Articoli con tag Filippo Costa

Oscar-2013

OSCAR 2013: i vincitori.

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Al Dolby Theatre di Los Angeles è andata in scena l’85a edizione degli Academy Awards. Quest’anno si è vista una grande qualità tra concorrenti in campo, nonostante la strana assenza di Ben Affleck (Argo) come candidato a Miglior Regista. Le premesse della serata erano interessanti: Argo aveva conquistato il Golden Globe come Miglior Film Drammatico, ma negli ultimi ottant’anni solo “A spasso con Daisy” aveva vinto un Oscar come Miglior Film senza la nomination per il regista; Joaquin Phoenix, candidato come Miglior Attore Protagonista, era riuscito ad inimicarsi l’Academy giusto prima delle nominations, uscendosene con una frase sul fatto che “l’Oscar è la cosa più sciocca di questo mondo”. Inoltre il genio Steven Spielberg andava a caccia del suo terzo Oscar, mentre Daniel Day Lewis era dato già vincente per la statuetta di Miglior Attore nonostante il tabù secondo cui nessun attore in un film di Spielberg avesse mai ricevuto quel premio. Indubbiamente i film in gara hanno dimostrato l’altissimo livello dell’industria cinematografica nell’arco del 2012: tra le sorprese Beasts of the Southern Wild, piccola gemma registica di Benh Zeitlin che ha generato la più giovane candidata a Migliore Attrice protagonista della storia degli Oscar (Quevenzhané Wallis, 9 anni) e Silver Linings Playbook (il Lato positivo) che ha visto la consacrazione di Jennifer Lawrence,  contesa fino all’ultimo dalla bravissima Jessica Chastain, ed ha avuto 4 attori candidati (prima volta in più di trent’anni di Oscar). Anche Tarantino è riuscito a lasciare in segno quest’anno vincendo la Miglior Sceneggiatura Originale per Django che ha anche fruttato l’Oscar come Miglior Attore Non Protagonista all’istrionico austriaco Christoph Waltz, reso celebre proprio da Quentin come il Colonello Landa di Bastardi Senza Gloria (premio Oscar Miglior Attore Non Protagonista 2010), evidentemente il sodalizio creativo tra i due artisti dovrà continuare anche in futuro. Esce sconfitto De Niro, senza grandi pretese a dire la verità, che manca l’ingresso nell’Olimpo degli attori con 3 Oscar sulla mensola del salotto, il ragazzo (70 anni ad Agosto) avrà tempo per rifarsi. La vittoria di Argo come Miglior film ha quindi sovvertito il pronostico della vigilia, che vedeva Ben Affleck penalizzato e Spielberg pronto ad una facile incetta, cosa che non è avvenuta dal momento in cui il premio per la Miglior Regia è finito ad Ang Lee per il suo poetico Vita di Pi: vero colpo di scena della serata. Lo strombazzatissimo Lincoln ha quindi dovuto arrendersi a soli 2 Oscar su 12 nominations e ovviamente a non tradire le attese è stato Daniel Day Lewis, un attore ormai leggendario, che si porta a casa il soprammobile dorato per la terza volta. Vita di Pi è riuscita ad ottenere 4 Oscar su 11 nominations, risultando il mattatore della serata ed oltre ad alcun premi tecnici ha ottenuto l’Oscar per la Miglior Colonna Sonora, mentre nientepocodimenoche Adele ha vinto il premio come Miglior Canzone per Skyfall. Subito dietro con 3 Oscar su, rispettivamente, 8 e 7 nominations, finiscono Les Miserables e Argo che oltre al Miglior Fim si porta a casa pure Miglior Sceneggiatura Non Originale. Per quanto riguarda le attrici Jennifer Lawrence lascia a becco asciutto l’ottima Jessica Chastain (già nominata e battuta nel 2012), imprimendo un’accelerazione notevole alla sua carriera di 22enne rampante, mentre Anne Hathaway si consacra Miglior Attrice Non Protagonista a 31 anni per Les Miserables dopo essersi rasata a zero durante le riprese. In conclusione si può dire che il vero sconfitto della serata sia Steven Spielberg, colpevole di essere stato troppo Steven Spielberg, cosa che in tempi recenti non è più così tanto apprezzata dall’Academy e che rende gli Oscar sempre più interessanti ed imprevedibili.

Nessuna sorpresa per il miglio film straniero andato ad Amour di Michael Haneke.

