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Che “cosa” è la verità? Umberto Curi al Festival della filosofia 2012.
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Se c’è un tema che contraddistingue la filosofia è il tentativo di definire la verità, affratellato alla ricerca della felicità. In un festival dedicato alle cose, Umberto Curi, insegnante di filosofia presso l’Università di Padova e l’Università Vita – Salute San Raffaele di Milano, ha cercato di delineare che forma abbia questa cosa detta verità. Stabilendo in partenza che per Nietzsche la verità non è per nulla una cosa.
Già in un saggio del 1873, Verità e menzogna in senso extra-morale, la definiva infatti come un esercito di metafore, relazioni umane abbellite retoricamente che s’insediano nelle abitudini dell’uomo fino ad apparire vincolanti. Verità come illusione e interpretazione; concezione ribadita in un frammento niciano più maturo (1887-88) dove la verità ha natura di processo, un divenire e non un oggetto; inoltre, non è una realtà preesistente da scoprire quanto una creazione attiva da parte della volontà del soggetto: non un atto teoretico ma una pratica di trasformazione.
Da qui parte la domanda che alimenta l’intervento dell’autore di Meglio non essere nati: questa concezione è davvero rivoluzionaria
o già prima di Nietzsche esisteva? Per rispondere Curi si muove tra Gerusalemme e Atene, tra la matrice giudaico – cristiana e quella greca del nostro sapere.
Partendo dal versetto del Vangelo di Giovanni dove Pilato pone la domanda che intitola il suo intervento, Curi sottolinea come l’assenza di una risposta (legata a uno scarto narrativo del testo) sia in realtà preceduta, alcuni capitoli prima, da una definizione di verità data da Gesù stesso all’apostolo Tommaso: “Io sono la via, la verità e la vita”. Tale frase individua la verità non come cosa o ragionamento, ma persona, attribuendole lo stesso carattere della vita (dinamismo) e della strada (percorso). Inoltre, così come non rispose ai sommi sacerdoti Anna e Caifa, Gesù era attento all’interlocutore che aveva davanti: in base all’identità e soprattutto alla natura della domanda, la risposta alla stessa questione cambia. Pilato è, oltre che un romano, un giudice: il trionfo di una visione legalista che identifica la verità con la realtà; inoltre la sua domanda presuppone che si stia parlando di un quid, di una cosa. Singolare è quindi notare come il passo fondativo della tradizione successiva, la prima comparsa nel Cristianesimo della parola Verità, sia una risposta a una domanda, non un’affermazione.
Per la Grecia, Curi mette in campo il più noto mito sul conoscere, la caverna di Platone, evidenziandone aspetti meno noti o ridefinendo i passi malintesi.
Per Platone, la condizione di ignoranza è associata alla schiavitù e alla malattia; non un percorso contemplativo, ma un guarire concreto, un legame inscindibile tra verità e libertà. L’uomo guarito viene sciolto, costretto a guardare la luce fuori dalla caverna. Non si scioglie da solo. Ma la liberazione non finisce con l’uscita dal buio; per completare il percorso, l’uomo deve rientrare nella caverna a ritroso fino a liberare gli altri schiavi, a costo di inciampare, essere deriso e perfino ucciso. Una vera e propria lotta, un dovere dettato non tanto da generosità quanto dal completare la verità stessa. Anche per Heidegger la ridiscesa in questo mito non è un divertimento aggiuntivo, ma il compimento della libertà: poiché si è liberi solo diventando liberatori attivi. Ecco quindi che anche nella radice greca della nostra filosofia, come in quella cristiana, la verità è un processo dinamico e continuo, non una cosa da consumare in stato di quiete: un indagine infinita che non può non coinvolgere gli altri.
Stefano Serri
©2012 Concretamente Sassuolo
FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE – LE POESIE (Einaudi, 2000 – 2008).
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Questo libro raccoglie le poesie che Nietzsche (1844-1900) pubblicò nei suoi volumi da “Umano, troppo umano” (1878) ai “Ditirambi di Dioniso” (1888): tradotti dalla critica e poetessa Anna Maria Carpi, già traduttrice di “Così parlò Zarathustra”, integra e completa il non-sistema dello scrittore tedesco.
Qui stavo, in lunga attesa – ma del nulla,
di là del bene, di là del male, ora
della luce gioendo ora dell’ombra, e tutto gioco,
tutto lago e meriggio, tutto tempo, senza una meta.
