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Filippo Costa

Filippo a Rovaniemi: “Ottimi servizi., grande freddo, Santa Claus e una lingua inascoltabile”

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Mi chiamo Filippo Costa e sto studiando a Rovaniemi, in Finlandia. Sono nato nel 1991 e frequento il terzo anno di Relazioni Internazionali all’University of Lapland, un polo accademico che ha intrecciato una relazione con l’Università di Parma a cui sono iscritto. Nell’immaginario collettivo la Lapponia è freddo e renne, vorrei raccontarvi cos’altro si può scoprire in una terra pregiudizialmente inospitale e quali soddisfazioni ci si può togliere al Circolo Polare Artico. (SPOILER – Un fracasso di Babbo Natale)

 

 

 

Filippo CostaCome ti aspettavi di trovare Rovaniemi, Finlandia e cosa hai trovato invece al tuo arrivo?

Dall’Italia avevo un’idea molto vaga su cosa aspettarmi, avevo controllato temperature e orari di alba e tramonto ma non avevo realizzato a cosa stavo andando incontro. Il primo impatto è stato abbastanza tosto, sono arrivato il 7 Gennaio, quando le giornate duravano 5 ore (dalle 10 del mattino alle 3 del pomeriggio) e la temperatura stazionava sui meno dieci gradi (con sbalzi fino a meno trenta). Poi c’erano valangate di neve e sistematicamente questa cadeva una volta a settimana, ma quello era l’aspetto più bello: vivere in un mondo ovattato e fatato (dico era perchè adesso è tutto diverso). Il problema era appunto la mancanza di luce, mi ha un po’ scombinato all’inizio e sentivo mancare le energie, il problema lo risolvevo con camionate di pane e burro alla mensa dell’Università. Solitamente si parla del tempo quando non si ha niente da dire, qui invece parlare del tempo è sempre un argomento spassoso vista la particolarità del Circolo Polare.

 

Descrivici l’University of Lapland anche a paragone dell’Università di Parma.Kuntotie

Sull’aspetto didattico posso dire che gli esami per gli Erasmus sono piuttosto validi ed è richiesto un buon impegno ed un rapido adattamento alla lingua per chi come me biascicava ad un livello paragonabile a “Magic English”. Per quel che riguarda l’aspetto organizzativo ci sono davvero pochi elementi in comune, l’University of Lapland offre una marea di servizi che in Italia spesso possiamo solo sognarci, d’altro canto però ha un approccio didattico asettico, per cui le lezioni frontali sono ridotte decisamente e questo per me è un punto debole. Faccio alcuni esempi di servizi integrati all’ateneo per farmi capire: in Finlandia se sei uno studente fuori sede puoi usufruire di un consistente sussidio statale (per gli Erasmus esistono studentati ad affitti vataggiosi come il mio, con sauna, palestra e noleggio kayak gratuito per l’estate!), qui non esistono tasse universitarie (credo che loro finanzino il tutto tramite la fiscalità generale, la cui pressione è comunque tra le più alte d’Europa), però ci sono criteri di accesso restrittivi in tutte le facoltà, quindi non Kuntotie 1tutto è per tutti come in molte facoltà italiane (anche la mia). Il servizio mensa e caffetteria è in stile albergo ed è decisamente economico, la biblioteca è stupenda e si possono prendere in prestito i libri per gli esami gratuitamente, senza bisogno di comprarli; inoltre una volta iscritto all’Università hai diritto ad una tessera per l’assistenza sanitaria gratuita e per una serie di sconti su locali e strutture sportive. Non voglio qui dilungarmi in uno sperticato elogio alla Finlandia, infatti vorrei ricordare che è un paese di 5 milioni di abitanti che ha gioco facile nel puntare all’efficenza organizzativa e forse questa sua aspirazione gli fa dimenticare di investire su fattori quali il rapporto studente-professore a lezione; indubbiamente però i finlandesi sanno sopperire alle asperità ambientali con una marea di agevolazioni per lo studente, tant’è che si genera un effetto collaterale: ho conosciuto non pochi finlandesi che si laureano dopo i trent’anni dal quanto si godono la loro permanenza universitaria.

