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FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE – LE POESIE (Einaudi, 2000 – 2008).
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Questo libro raccoglie le poesie che Nietzsche (1844-1900) pubblicò nei suoi volumi da “Umano, troppo umano” (1878) ai “Ditirambi di Dioniso” (1888): tradotti dalla critica e poetessa Anna Maria Carpi, già traduttrice di “Così parlò Zarathustra”, integra e completa il non-sistema dello scrittore tedesco.
Qui stavo, in lunga attesa – ma del nulla,
di là del bene, di là del male, ora
della luce gioendo ora dell’ombra, e tutto gioco,
tutto lago e meriggio, tutto tempo, senza una meta.
E a un tratto, o amica, l’uno si fece due –
- e Zarathustra mi è passato accanto…”
Il mondo non è stato creato: non ha inizio e non ha fine, non ha scopo, non è razionale. Niente è razionale, tutto è disordine: da qui parte Nietzsche, il filosofo, il poeta dell’aforisma. Il distruttore ha i suoi dogmi, quelli intuisce, dopo crea. E lo fa con stile: scrive bene, è un profeta: lirico, violento, si prende in giro: sa prendere in giro. Come tutti, come ognuno, vuole la felicità: una felicità scettica, personale, che vuole essere inseguita, imitata nella sua purezza: ha bisogno di amici, “Lo inquietava la sua beatitudine”. Ma più in alto, dove sono le stelle: felicità senza meta, conseguenza del vivere “un eterno / tutto uguale, un abisso [che] s’è aperto, / senza limiti”. La conoscenza dell’irrazionalità profonda del mondo, il punto da cui parte e a cui arriva, ora incurante, ora orgoglioso del buio nell’abisso: ovunque, fuori e dentro sé stesso.
Questo librino Einaudi raccoglie i versi del Nietzsche che ha già distrutto la morale, tutta la morale in tutte le sue forme: il Nietzsche che adesso si chiede cosa fare, come comportarsi ora senza la Ragione, quali cieli e sentieri scalare.
Non mancano poesie d’amore, canti di un capraio che aspetta invano la bella (“Me lo promise segnandosi! / Come poteva mentire? / O corre dietro a ognuno / come le capre?”) e canti per Zarathustra, colui che danza sul “ghiaccio liscio”, Nietzsche: il profeta che seduce sé stesso rannicchiato, che “ha occhi d’aquila fissi in lontananza” e “vede stelle, stelle”. Nietzsche che non pretende la verità, contradditorio e ambiguo, è il giullare e poeta che distrugge col riso, “un animale, astuto, rapace, strisciante, / che deve mentire”: l’aquila che punta tutta presa la sua preda: “sbranare il dio nell’uomo / come la pecora nell’uomo”. E farlo ridendo: beatitudine bandita “da ogni verità”.
Che rimane dopo questa distruzione? “Tienti forte, mio cuore coraggioso! / Non chiedere: perché?”: è l’Uomo che rimane, l’uomo-creatore in un mare di uomini-gregge. Ora c’è da vivere l’eterna vitalità, farlo senza scopo perché non c’è scopo: predicare “vicino al deserto e dal deserto / già tanto lontano, / ma in nulla ancora desertificato”. Una vitalità profonda, dionisiaca e irrazionale, disposta ad accettare tutto “il suo male”: perché “è fondo il mondo, / e più di quanto il giorno non credesse”.
Che rimane dopo questa distruzione? L’Uomo si è detto, ma non da solo: c’è la sua solitudine profonda, la sua domanda: vanno insieme fino a fondersi, attaccati: “Ora – / fra due nulla / incastrato, / un punto di domanda, / uno stanco enigma”. Nietzsche non soffre soltanto la mancanza di amici, la mancanza di seguaci nel suo posto che pare a volte un Orto degli Ulivi (“Troppo in fretta percorsi il mio cammino?”).
È il creatore che arriva a confessarsi in uno degli ultimi ditirambi: è l’abete sulla vetta, sul precipizio, che ha buttato “radici dove / persino la roccia si affaccia / con un brivido”: prima cacciatore di Dio, d’ogni ombra metafisica nel cuore, “così orgoglioso”, adesso inseguito da sé stesso, sua “propria preda, / penetrato” in sé stesso. Malato inguaribile della sua stessa solitudine di dio-profeta-creatore: “Tu che cercavi il carico più grande / e trovasti te stesso – / tu non ti scrolli di dosso…”.
Però continua Nietzsche la sua lode, l’amore per l’attimo eterno senza fine, creatore di proprie verità “da titubanti occhi, / da brividi di velluto”: il suo Zarathustra, il suo stato di eterna creazione nell’oasi lontana che ha trovato: né passato né futuro, “Viva, viva la balena / che offrì un così comodo alloggio / al suo ospite – voi capite / la mia dotta allusione?…”
Un ringraziamento al professor Paolo Vincieri dell’Università di Bologna
Giorgio Casali
