Articoli con tag Davide Leone

Ozu Animation

L’Auditorium Ferrari di Maranello ospita i corti d’animazione targati OZU.

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L’atmosfera che si respira in mezzo alla platea del teatro Ferrari è ottimistica e seppur blandamente, entusiasmante.  Gli addetti sorridono.

La curiosità era molta per questa sezione inedita, sia per l’Ozu sia per la cosidetta “cornice” (sic!) Maranellese (così edotta di bulloni, pragmatismo e virilità meccanica) e le attese si sono rivelate giuste (almeno in parte).

Una cosa mi è parsa subito evidente, in una serata come questa, Fantasia e Immaginazione, si sarebbero fuse per arrivare a risultati, segnali sulle mappe dove prima c’era il vuoto. 15 possibilità.

Possibilità di trascendere l’estetismo per deflagrare una serie di concetti chiave, caldi e problematici (proprio perchè toccano zone sensibili dell’umano disiare).

Difatti, si va dalla rimozione del proprio Io attraverso la creazione inconscia di un mostro (“The thing in the corner”), il valore (ahimè) arcaico del credere all’esistenza come qualcosa di ciclico, senza però alcun segno di automatismo (“The great Rabbit”) alla trasposizione ironicamente beffarda del concetto dell’ esportare la Democrazia in paesi torturati  dalla -discordia- (“Pacemaker Mac”).

“De riz ou D’Armènie” coglie, a mio avviso, il concetto denso e magmatico della conflittualità tra paura, coscienza ma sopratutto ineluttabilità esistenziale, uno sguardo sul mondo della malattia e la vecchiaia , molto profondo.

“Mutatio” cita la -società acquisitiva- in un soggetto estrapolato da una realtà d’un Tim Burton al suo meglio. Il cuore, una pallina, un pesce e un amo…

La serie positiva sembra costruttiva anche nel corto giapponese “663114″ che solca il trauma di uno tsunami che scosse e che scuote ancora molti cuori infranti fermi in mezzo alla città.

Dopodichè si ha, a mio avviso un calo di qualità (intesa come densità di concetti), due corti che puntano l’indice e l’anulare sul tema del sesso a buon mercato e sull’ambiguità sessuale spicciola “Tram” e “Flamingo Pride”, altri due sulla didascalia dei sensi (una Sonora “Noise” e l’altra tattile “One moment Please” ) per fortuna si chiude con “Ursus” , “Different” e “The good ,the beauty and the truth” che cercano di riportare sul binario della comunicazione (e non dell’intrattenimento) il povero spettatore inerme .

In conclusione una serata che si conclude con una speranza, una bellezza e una verità: 

-Comunicare veramente, è ancora possibile.

- Il buio, il desiderio che nasce dietro allo spegnersi delle luci, la voglia di far vedere e far provare emozioni, è una speranza oltre che forte anche entusiasmante.

- L’Ozu dopo vent’anni è ancora vivo,vegeto e pronto ad aprirci la mente su frammenti di realtà ,immaginazione e fantasia.

Un grazie sentito a tutti.

 

Davide Leone

 

©2012 Concretamente Sassuolo – immagini Chiara Ferrari

 

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Rimonta PCS, sotto di un gol ma strappa i 3 punti con la Gino Nasi

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Campionato Allievi Provinciali Girone A

Progetto Calcio Sassuolo – Gino Nasi 3-1

 

 

 

 

Marcatori: PCS: Leone, Giacopini, Vallefuoco; Gino Nasi: N10

Ammonizioni: PCS: Poppi, Giacopini, Leone, Bassissi.

Espulsioni: //

Progetto Calcio Sassuolo: Mister Poppi, tornato in panchina dopo aver scontato la squalifica, applica ampli cambiamenti schierando una formazione inattesa, ancora priva di un portiere di ruolo. Mammi fra i pali, Bassissi, Sala, Gaicopini e Leone; centrocampo con Poppi, Benaroub e Barozzi; Fontana e Bozzetti dietro Vallefuoco.