 

Dove studi ci sono tanti studenti stranieri o sei soprattutto in contatto con finlandesi?Rovaniemi

Io ho frequntato corsi in inglese per “Exchange Student”, quindi ho conosciuto principalmente altri stranieri, che sono poi gli stessi che vivono nel mio condominio, infatti qui a Rovaniemi esiste un agenzia di affitto case che ha il monopolio sugli studenti in arrivo dall’estero e li sistema tutti assieme, si crea quindi un bel clima da famiglia allargata e tutti vanno e vengono da un appartamento all’altro, può capitare di dover sfamare un lituano (senza la mamma è sempre dura), organizzare una festa con il clan italiano, allearsi con gli austriaci per un torneo di snowfootball (che è praticamente calcetto sulla neve, orribile), festeggiare il capodanno coreano (non chiedetemi perchè è a Febbraio) o fare una cena tipica ungherese per Pasqua, almeno così loro te la spacciano, tu devi fidarti. Poi ovviamente ho conosciuto anche dei finlandesi. 

Come sono i finlandesi? Noi sappiamo solo che hanno i denti bianchissimi perchè masticano una nota marca di chewing gum. E le finlandesi?

Il discorso finlandesi è delicato, strano popolo, per sciogliere il ghiaccio potrei parlare de le finlandesi, senza lanciarmi in giudizi tranchant si può dire che sono clamorosamente sportive, anche a temperature proibitive si mettono a fare jogging o andare in bici o qualsiasi cosa e questo decisamente si nota, poi sono tendenzialmente bionde (ma dai?), quindi per gli amanti del genere c’è materiale su cui lavorare. Sulla parlantina i finlandesi sono molto strani, non sentono mai la necessità di parlare (guardatevi un’intervista al pilota di F1 Raikkonen per capire cosa intendo), ma non mi sento di generalizzare, è possibile pure incontrare persone spigliate e pronte alla chiacchera, ho conosciuto addirittura un ragazzo che sa a memoria le canzoni di Caparezza e ogni due secondi si mette a cantarle! Una cosa che mi infastidisce dei finlandesi è la loro lingua, terribilmente cacofonica, non tutti hanno la fortuna di parlare la lingua dei santi poeti e navigatori, infatti a tutti piace come suona l’italiano.

 

Ice-fishingCircolo Polare: vuol dire che stai tutto il giorno in mezzo ai ghiacci eterni con i Moon Boot? Chiariamo una volta per tutte: in Finlandia fa freddo, fa caldo, si sta in giacca a vento, maniche corte, come?

In realtà sono appena stato a prendere il sole alla spiaggetta sul fiume che costeggia la città è ieri ho giocato a beach volley (è il 23 Maggio), da quando sono qui ho vissuto gli estremi, il ghiaccio eterno a -30 gradi di Gennaio: che comprendeva giri in bici da assideramento e ice-swimming nel buco fatto nel fiume ghiacciato, fino al recente disgelo di fine Aprile, che è stato decisamente impressionante; nell’arco di una settimana il fiume è diventato da ghiacciato (sono andate a pescare trivellando la superficie per inserire la canna) a navigabile. Inoltre adesso il sole sorge alle 3 di notte e tramonta alle 11 e mezza di sera (ma non c’è mai un’oscurità completa), quindi è esattamente il contrario di quando sono arrivato con il buio perenne, come dicevo il tempo è un argomento inaspetattamente interessante qui a Rovaniemi, peraltro fino a fine Marzo ci sono state grandi Aurore Boreali nella nostra zona.

 

Hai visitato il villaggio di Babbo Natale?