Da segnalare la vittoria nella sezione dei corti di Curfew di Shawn Christensen recente vincintore anche del Gran Premio della Giuria e del premio del Pubblico all’Ozu Film Festival di Sassuolo ed intervistato da Concretamente Sassuolo la scorsa settimana (leggi qui)

 

Filippo Costa

 

©2013 Concretamente Sassuolo     Twitter  Facebook

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Zero Dark Thirty - locandina italia

Zero Dark Thirty – di Kathryn Bigelow (2012)

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When you lie to me i hurt you” (quando menti ti ferisco)

 

Kathryn Bigelow torna a parlarci di guerra dopo “The Hurt Locker” facendo luce sulla spietata battaglia tra l’intelligence americana ed Al-Qaeda consumatasi dall’11 Settembre 2001 sino al 1 Maggio 2011, giorno dell’uccisione di Osama Bin Laden. Il film si apre con una sequenza di tortura molto significativa, nella quale la regista riesce a dosare la denuncia di un periodo buio della storia americana per mantenere la cifra emotiva del film sullo stesso binario di realismo che avevamo già apprezzato in “The Hurt Locker”. La protagonista della vicenda è Maya, un personaggio fittizio che la Bigelow inserisce in una storia vera, a tratti al limite del documentario, ma che non riesce ad entusiasmare restando distante emotivamente dal pubblico. Ciò che di più avvincente possiamo trovare nell’interpretazione di Jessica Chastain (candidata peraltro al premio Oscar) è l’ossessione nella ricerca del capo di Al-Qaeda, una parabola umana che si conclude nella scena finale nella quale viene a mancare questo sentimento causando la deflagrazione emotiva della protagonista. Uno dei motivi per cui vale la pena vedere questo film anche se non si è appassionati di giornalismo o politica estera è la sequenza di cattura di Bin Laden: in cui possiamo apprezzare un vertice notevole di tensione e una cura ammirevole dei dettagli tecnici totalmente privi di quel carattere patriottistico di cui alcuni film d’oltreoceano faticano ancora a liberarsi, probabilmente la forza di questa pellicola è proprio la sua totale assenza di retorica e l’aderenza alla realtà dei fatti (trailer).

“America doesn’t torture, and i’ll make sure that we don’t torture” (Gli Usa non torturano e mi assicurerò che questo non avvenga)
I più appassionati di storia recente e di politica americana potranno inoltre apprezzare in “Zero Dark Thirty” il differente approccio dialettico degli Stati Uniti nell’arco di questo primo decennio del secolo nei confronti del terrorismo, il film allude chiaramente alla reazione spietata degli Usa dopo l’11 Settembre, ma grazie alla chiara scansione dell’incedere del tempo rende palesi i differenti approcci tra le due amministrazioni succedutesi e il cambio di coscienza collettiva all’interno dell’intelligence, alcuni temi ricorrenti nei fitti dialoghi tra i personaggi sono proprio grandi temi di discussione nel dibattito pubblico sulla lotta al terrorismo, quindi anche non conoscendo bene la storia qualcosa di già sentito si presenta alle orecchie dello spettatore. Infine è interessante notare come il finale di questo film sia legato in qualche modo a quello di “The Hurt Locker” e di come l’ossessione sia un filo conduttore dei personaggi ben interpretati da Jeremy Renner e Jessica Chastain, (Migliore attrice in un film drammatico al Golden Globe 2013) anche se la Bigelow fa un salto in avanti rispetto alle conclusioni tratte nel suo scorso film, compiendo il destino della protagonista e lasciandola in una situazione di sospensione che interroga lo spettatore e forse riflette la situazione di sospensione dell’America che deve ripensare ai propri obbiettivi dopo aver eliminato la propria ossessione Bin Laden.

 

Filippo Costa

 

©2013 Concretamente Sassuolo

 

