “Lezioni di cioccolato”). Ma i cugini francesi ci servono, appena usciti dal laboratorio, i bei cioccolatini di Améris, presentati in un’elegante scatola dal sapore vintage: “Emotivi Anonimi” (trailer).
Il titolo, ripreso dal nome del gruppo –vero- degli anonimi emotivi, rappresenta un problema per molti individui che devono imparare a convivere con le proprie emozioni, imbrigliate in un fitto reticolo, alla ricerca di un equilibrio che li riporti alla gioia di vivere. Persone paralizzate dalle proprie paure, divise tra un grande desiderio di esprimersi, dimostrare al mondo ciò che valgono, e il rifiuto, il fallimento che li porta ad uno stadio di panico molto forte. Questo, sommato all’ansia e relativi sensi di colpa, può minare la propria fiducia, arrivando ad una chiusura in se stessi, perdendo la via di uscita da questo labirinto intricato. Il regista Jean-Pierre Améris, la cui famiglia era minata da comportamenti simili, ha voluto dimostrare che aprire se stessi senza alcuna
paura, sorridendo sempre, è l’arma principale per uscire da questo isolamento, raccontando con tanta verve le conquiste di chi si impegna a fondo. (continua…)
Le nevi del Kilimangiaro – di Robert Guédiguian (2011)
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L’inizio è folgorante: siamo al porto di Marsiglia, e un sindacalista estrae da un’urna dei nomi; venti uomini, che capiamo subito essere altrettanti licenziati. Tra questi lo stesso sindacalista, Michel, che non ha voluto approfittare della situazione e ha voluto
rischiare il posto come gli altri compagni. Triste, ma circondato dall’affetto di moglie, figli e nipoti, Michel festeggia con l’amata Claire i trent’anni di matrimonio: e si vede che si amano davvero teneramente, e festeggiano volentieri la loro unione davanti a parenti, amici e colleghi (tra cui i 19 licenziati, ma alcuni conosciuti da Michel a malapena). Il regalo di figli e amici è una cassetta piena di soldi per un viaggio in Africa (da qui il titolo del film, che riprende il titolo della canzone di Pascal Danel che fa da leitmotiv) (ascolta): soldi che fanno gola a qualcuno, che irrompe a casa loro mentre sono a cena con la sorella di lei e suo marito, amico fraterno di Michel. Picchiati e umiliati, senza i soldi dell’agognato viaggio, Michel e Claire sono abbattuti. Ma il peggio deve ancora venire, quando Michel – militante vecchio stampo, cresciuto nel mito del martire socialista Jean Jaurès – scopre che uno dei due ladri è uno dei licenziati; che oltre tutto è un bravo ragazzo, che tira su i fratelli piccoli abbandonati dai genitori. Ormai la denuncia però è partita. Il senso di colpa inizia a tormentare i due coniugi…
Con Le nevi del Kilimangiaro (incredibilmente piazzato fuori dal concorso principale a Cannes 2011) Robert Guédiguian torna sui luoghi dei suoi film più noti (Marjus e Jeannette, La ville est tranquille, Marie-Jo e i suoi due amori) in cui canta la povera gente di Marsiglia, come un Ken Loach francese e ancora più arrabbiato, per quanto anche lui alterni dramma e commedia con abilità. Dopo alcuni film di diverso taglio (tra cui Le passeggiate al Campo di Marte su François Mitterand), torna appunto ai temi più cari, del lavoro e dell’appartenenza politica spesso tormentata. E stavolta sembra centrare il punto, con questo film ispirato al poema di Victor Hugo Les pauvres gens; grazie anche ad attori bravissimi, dalla personale “musa” (continua…)
Il mio domani – di Marina Spada (2011)
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Il fantasma di Michelangelo Antonioni praticamente aleggia in ogni inquadratura e in ogni sequenza del film, imprime un tono al racconto molto riconoscibile e forse proprio per questo motivo un po’ datato.
“L’amore che resta” di Gus Van Sant (2011)
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L’amore e La morte.
La morte era e rimane il vero, grande tabù degli esseri umani. Già e difficile parlarne con sensatezza, è poi possibile farlo
con un film che si tenga lontano da tutto quello che riguarda il dopo, e senza drammi, urla, dolori sbandierati?