Due volte, vorrei spendere una parola per sottolineare la totale nullità del villaggio, è bello vedere le renne e tutto il resto, ma il Fiume Lainas - Rovaniemigiudizio è abbastanza unanime da tutti quelli che ci sono stati: una grossissima commercializzazione del nulla. La prima volta abbiamo pure incontrato una famiglia romana abbastanza pentita, anche se i bambini sembravano divertirsi. L’unica cosa che ha fatto minimamente uscire il fanciullino che Pascoli ha inculcato in me è stato vedere il figurante che interpreta Santa Clause (un lavoro tipo Duff Man dei Simpson), quei maestri del turismo dei finlandesi hanno creato all’interno del villaggio la sua sala di ricevimento, in cui si è introdotti dall’elfo usciere, dove si può fare la foto con lui e dove addirittura la scena dell’incontro viene filmata (tutto ad un prezzo esorbitante, ma d’altronde non c’è concorrenza)! In quel frangente ammetto di essermi un po’ emozionato e non ho potuto non ringraziarlo per la Playstation 1 che mi regalò nel ’99, mi cambiò la vita. Prima scherzando ho detto che non c’è concorrenza, ma in realtà esistono altri villaggi di Santa oltre al principale che ho visitato io e addirittura privati che si buttano su quel mercato assumendo studenti Erasmus (alcuni ragazzi che erano qui dal primo semestre ci hanno lavorato) o giovani  come figuranti durante il periodo invernale per feste o eventi, ovviamente chi ha renne a disposizione è piùquotato.

 

Santa VillageChe si fa in Finlandia la sera o nel tempo libero dopo aver studiato?

Rovaniemi ti viene subito presentata come una delle città con il pub pro-capite più alto d’Europa, ma d’altro canto le prime parole che gli studenti tuoi predecessori provvedono ad aggiungere al tuo scarno vocabolario inglese, non appena arrivato, sono: “cheap” e “save money”, cioè sostanzialmente tra gli studenti c’è una simpatica gara a chi risparmia di più, tant’è che anche questi pub sono visti con sospetto, visto l’alto costo della vita qui (i salari sono più alti, ma la borsa di studio purtroppo rimane quella che è) e gli Erasmus preferiscono trovarsi nei vari appartamenti a fare festa. Oltre a questo ci sono un sacco di altre attività che si possono fare nel weekend (vorrei comunicare a mia madre a mezzo stampa che durante la settimana io studio sempre), infatti a costo di ripetermi i finlandesi sono molto attrezzati ed esistono ad esempio “fireplace” pubblici in cui la gente può grigliare la propria carne in compagnia, luoghi in cui fare ice-swimming nel lago ghiacciato, impianti sciistici (la nota località di Levi è a pochi km, ospite anche di gare di Coppa del Mondo), lo zoo degli animali artici (in cui si può imparare che la traduzione italiana di “wolverine” è il carnivoro cosiddetto “ghiottone”, povero Hugh Jackman), insomma non si vive di solo Santa.

 

I Finlandesi sono gli unici davvero europei tra gli scandinavi, Come vedono l’Europa secondo te?Santa Village con Sebastiano Gervasi

In realtà anche la Svezia è nell’Ue, non credo che si possa dire che la Finlandia sia l’unica nazione davvero europea solo perchè ha l’Euro, i finlandesi non sono più europei di norvegesi e svedesi, questo indipendentemente dal fatto che il loro ceppo linguistico non sia indoeuropeo (oltre ad essere cacofonico, ma purtroppo il mio gusto personale non è nei parametri del Trattato di Lisbona). Io onestamente non mi sono avventurato a chiedergli se si sentono davvero europei, le mie conversazioni arrivano al massimo a qual’è il modo in cui preferiscono cucinare la renna, però ho notato che hanno tutti una mentalità molto aperta verso gli stranieri e soprattutto parlano tutti (più o meno) l’inglese, cosa facilitata dal fatto che serie tv e film in tv sono trasmessi in inglese con i sottotitoli in finlandese (un po’ come fa la Rai), fattore di apprendimento e di integrazione culturale secondo me essenziale. Il mio professore di Diritto Europeo mi ha spiegato come il Parlamento Finlandese sia tra i più rapidi a recepire le direttive della Commissione e che si sia stato molto scalpore in Finlandia per le dichiarazioni sul referendum anti-europeista di Cameron, quindi mi sento di dire che la direzione politica della Finlandia mi sembra sia indirizzata verso un Europa unita e forte, senza pregiudizi verso i paesi del Sud (non Frisbee Golf con Clemens Pichlercredo abbiano la stessa concezione tedesca dello“shuld”), ovviamente questa è solo un impressione che mi sono fatto qua. Poi secondo la mia opinione norvegesi e svedesi sono per mentalità e costumi europei allo stesso modo, anche se non aderiscono politicamente, come i serbi, i bosniaci, i kossovari, gli albanesi…

 

Come vedono invece gli italiani e cosa si aspettavano prima di incontrarti?