ovunquetrasmettimi

Un corto di 10 secondi? YES WE TEN

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Per il secondo anno consecutivo è andato in scena al Centro Giovani Carburo di Scandiano il concorso Yes We Ten contenuto nell‘Ozu Film Festival. L’idea nasce nel 2011 dalle menti di Mirco Marmiroli e  Francesco Botti, che trovano in Giulia Iotti (assessore alla cultura del Comune di Scandiano) una sponda istituzionale e nell’Ozu Film Festival il contesto ideale per portare avanti il concorso. La competizione si spalma in due categorie: una a tema libero, l’altra con a tema il lavoro (nel 2011 il tema scelto furono i 150 anni dell’Unità d’Italia), mettendo in gara 20 corti preselezionati nella prima categoria e 3 ulteriori corti nella seconda, della durata di dieci secondi l’uno. La Giuria del 2012, costituita da Luca Lumaca, Corrado Ravazzini e Andrea Calderone, ha votato i corti in gara e assegnato tre menzioni, rispettivamente per tecnica, idea e “l’avrei voluta fare io”: la prima menzione è stata attribuita a Tonsurephobia, la seconda a The death of Edgar Allan Poe e la terza a The End. La categoria riguardante il tema del lavoro è stata vinta dal corto Chi cerca… non trova, di Liberto Savoca e Francesca Rizzato, mentre nella categoria generale ha primeggiato Ovunque trasmettimi, Produzione Madebù/Abacàda Nonostante le difficoltà logistiche e organizzative, lo spettacolo ha avuto una partecipazione degna di nota da parte del pubblico, che non ha potuto che gradire la qualità della competizione.

 

Filippo Costa e Tullio Saldaneri

 

©2012 Concretamente Sassuolo

 

la-locandina-italiana-de-il-cavaliere-oscuro-

Il cavaliere oscuro – Il ritorno, di Christopher Nolan (2012)

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Christopher Nolan sale nuovamente in cattedra regalandoci un solido, avvincente e convincente film destinato al grande pubblico. Il regista quarantaduenne, tra una esplosione e una scena d’azione degni dei migliori Blockbuster d’autore, non si limita ad affrontare superficialmente l’aspetto del contenuto, ma lascia allo spettatore alcuni spunti di riflessione e una trama fitta  mantenendo fede al suo mantra: “Di tutte le cose, la priorità è la storia” . Infatti mentre si scazzotta con Bane il Cavaliere Oscuro s’interroga: sull’eroismo, sulla giustizia, sull’ordine sociale e sull’amore come ragione di vita; affiancato e consigliato da personaggi di grande caratura morale come il maggiordomo Alfred (un Michael Caine perfettamente a suo agio) e l’amico Lucius (Morgan Freeman che si conferma uno dei migliori attori non protagonisti della storia del cinema) Bruce Wayne è costretto ad affrontare i fantasmi del passato e le insidie del presente. Un consiglio appassionato, se volete guardare questo film ripassate o guardate, se non li avete ancora scoperti,  i primi due capitoli della saga: Batman Begins (2005) e The Dark Knight (2008); anteporre la loro visione a quella dell’ultima parte della trilogia renderà molto più gustoso questo film. La trama si sviluppa 8 anni dopo la grande menzogna riguardo la morte di Harvey Dent, su cui Jim Gordon e Batman avevano posto le basi per la sicurezza di Gotham. Bruce Wayne è diventato un eremita e il Commissario Gordon continua a mettere a frutto il  restrittivo Decreto Dent grazie al quale Gotham vive in pace senza più bisogno di un vigilante mascherato. Uno dei temi portanti nel film è proprio la speranza di poter essere eroi nel proprio piccolo che Batman vuole suscitare in tutti gli abitanti di Gotham, indipendentemente dalle limitate possibilità che essi hanno; inizialmente il defunto procuratore Harvey Dent simboleggia questa speranza, ma ben presto questo fragile equilibrio verrà spezzato dal villain Bane (trailer). Indubbiamente la pellicola risente dell’assenza del carisma di Joker che aveva sostanzialmente retto la struttura del film precedente, ma i nuovi personaggi che vengono inseriti bilanciano e allacciano la trama rendendola allo stesso tempo appassionante. Ben presto un enorme minaccia costringe Batman a rimettersi in gioco affiancato dall’ambiguo ma riuscito personaggio di Catwoman, interpretata da Anne Hathaway, ladra provetta costantemente in bilico tra bene e male. Il film inoltre strizza (involontariamente?) l’occhio all’attualità e Gotham diventa specchio del 2012 tra crisi finanziaria e violente forze populiste pronte a mettere in crisi le istituzioni e l’ordine costituito, ma sarebbe limitante sforzarsi di cercare una qualsivoglia forma di critica alla società in un film del genere, che riesce ad amalgamare la cultura pop di un fumetto con un’alta cifra stilistica colpendo lo spettatore sia visivamente  che emotivamente. Batman è indubbiamente il supereroe più cinematografico che esiste, sia per l’ambientazione dark offertagli da Gotham, sia per il fatto di essere il personaggio da fumetto più vicino a canoni realistici, ma i pastrocchi kitsch girati da Joel Schumacher e Tim Burton avevano destrutturato una eroe che trova la forza  di servire la giustizia nella rabbia e nella sete di vendetta, fattori parzialmente assenti nei precedenti film su Batman e che emergono fortemente nella trilogia di Nolan, affiancati in questo film da un desiderio di normalità e quiete che riaffiora raschiato dall’amico/maggiordomo Alfred. Insomma ci sono un sacco di motivi per guardare questo film, tra cui anche la conferma ad alti livelli per Christian Bale e alcune scene notevoli (dopo averlo visto non andrete più allo stadio come prima).