È possibile se si possiedono la delicatezza e il romanticismo che troppo spesso non vengono sufficientemente riconosciuti a Gus Van Sant. “L’amore che resta”, poteva facilmente condurre verso il dramma di facilona fattura, considerato che al centro della storia c’è l’amore tra due adolescenti:Lui ha perso la voglia di vivere, dopo esser stato in coma tre mesi
per l’incidente d’auto che ha ucciso i suoi genitori. A lei restano tre mesi di vita, per il cancro che le divora il cervello. S’incontrano per caso, s’innamorano e si aiutano a vicenda. Lei gli trasmette la sua grande passione per la vita e gli uccelli, lui si offre di aiutarla ad affrontare il grande passo. Se si tratta di un dramma,questo lo è con malinconica voglia di sorridere. Perchè in questo suo nuovo film il regista di Portland sceglie di parlare della morte parlando soprattutto della
vita. I protagonisti di L’amore che resta, (ottimamente interpretati da Henry Hopper e un’enorme e fragile Mia Wasikowska), entrambi segnati, nel corpo o nello spirito, reagiscono sfidando i confini della levità, ritrovandosi in un territorio comune che sfugge alla maggior parte delle persone che li circondano.
E quella che nasce come una bizzarra amicizia tra due imbucati al funerale di uno sconosciuto, si trasforma in un amore forte e fragile al tempo stesso, in un supporto reciproco che non si manifesta attraverso il semplice rispecchiarsi, ma
tramite un’integrazione che comprende anche la materializzazione delle proprie paure. Paure che sono quelle della perdita e della solitudine, dell’ignoto e del dolore, del senso inafferrabile del vivere. Fra una discreta citazione di Shakespeare (Romeo e Giulietta) e una di Truffaut (Jules e Jim) Gus van sant prende il coraggio a quattro mani e torna a parlarci di una storia delicata ,toccante ma rischiosa a livello commerciale (sia per il conformismo imperante ma quasi diabolicamente sbiadito, sia per il conformismo dell’anticonformismo diabolicamente pulsante, che tutto classifica e tutto distrugge) ma che se ne
frega delle strade già solcate e non offre illusioni scontate. Perché l’illusione di una soluzione semplice è scartata a priori, la negazione del proprio destino passato, presente e futuro mai presa in considerazione da nessuno.
Attraverso la storia, e i personaggi, il regista sussurra nelle orecchie dei suoi protagonisti (e dei suoi spettatori) la parola amore con poetica e testarda determinazione. Ché è lì che risiede il senso, afferrabile,del vivere e del morire.
Non assoggettiamoci al credere nel divenire.
Buona visione
Davide Leone
Super 8 di J.J. Abrams (2011)
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Uscito nelle sale italiane il 9 settembre, prodotto da un altro colosso (dimostrato e non quantificato superficialmente come questa pellicola) Steven Spielberg.
Una pellicola già in odore di cult, sia per i nomi prestigiosi dei realizzatori, ma soprattutto per l’alone di mistero e di paura che collega il film ai grandi classici (compresi quelli di Spielberg ovviamente) degli anni 80.
Ma veniamo alla storia vera e propria:
Il film è ambientato nell’Ohio del 1979, sei ragazzini stanno utilizzando una cinepresa Super 8 per girare il loro zombie movie personale, ma in una notte fatale il loro progetto li porta nei pressi di un binario della ferrovia, dove assistono a una spettacolare calamità: un camion si scontra con la locomotiva di un treno di passaggio, e il terribile deragliamento che ne consegue riempie la notte dello stridore del metallo e di una pioggia di fuoco. A quel punto emerge qualcosa dai rottami: qualcosa di decisamente non umano. Di conseguenza, inizierà una sequela di colpi di scena che porterà alla scoperta dell’amore (una scoperta tutta giovanile) dell’affetto familiare e dell’amicizia.
Un qualcosa che recupera le paure dell’epoca e dell’oggi (ma sotto diversi aspetti) per ridargli smalto, colore e vitalità, non riuscendoci però fino in fondo.
A mio parere le interpretazioni dei giovanissimi attori, sono le fondamenta di un film che senza queste prerogative affonderebbe nel visto (ma quando l’ho visto?? sìì l’ho già visto!!).
Le note positive ci sono,la pellicola intrattiene lo spettatore con la suspence, con il buon intreccio fra i personaggi (ragazzini appassionati di cinema che girano un corto, le simpatie, gli amori, le disgrazie personali) che si unisce, come fil di ferro, alla storia principale e il che rende tutto appetibile e interessante. (continua…)