A parte che a me hanno dato del francese e che una volta ho conosciuto un ragazzo che appena saputo che ero italiano ha iniziato a ripetere per un’ora “mozzarella, mozzarella, mozzarella” gesticolando, per il resto le reazioni sono le solite: pizza, mafia (molto dovuto a Francis Ford Coppola in verità), Berlusconi, pasta bolognese, Luca Toni numero uno (nell’area austro-tedesca). Il primo impatto  lo ebbi con la tassista che mi accompagnò dall’aeroporto di Helsinki alla stazione ferroviaria, appena saputa la provenienza si mise a lamentarsi del nostro ex-primo ministro, inizialmente non mi spiegavo una così mirata acredine a quelle latitudini, più tardi ho scoperto il motivo specifico; infatti Berlusconi commentò la Municipio di Stoccolmaqualità del cibo finlandese alcuni anni fa (commento su cui peraltro mi trovo molto d’accordo, qui si mangia malissimo), entrando giustamente nella loro lista nera (in linea di massima non bene un commento da turista ad un vertice europeo). Ma in generale la nostra cultura, la nostra, la nostra lingua e il nostro cibo sono molto apprezzati, essere italians è sempre un punto di forza.

 

Quali sono i tratti tipici, passatempi e gli sport dei finlandesi?

Hockey su tutto, ci sono appena stati i mondiali ad Helsinki e si sono caricati molto, hanno una grossisima rivalità con la Svezia che tra l’altro li ha eliminati in semifinale quest’anno, da quello che ho notato guardando le partite di Champion’s League nei pub sono tendenzialmente filo-catalani e tifano Barcellona. Ho scoperto che gli piace molto un gioco che si chiama “Disc-Golf”, un percorso stile golf con il fresbee.

 

Palazzo Reale Drottningholm - StoccolmaCapitolo cibo: cosa mangi a Rovaniemi e cosa ti piace?

Nella mensa dell’università si mangia decisamente male, sono però stato ad un ristorante tipico e ho assaggiato salmone affumicato e renna, che sono molto buoni (la renna non assomiglia molto al cavallo, ha un sapore più soffice).

Cosa della Finlandia ti sembra migliore rispetto all’Italia e in cosa potrebbero invece prendere esempio da noi?

In Finlandia hanno una capacità incredibile di rendere efficente il settore dei servizi (per dire qui a Rovaniemi è tipo l’85% dell’economia), dovremmo imparare da loro, ma loro sono inferiori in molte altre cose, la cucina, l’arte e la storia, quindi se dovessi scegliere mi tengo l’Italia tutta la vita.

Un detto o motto finlandese (possibilmente scritto in finlandese) e uno in dialetto sassolese, grazie…

Il finlandese mi urta così tanto che ho imparato a dire solo “Kiitos”, cioè grazie, anche perchè principalmente parlo in inglese. Non lo so il dialetto! Conosco però “A Sasòl l’è seimper festa” e mi sembra adatto, ho visto quanta gente è scesa in piazza per festeggiare la promozione, considerato che a quelli a cui l’ho chiesto nessuno conosceva Sassuolo magari adesso riusciamo ad esportarci meglio!



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OSCAR 2013: i vincitori.