PCS parte molto male e gli ospiti si rendono subito molto pericolosi, passando in vantaggio già al 6° minuto: lancio da centrocampo per i N10 che si invola e batte Mammi con un tiro a scavalcare, partita in salita per i sassolesi che però da questo momento trovano la forza per reagire. Impiegano 6 minuti i ragazzi di Mister Poppi e Ivassich a rimettere a posto il risultato con Leone che sotto misura insacca dopo che il tiro di Fontana, ottimamente deviato dal portiere sulla traversa, rimbalza in area piccola: 1-1. Dopo un incredibile gol sbagliato da Vallefuoco solo 1 contro 1 con il portiere, è proprio quest’ultimo che firma il sorpasso al 37° minuto quando stavolta solo davanti al N1 ospite lo mette a sedere e insacca. Si va al riposo con il risultato di 2-1. Seconda frazione in cui non si hanno cambi dall’inizio, ma i primi 20 minuti sono tutti di stampo rosso-blu, prima Bassissi non impegna molto l’estremo difensore, tirando dai 25 metri, poi uno stupendo schema su punizione porta a un meritato corner. Dagli sviluppi di quest’angolo battuto corto, Fontana tira, centra un difensore e Giacopini non può sbagliare un facile tapin da 2 passi, 3-1 e gara in cassaforte al 18° minuto della ripresa. Entrano Morini, Lapadula, Favali per Bozzetti, Poppi e Leone. Gli ospiti tentano un forcing nel finale ma con scarsi risultati, non riuscendo mai a impegnare severamente Mammi. Il match finisce così.

Pagelle:

Mammi: 6,5 si accolla una bella responsabilità, ma non delude di certo, splendido un’uscita nel secondo tempo su un’insidiosa punizione.

Bassissi: 5,5 non la sua miglior partita, parso più distratto del solito.

Sala: 6 passivo nei primi minuti di gioco, poi si riprende nel corso della partita.

Giacopini: 7,5 prestazione assolutamente ottima, segna e da sicurezza nelle retrovie.

Leone: 7 marca il tabellino dei marcatori, impressiona per dinamismo e voglia di fare, peccato per l’ammonizione.

Barozzi: 6,5 solita partita di fiato e consistenza, corre anche per Poppi.

Poppi: 5 troppo statico in mezzo al campo, perde 3/4 palloni importanti, insufficiente.

Benarroub: 6 corre molto, forse a volte troppo, molte volte fuori posizione.

Bozzetti: 5 poco ma veramente poco.

Fontana: 8 migliore in campo, ci dà sempre e a volte sembra proprio di una categoria superiore, notevole.

Vallefuoco: 6,5 sbaglia molto, ma ritrova la via del gol e come al solito lotta come un leone.

Morini: 6,5  quando entra il centrocampo ha una marcia in più, sia offensivamente che in fase di copertura.

Lapadula: //

Favali: //

Arbitraggio ottimo

 

Don Tonno

 

©2012 Concretamente Sassuolo

 

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Chernobyl-Diaries-La-Mutazione-cover-

Chernobyl Diaries – La mutazione di Brad Parker (2012)