E a un tratto, o amica, l’uno si fece due –
- e Zarathustra mi è passato accanto…”
Il mondo non è stato creato: non ha inizio e non ha fine, non ha scopo, non è razionale. Niente è razionale, tutto è disordine: da qui parte Nietzsche, il filosofo, il poeta dell’aforisma. Il distruttore ha i suoi dogmi, quelli intuisce, dopo crea. E lo fa con stile: scrive bene, è un profeta: lirico, violento, si prende in giro: sa prendere in giro. Come tutti, come ognuno, vuole la felicità: una felicità scettica, personale, che vuole essere inseguita, imitata nella sua purezza: ha bisogno di amici, “Lo inquietava la sua beatitudine”. Ma più in alto, dove sono le stelle: felicità senza meta, conseguenza del vivere “un eterno / tutto uguale, un abisso [che] s’è aperto, / senza limiti”. La conoscenza dell’irrazionalità profonda del mondo, il punto da cui parte e a cui arriva, ora incurante, ora orgoglioso del buio nell’abisso: ovunque, fuori e dentro sé stesso.
Questo librino Einaudi raccoglie i versi del Nietzsche che ha già distrutto la morale, tutta la morale in tutte le sue forme: il Nietzsche che adesso si chiede cosa fare, come comportarsi ora senza la Ragione, quali cieli e sentieri scalare.
Non mancano poesie d’amore, canti di un capraio che aspetta invano la bella (“Me lo promise segnandosi! / Come poteva mentire? / O corre dietro a ognuno / come le capre?”) e canti per Zarathustra, colui che danza sul “ghiaccio liscio”, Nietzsche: il profeta che seduce sé stesso rannicchiato, che “ha occhi d’aquila fissi in lontananza” e “vede stelle, stelle”. Nietzsche che non pretende la verità, contradditorio e ambiguo, è il giullare e poeta che distrugge col riso, “un animale, astuto, rapace, strisciante, / che deve mentire”: l’aquila che punta tutta presa la sua preda: “sbranare il dio nell’uomo / come la pecora nell’uomo”. E farlo ridendo: beatitudine bandita “da ogni verità”.
Che rimane dopo questa distruzione? “Tienti forte, mio cuore coraggioso! / Non chiedere: perché?”: è l’Uomo che rimane, l’uomo-creatore in un mare di uomini-gregge. Ora c’è da vivere l’eterna vitalità, farlo senza scopo perché non c’è scopo: predicare “vicino al deserto e dal deserto / già tanto lontano, / ma in nulla ancora desertificato”. Una vitalità profonda, dionisiaca e irrazionale, disposta ad accettare tutto “il suo male”: perché “è fondo il mondo, / e più di quanto il giorno non credesse”.
Che rimane dopo questa distruzione? L’Uomo si è detto, ma non da solo: c’è la sua solitudine profonda, la sua domanda: vanno insieme fino a fondersi, attaccati: “Ora – / fra due nulla / incastrato, / un punto di domanda, / uno stanco enigma”. Nietzsche non soffre soltanto la mancanza di amici, la mancanza di seguaci nel suo posto che pare a volte un Orto degli Ulivi (“Troppo in fretta percorsi il mio cammino?”).
È il creatore che arriva a confessarsi in uno degli ultimi ditirambi: è l’abete sulla vetta, sul precipizio, che ha buttato “radici dove / persino la roccia si affaccia / con un brivido”: prima cacciatore di Dio, d’ogni ombra metafisica nel cuore, “così orgoglioso”, adesso inseguito da sé stesso, sua “propria preda, / penetrato” in sé stesso. Malato inguaribile della sua stessa solitudine di dio-profeta-creatore: “Tu che cercavi il carico più grande / e trovasti te stesso – / tu non ti scrolli di dosso…”.
Però continua Nietzsche la sua lode, l’amore per l’attimo eterno senza fine, creatore di proprie verità “da titubanti occhi, / da brividi di velluto”: il suo Zarathustra, il suo stato di eterna creazione nell’oasi lontana che ha trovato: né passato né futuro, “Viva, viva la balena / che offrì un così comodo alloggio / al suo ospite – voi capite / la mia dotta allusione?…”
Un ringraziamento al professor Paolo Vincieri dell’Università di Bologna
Giorgio Casali