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Al Dolby Theatre di Los Angeles è andata in scena l’85a edizione degli Academy Awards. Quest’anno si è vista una grande qualità tra concorrenti in campo, nonostante la strana assenza di Ben Affleck (Argo) come candidato a Miglior Regista. Le premesse della serata erano interessanti: Argo aveva conquistato il Golden Globe come Miglior Film Drammatico, ma negli ultimi ottant’anni solo “A spasso con Daisy” aveva vinto un Oscar come Miglior Film senza la nomination per il regista; Joaquin Phoenix, candidato come Miglior Attore Protagonista, era riuscito ad inimicarsi l’Academy giusto prima delle nominations, uscendosene con una frase sul fatto che “l’Oscar è la cosa più sciocca di questo mondo”. Inoltre il genio Steven Spielberg andava a caccia del suo terzo Oscar, mentre Daniel Day Lewis era dato già vincente per la statuetta di Miglior Attore nonostante il tabù secondo cui nessun attore in un film di Spielberg avesse mai ricevuto quel premio. Indubbiamente i film in gara hanno dimostrato l’altissimo livello dell’industria cinematografica nell’arco del 2012: tra le sorprese Beasts of the Southern Wild, piccola gemma registica di Benh Zeitlin che ha generato la più giovane candidata a Migliore Attrice protagonista della storia degli Oscar (Quevenzhané Wallis, 9 anni) e Silver Linings Playbook (il Lato positivo) che ha visto la consacrazione di Jennifer Lawrence,  contesa fino all’ultimo dalla bravissima Jessica Chastain, ed ha avuto 4 attori candidati (prima volta in più di trent’anni di Oscar). Anche Tarantino è riuscito a lasciare in segno quest’anno vincendo la Miglior Sceneggiatura Originale per Django che ha anche fruttato l’Oscar come Miglior Attore Non Protagonista all’istrionico austriaco Christoph Waltz, reso celebre proprio da Quentin come il Colonello Landa di Bastardi Senza Gloria (premio Oscar Miglior Attore Non Protagonista 2010), evidentemente il sodalizio creativo tra i due artisti dovrà continuare anche in futuro. Esce sconfitto De Niro, senza grandi pretese a dire la verità, che manca l’ingresso nell’Olimpo degli attori con 3 Oscar sulla mensola del salotto, il ragazzo (70 anni ad Agosto) avrà tempo per rifarsi. La vittoria di Argo come Miglior film ha quindi sovvertito il pronostico della vigilia, che vedeva Ben Affleck penalizzato e Spielberg pronto ad una facile incetta, cosa che non è avvenuta dal momento in cui il premio per la Miglior Regia è finito ad Ang Lee per il suo poetico Vita di Pi: vero colpo di scena della serata. Lo strombazzatissimo Lincoln ha quindi dovuto arrendersi a soli 2 Oscar su 12 nominations e ovviamente a non tradire le attese è stato Daniel Day Lewis, un attore ormai leggendario, che si porta a casa il soprammobile dorato per la terza volta. Vita di Pi è riuscita ad ottenere 4 Oscar su 11 nominations, risultando il mattatore della serata ed oltre ad alcun premi tecnici ha ottenuto l’Oscar per la Miglior Colonna Sonora, mentre nientepocodimenoche Adele ha vinto il premio come Miglior Canzone per Skyfall. Subito dietro con 3 Oscar su, rispettivamente, 8 e 7 nominations, finiscono Les Miserables e Argo che oltre al Miglior Fim si porta a casa pure Miglior Sceneggiatura Non Originale. Per quanto riguarda le attrici Jennifer Lawrence lascia a becco asciutto l’ottima Jessica Chastain (già nominata e battuta nel 2012), imprimendo un’accelerazione notevole alla sua carriera di 22enne rampante, mentre Anne Hathaway si consacra Miglior Attrice Non Protagonista a 31 anni per Les Miserables dopo essersi rasata a zero durante le riprese. In conclusione si può dire che il vero sconfitto della serata sia Steven Spielberg, colpevole di essere stato troppo Steven Spielberg, cosa che in tempi recenti non è più così tanto apprezzata dall’Academy e che rende gli Oscar sempre più interessanti ed imprevedibili.

Nessuna sorpresa per il miglio film straniero andato ad Amour di Michael Haneke.

Da segnalare la vittoria nella sezione dei corti di Curfew di Shawn Christensen recente vincintore anche del Gran Premio della Giuria e del premio del Pubblico all’Ozu Film Festival di Sassuolo ed intervistato da Concretamente Sassuolo la scorsa settimana (leggi qui)

 

Filippo Costa

 

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Zero Dark Thirty - locandina italia

Zero Dark Thirty – di Kathryn Bigelow (2012)

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When you lie to me i hurt you” (quando menti ti ferisco)

 