Filippo Costa
@capellafro

 

detachment - locandina

Detachment – Il distacco di Tony Kaye (2012)

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Detachment è un film di forte impatto emotivo che si presta a diversi piani di lettura. La vicenda narrata è quella del supplente Adrien Brody e del suo nuovo impiego come professore di letteratura in una degradata scuola dei sobborghi di New York. La nuova sfida professionale e il duro rapporto con la nuova realtà scolastica si intrecciano con la vicenda personale del supplente che nel frattempo da asilo ad una giovane prostituta sbandata e usa parte del suo tempo al capezzale del nonno morente. Nel lavoro e nei rapporti affettivi affiora tutta la disarmante umanità di quest’uomo, che racchiude contemporaneamente in sé  disillusione e malinconia, fermezza ed etica. Ciò è evidente nel tipo di approccio educativo che utilizza a scuola, rifiutando il ruolo dell’autorità imposta e lasciando piena libertà ai suoi studenti di seguirlo o andarsene, di lasciarsi o meno attrarre dal suo carisma e dal suo sguardo vivo e attento nei loro confronti, metodo esemplificato dalla lezione in classe sul modo in cui il potere influisce sulla visione del mondo dei giovani, una delle scene più importanti del film, in cui è contenuto il testamento intelletuale che il professore (leggasi il regista) lascia agli spettatori, tra una citazione di 1984 e la demonizzazione del marketing (forse una concezione del sistema un po’ esasperata, ma comunque interessante e che mette in guardia dall’omologazione). Allo stesso tempo però il Professore si difende dalla realtà che lo circonda mantenendo le distanze sia dal  rapporto con gli studenti sia dalla prostituta che ha salvato dalla strada, almeno inizialmente. Emblematica in questo senso è la frase di Albert Camus che compare all’inizio del film: “Non mi sono mai sentito allo stesso tempo cosí distaccato da me stesso e così presente nella realtà”. Il Professore vive infatti questa strana ambiguità, rifiutando da un lato di implicarsi fino in fondo nei rapporti, ma mostrandosi d’altro canto consistente e affascinante nel lavoro e nella quotidianità della propria vita. Il film spiegherà in parte e successivamente questo distacco, questa profonda malinconia insita nell’animo del Professore. La pellicola è un inno al ruolo dell’insegnante, infatti comprimari di altissimo livello come James Caan e Lucy Liu nobilitano questa figura, sottolineando la complessità e l’importanza dell’educazione. Man mano che la vicenda si sviluppa saranno svelate le ragioni che spingono il Professore a questo continuo distacco e allo stesso tempo la cruda realtà dell’istituto scolastico lo costringerà a coinvolgersi sempre di più nella sua missione educativa, noncurante delle circostanze avverse (meravigliosamente esemplificate nella metafora del mercato immobiliare che rappresenta una delle scene più disarmanti del film) e dell’esito non sempre positivo, perchè la vera missione educativa non consiste nel blandire lo slogan molto americano per cui un insegnante può davvero “fare la differenza” (trailer). Oltre all’aspetto educativo, la bellezza del film risiede nella delicatezza con cui il regista affronta la vicenda privata dei Professore e con cui dipinge la sua umanità nei confronti del nonno e della giovane prostituta. Insomma Detachment è uno dei migliori film drammatici degli utlimi tempi e deve essere rivisto più di una volta per essere compreso in tutte le sue sfaccettature, considerando anche l’interpretazione di Adrien Brody, la migliore dai tempi de “Il Pianista”, in un ruolo cucito su misura. I pochi difetti del film vanno rintracciati nel mancato approfondimento del rapporto fra il protagonista e la collega preferita e forse nell’esasperazione con cui il regista tende a rappresentare una generazione di giovani senza speranza, che è azzeccata nell’economia del film, ma che riduce in senso assoluto la spinta ideale che è innegabilmente presente anche nel ciclo di adolescenti figli della crisi economica.
Voto 4/5

 

Filippo Costa

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