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Fatto. Fatto. fatto. fatto. fatto. fatto. fatto. Fatto. Fatto.
E rifatto.
Spesso dormire nel letto è come richiamare ancestralmente la bara, ma in questo caso , è il caso di dire ” siamo sepolti dai fatti”. Oren Peli ci ha visto quasi giusto, ma solo lui: spettatori in fuga, critica alla macchia o col grilletto tirato. Parliamo del regista e sceneggiatore del primo Paranormal Activity, soggettista dei due sequel (a mio parere inferiori, come livello di tensione energetica primordiale, ad altri titoli anche recenti) e ora anche soggettista, co-sceneggiatore e produttore di Chernobyl Diaries- la mutazione.
Nel film viene chiamato “turismo estremo”. E sta a significare un viaggio presso una località dove nessun’altro è stato, un luogo proibito e potenzialmente pericoloso. A noi viene in mente invece un altro termine: “turismo macabro”. Una tendenza che, purtroppo, si sta sempre più spandendo nella società “civilizzata” di oggi. Andare in visita in luoghi nefasti, sconvolti da calamità naturali o sciagurati da altri eventi terribili. Tutto questo è sotto i nostri occhi, solo che non vogliamo accorgercene: dalle coppiette che si scattano la foto ricordo davanti al relitto della Costa Concordia, agli spaesati giocatori della nazionale italiana in peregrinazione nel campo di concentramento di Auschwitz (“perchè è giusto prendere, per una bella volta in mano i bambini e fargli vedere la realtà di un mondo al di fuori delle realtà già decise, ma drammaticamente vissute. Basta con questo moralismo da intellettualoidi ehhh!!” tipica frase che potrebbe accompagnare questo tipo di evento. Questa specie di circo globale. Questa lotta intestina. Impari.
Ma veniamo al prodotto.
Sei ragazzotti perbene e annoiati che decidono di recarsi nella città abbandonata di Prypiat, a pochi chilometri dal reattore nucleare di Chernobyl, per vivere un’”esperienza indimenticabile”. Un tour dell’orrore che in quelle zone viene davvero praticato, per la modica cifra di trecento dollari a persona. Tanta violenta ignoranza (una delle ragazze esclama svampita “Chernobyl, mi pare che ci sia stato un disastro nucleare qualche tempo fa…”) non potrà che essere premiata con una punizione esemplare. I protagonisti scoprono ben presto di non essere i soli all’interno della città, tra animali selvaggi inferociti, pesci mutanti, e, probabilmente, qualcuno che dopo la catastrofe non ha voluto abbandonare la propria abitazione. Il film dell’esordiente Bradley Parker, specializzato in effetti visivi, può contare innanzitutto su una suggestiva e raggelante ambientazione: benché, com’è ovvio, sia stato girato in set naturali quali l’Ungheria e  la Serbia, l’horror di Parker-Peli riesce a restituire con efficacia il muto terrore di ciò che resta attorno a Chernobyl: le case disabitate, rimaste esattamente come ventisei anni fa, le auto abbandonate lungo la strada, la natura che lentamente ha ripreso il sopravvento, l’industria in disfacimento, il silenzio assordante di tante vite distrutte in una manciata di secondi (trailer).
L’ennesimo contenitore di ansie che dovrebbero catalizzare le nostre paure. Uno spauracchio tutto tecnologico (un bel giocattolino eh??.. un bell i phone eh?? Un belllll’ipad?? Ehhhh??) per focalizzare una reazione interiore, che sembra pilotata e malleabile per mani subdole.
Tutto inutile. Il non ricordo, la devastazione di concetti (come memoria) con altri luoghi comuni come dolore (non questo ma quello), passione e alimenti, è ormai definitiva.
Il tentativo è sempre quello: un riff di POV, una disarmante guerrilla-style per basso continuo, un’amatorialità tanto finta quanto esibita per melodia e il genere thriller-horror per armonia. Appunto, basta. Qui non c’è più la casa infestata, ma la centrale infestata, che 25 anni dopo diviene teatro del turismo estremo di sei ragazzi inetti, imberbi e scritti con l’accetta (o lo scopino, fate vobis). Semplicemente, senza immedesimazione l’architettura di genere crolla miseramente, e questi ragazzi in lotta per la sopravvivenza per empatia non sono che dei lontanissimi parenti, se non degli sconosciuti totali. La sfida persa è questa: come può interessarmi un diario se non me ne frega nulla di chi l’ha scritto? Mediti il caro Peli, e cerchi di mutare davvero.
Ma, aggiungo, il signor Peli non può cercare questa tensione al di là dello schermo bianco? Perché ricercarla nella rappresentazione cubica?
Perchè per averla impressa su un fotogramma bisogna prima averla ricreata nella rappresentazione prima: la vita.
L’escamotage del quadro bianco?
Ecco la soluzione della nostra personale pietra tombale.
Un fatto.

Buona non visione.

 

Davide Leone

 

 

Locandina

Emotivi anonimi – di Jean Pierre Amèris (2011)

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Sopravvivere ai panettoni e ai cioccolatini nel periodo natalizio è un’esperienza che ci mette a dura prova. Sotto i nostri alberelli luminosi e colorati ce ne sono in quantità, ma da qualche anno anche al cinema si assiste a questa diversificazione.
Da una parte il cinepanettone, orgoglio (?) della cinematografia italiana, dall’altra il cinecioccolatino, che fa capolino con il “Chocolat” di Hallström, e di cui noi italiani abbiamo cercato di impossessarci a tutti i costi (vedi le due “Lezioni di cioccolato”). Ma i cugini francesi ci servono, appena usciti dal laboratorio, i bei cioccolatini di Améris, presentati in un’elegante scatola dal sapore vintage: “Emotivi Anonimi” (trailer).
Il titolo, ripreso dal nome del gruppo –vero- degli anonimi emotivi, rappresenta un problema per molti individui che devono imparare a convivere con le proprie emozioni, imbrigliate in un fitto reticolo, alla ricerca di un equilibrio che li riporti alla gioia di vivere. Persone paralizzate dalle proprie paure, divise tra un grande desiderio di esprimersi, dimostrare al mondo ciò che valgono, e il rifiuto, il fallimento che li porta ad uno stadio di panico molto forte. Questo, sommato all’ansia e relativi sensi di colpa, può minare la propria fiducia, arrivando ad una chiusura in se stessi, perdendo la via di uscita da questo labirinto intricato. Il regista Jean-Pierre Améris, la cui famiglia era minata da comportamenti simili, ha voluto dimostrare che aprire se stessi senza alcuna
paura, sorridendo sempre, è l’arma principale per uscire da questo isolamento, raccontando con tanta verve le conquiste di chi si impegna a fondo. (continua…)