Kathryn Bigelow torna a parlarci di guerra dopo “The Hurt Locker” facendo luce sulla spietata battaglia tra l’intelligence americana ed Al-Qaeda consumatasi dall’11 Settembre 2001 sino al 1 Maggio 2011, giorno dell’uccisione di Osama Bin Laden. Il film si apre con una sequenza di tortura molto significativa, nella quale la regista riesce a dosare la denuncia di un periodo buio della storia americana per mantenere la cifra emotiva del film sullo stesso binario di realismo che avevamo già apprezzato in “The Hurt Locker”. La protagonista della vicenda è Maya, un personaggio fittizio che la Bigelow inserisce in una storia vera, a tratti al limite del documentario, ma che non riesce ad entusiasmare restando distante emotivamente dal pubblico. Ciò che di più avvincente possiamo trovare nell’interpretazione di Jessica Chastain (candidata peraltro al premio Oscar) è l’ossessione nella ricerca del capo di Al-Qaeda, una parabola umana che si conclude nella scena finale nella quale viene a mancare questo sentimento causando la deflagrazione emotiva della protagonista. Uno dei motivi per cui vale la pena vedere questo film anche se non si è appassionati di giornalismo o politica estera è la sequenza di cattura di Bin Laden: in cui possiamo apprezzare un vertice notevole di tensione e una cura ammirevole dei dettagli tecnici totalmente privi di quel carattere patriottistico di cui alcuni film d’oltreoceano faticano ancora a liberarsi, probabilmente la forza di questa pellicola è proprio la sua totale assenza di retorica e l’aderenza alla realtà dei fatti (trailer).

“America doesn’t torture, and i’ll make sure that we don’t torture” (Gli Usa non torturano e mi assicurerò che questo non avvenga)
I più appassionati di storia recente e di politica americana potranno inoltre apprezzare in “Zero Dark Thirty” il differente approccio dialettico degli Stati Uniti nell’arco di questo primo decennio del secolo nei confronti del terrorismo, il film allude chiaramente alla reazione spietata degli Usa dopo l’11 Settembre, ma grazie alla chiara scansione dell’incedere del tempo rende palesi i differenti approcci tra le due amministrazioni succedutesi e il cambio di coscienza collettiva all’interno dell’intelligence, alcuni temi ricorrenti nei fitti dialoghi tra i personaggi sono proprio grandi temi di discussione nel dibattito pubblico sulla lotta al terrorismo, quindi anche non conoscendo bene la storia qualcosa di già sentito si presenta alle orecchie dello spettatore. Infine è interessante notare come il finale di questo film sia legato in qualche modo a quello di “The Hurt Locker” e di come l’ossessione sia un filo conduttore dei personaggi ben interpretati da Jeremy Renner e Jessica Chastain, (Migliore attrice in un film drammatico al Golden Globe 2013) anche se la Bigelow fa un salto in avanti rispetto alle conclusioni tratte nel suo scorso film, compiendo il destino della protagonista e lasciandola in una situazione di sospensione che interroga lo spettatore e forse riflette la situazione di sospensione dell’America che deve ripensare ai propri obbiettivi dopo aver eliminato la propria ossessione Bin Laden.

 

Filippo Costa

 

©2013 Concretamente Sassuolo

 

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Un corto di 10 secondi? YES WE TEN

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Per il secondo anno consecutivo è andato in scena al Centro Giovani Carburo di Scandiano il concorso Yes We Ten contenuto nell‘Ozu Film Festival. L’idea nasce nel 2011 dalle menti di Mirco Marmiroli e  Francesco Botti, che trovano in Giulia Iotti (assessore alla cultura del Comune di Scandiano) una sponda istituzionale e nell’Ozu Film Festival il contesto ideale per portare avanti il concorso. La competizione si spalma in due categorie: una a tema libero, l’altra con a tema il lavoro (nel 2011 il tema scelto furono i 150 anni dell’Unità d’Italia), mettendo in gara 20 corti preselezionati nella prima categoria e 3 ulteriori corti nella seconda, della durata di dieci secondi l’uno. La Giuria del 2012, costituita da Luca Lumaca, Corrado Ravazzini e Andrea Calderone, ha votato i corti in gara e assegnato tre menzioni, rispettivamente per tecnica, idea e “l’avrei voluta fare io”: la prima menzione è stata attribuita a Tonsurephobia, la seconda a The death of Edgar Allan Poe e la terza a The End. La categoria riguardante il tema del lavoro è stata vinta dal corto Chi cerca… non trova, di Liberto Savoca e Francesca Rizzato, mentre nella categoria generale ha primeggiato Ovunque trasmettimi, Produzione Madebù/Abacàda Nonostante le difficoltà logistiche e organizzative, lo spettacolo ha avuto una partecipazione degna di nota da parte del pubblico, che non ha potuto che gradire la qualità della competizione.

 

Filippo Costa e Tullio Saldaneri

 

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Il cavaliere oscuro – Il ritorno, di Christopher Nolan (2012)

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Christopher Nolan sale nuovamente in cattedra regalandoci un solido, avvincente e convincente film destinato al grande pubblico. Il regista quarantaduenne, tra una esplosione e una scena d’azione degni dei migliori Blockbuster d’autore, non si limita ad affrontare superficialmente l’aspetto del contenuto, ma lascia allo spettatore alcuni spunti di riflessione e una trama fitta  mantenendo fede al suo mantra: “Di tutte le cose, la priorità è la storia” . Infatti mentre si scazzotta con Bane il Cavaliere Oscuro s’interroga: sull’eroismo, sulla giustizia, sull’ordine sociale e sull’amore come ragione di vita; affiancato e consigliato da personaggi di grande caratura morale come il maggiordomo Alfred (un Michael Caine perfettamente a suo agio) e l’amico Lucius (Morgan Freeman che si conferma uno dei migliori attori non protagonisti della storia del cinema) Bruce Wayne è costretto ad affrontare i fantasmi del passato e le insidie del presente. Un consiglio appassionato, se volete guardare questo film ripassate o guardate, se non li avete ancora scoperti,  i primi due capitoli della saga: Batman Begins (2005) e The Dark Knight (2008); anteporre la loro visione a quella dell’ultima parte della trilogia renderà molto più gustoso questo film. La trama si sviluppa 8 anni dopo la grande menzogna riguardo la morte di Harvey Dent, su cui Jim Gordon e Batman avevano posto le basi per la sicurezza di Gotham. Bruce Wayne è diventato un eremita e il Commissario Gordon continua a mettere a frutto il  restrittivo Decreto Dent grazie al quale Gotham vive in pace senza più bisogno di un vigilante mascherato. Uno dei temi portanti nel film è proprio la speranza di poter essere eroi nel proprio piccolo che Batman vuole suscitare in tutti gli abitanti di Gotham, indipendentemente dalle limitate possibilità che essi hanno; inizialmente il defunto procuratore Harvey Dent simboleggia questa speranza, ma ben presto questo fragile equilibrio verrà spezzato dal villain Bane (trailer). Indubbiamente la pellicola risente dell’assenza del carisma di Joker che aveva sostanzialmente retto la struttura del film precedente, ma i nuovi personaggi che vengono inseriti bilanciano e allacciano la trama rendendola allo stesso tempo appassionante. Ben presto un enorme minaccia costringe Batman a rimettersi in gioco affiancato dall’ambiguo ma riuscito personaggio di Catwoman, interpretata da Anne Hathaway, ladra provetta costantemente in bilico tra bene e male. Il film inoltre strizza (involontariamente?) l’occhio all’attualità e Gotham diventa specchio del 2012 tra crisi finanziaria e violente forze populiste pronte a mettere in crisi le istituzioni e l’ordine costituito, ma sarebbe limitante sforzarsi di cercare una qualsivoglia forma di critica alla società in un film del genere, che riesce ad amalgamare la cultura pop di un fumetto con un’alta cifra stilistica colpendo lo spettatore sia visivamente  che emotivamente. Batman è indubbiamente il supereroe più cinematografico che esiste, sia per l’ambientazione dark offertagli da Gotham, sia per il fatto di essere il personaggio da fumetto più vicino a canoni realistici, ma i pastrocchi kitsch girati da Joel Schumacher e Tim Burton avevano destrutturato una eroe che trova la forza  di servire la giustizia nella rabbia e nella sete di vendetta, fattori parzialmente assenti nei precedenti film su Batman e che emergono fortemente nella trilogia di Nolan, affiancati in questo film da un desiderio di normalità e quiete che riaffiora raschiato dall’amico/maggiordomo Alfred. Insomma ci sono un sacco di motivi per guardare questo film, tra cui anche la conferma ad alti livelli per Christian Bale e alcune scene notevoli (dopo averlo visto non andrete più allo stadio come prima).