Le nevi del Kilimangiaro - locandina

Le nevi del Kilimangiaro – di Robert Guédiguian (2011)

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L’inizio è folgorante: siamo al porto di Marsiglia, e un sindacalista estrae da un’urna dei nomi; venti uomini, che capiamo subito essere altrettanti licenziati. Tra questi lo stesso sindacalista, Michel, che non ha voluto approfittare della situazione e ha voluto rischiare il posto come gli altri compagni. Triste, ma circondato dall’affetto di moglie, figli e nipoti, Michel festeggia con l’amata Claire i trent’anni di matrimonio: e si vede che si amano davvero teneramente, e festeggiano volentieri la loro unione davanti a parenti, amici e colleghi (tra cui i 19 licenziati, ma alcuni conosciuti da Michel a malapena). Il regalo di figli e amici è una cassetta piena di soldi per un viaggio in Africa (da qui il titolo del film, che riprende il titolo della canzone di Pascal Danel che fa da leitmotiv) (ascolta): soldi che fanno gola a qualcuno, che irrompe a casa loro mentre sono a cena con la sorella di lei e suo marito, amico fraterno di Michel. Picchiati e umiliati, senza i soldi dell’agognato viaggio, Michel e Claire sono abbattuti. Ma il peggio deve ancora venire, quando Michel – militante vecchio stampo, cresciuto nel mito del martire socialista Jean Jaurès – scopre che uno dei due ladri è uno dei licenziati; che oltre tutto è un bravo ragazzo, che tira su i fratelli piccoli abbandonati dai genitori. Ormai la denuncia però è partita. Il senso di colpa inizia a tormentare i due coniugi…
Con Le nevi del Kilimangiaro (incredibilmente piazzato fuori dal concorso principale a Cannes 2011) Robert Guédiguian torna sui luoghi dei suoi film più noti (Marjus e Jeannette, La ville est tranquille, Marie-Jo e i suoi due amori) in cui canta la povera gente di Marsiglia, come un Ken Loach francese e ancora più arrabbiato, per quanto anche lui alterni dramma e commedia con abilità. Dopo alcuni film di diverso taglio (tra cui Le passeggiate al Campo di Marte su François Mitterand), torna appunto ai temi più cari, del lavoro e dell’appartenenza politica spesso tormentata. E stavolta sembra centrare il punto, con questo film ispirato al poema di Victor Hugo Les pauvres gens; grazie anche ad attori bravissimi, dalla personale “musa” (continua…)

Il mio domani

Il mio domani – di Marina Spada (2011)

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Spazi urbani inquietanti ed enigmatici. Cantieri che appaiono come ferite della realtà.  Paesaggi sospesi, caratterizzati da una natura indifferente ai destini degli esseri umani. Una figura femminile che cerca con difficolta di uscire fuori da un disagio esistenziale che la divora. Solitudine, alienazione nel mondo del lavoro e nella vita quotidana, incapacità di comunicare.
Il fantasma di Michelangelo Antonioni praticamente aleggia in ogni inquadratura e in ogni sequenza del film, imprime un tono al racconto molto riconoscibile e forse proprio per questo motivo un po’ datato.
Milano, i suoi grattacieli in costruzione e il mondo del businnes sono messi in contrapposizione a un universo arcaico (la figura del padre, la casa di famiglia) che non viene però considerato idealisticamente come il luogo della “salvezza” e dell’identità. Gli ambienti dell’infanzia vengono semplicemente raffigurati come gli spazi di una presa di coscienza che durante l’evoluzione del racconto diviene sempre più inevitabile e dolorosa.
Ma veniamo un momento alla sinossi del film:  Monica è una dirigente d’azienda che si occupa della formazione psicologica dei quadri intermedi della ditta in cui lavora. La sua vita, pur essendo agiata, è però infelice. Il padre muore e con la sorellastra ha un rapporto conflittuale. Anche sotto il profilo sentimentale le cose non vanno bene. Monica è infatti l’amante del suo diretto superiore e non riesce a creare rapporti duraturi con altri uomini. Gli unici sfoghi sono un corso di fotografia serale e la compagnia di un giovanissimo nipote che, come lei, soffre di un disagio esistenziale molto serio. (continua…)

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