Filippo Costa
@capellafro

 

detachment - locandina

Detachment – Il distacco di Tony Kaye (2012)

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Detachment è un film di forte impatto emotivo che si presta a diversi piani di lettura. La vicenda narrata è quella del supplente Adrien Brody e del suo nuovo impiego come professore di letteratura in una degradata scuola dei sobborghi di New York. La nuova sfida professionale e il duro rapporto con la nuova realtà scolastica si intrecciano con la vicenda personale del supplente che nel frattempo da asilo ad una giovane prostituta sbandata e usa parte del suo tempo al capezzale del nonno morente. Nel lavoro e nei rapporti affettivi affiora tutta la disarmante umanità di quest’uomo, che racchiude contemporaneamente in sé  disillusione e malinconia, fermezza ed etica. Ciò è evidente nel tipo di approccio educativo che utilizza a scuola, rifiutando il ruolo dell’autorità imposta e lasciando piena libertà ai suoi studenti di seguirlo o andarsene, di lasciarsi o meno attrarre dal suo carisma e dal suo sguardo vivo e attento nei loro confronti, metodo esemplificato dalla lezione in classe sul modo in cui il potere influisce sulla visione del mondo dei giovani, una delle scene più importanti del film, in cui è contenuto il testamento intelletuale che il professore (leggasi il regista) lascia agli spettatori, tra una citazione di 1984 e la demonizzazione del marketing (forse una concezione del sistema un po’ esasperata, ma comunque interessante e che mette in guardia dall’omologazione). Allo stesso tempo però il Professore si difende dalla realtà che lo circonda mantenendo le distanze sia dal  rapporto con gli studenti sia dalla prostituta che ha salvato dalla strada, almeno inizialmente. Emblematica in questo senso è la frase di Albert Camus che compare all’inizio del film: “Non mi sono mai sentito allo stesso tempo cosí distaccato da me stesso e così presente nella realtà”. Il Professore vive infatti questa strana ambiguità, rifiutando da un lato di implicarsi fino in fondo nei rapporti, ma mostrandosi d’altro canto consistente e affascinante nel lavoro e nella quotidianità della propria vita. Il film spiegherà in parte e successivamente questo distacco, questa profonda malinconia insita nell’animo del Professore. La pellicola è un inno al ruolo dell’insegnante, infatti comprimari di altissimo livello come James Caan e Lucy Liu nobilitano questa figura, sottolineando la complessità e l’importanza dell’educazione. Man mano che la vicenda si sviluppa saranno svelate le ragioni che spingono il Professore a questo continuo distacco e allo stesso tempo la cruda realtà dell’istituto scolastico lo costringerà a coinvolgersi sempre di più nella sua missione educativa, noncurante delle circostanze avverse (meravigliosamente esemplificate nella metafora del mercato immobiliare che rappresenta una delle scene più disarmanti del film) e dell’esito non sempre positivo, perchè la vera missione educativa non consiste nel blandire lo slogan molto americano per cui un insegnante può davvero “fare la differenza” (trailer). Oltre all’aspetto educativo, la bellezza del film risiede nella delicatezza con cui il regista affronta la vicenda privata dei Professore e con cui dipinge la sua umanità nei confronti del nonno e della giovane prostituta. Insomma Detachment è uno dei migliori film drammatici degli utlimi tempi e deve essere rivisto più di una volta per essere compreso in tutte le sue sfaccettature, considerando anche l’interpretazione di Adrien Brody, la migliore dai tempi de “Il Pianista”, in un ruolo cucito su misura. I pochi difetti del film vanno rintracciati nel mancato approfondimento del rapporto fra il protagonista e la collega preferita e forse nell’esasperazione con cui il regista tende a rappresentare una generazione di giovani senza speranza, che è azzeccata nell’economia del film, ma che riduce in senso assoluto la spinta ideale che è innegabilmente presente anche nel ciclo di adolescenti figli della crisi economica.
Voto 4/5

 

Filippo Costa

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