Articoli con tag Giorgio Casali

Il libro delle Laudi

PATRIZIA VALDUGA – IL LIBRO DELLE LAUDI (Einaudi, 2012).

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“Quante scemenze ho scritto nei miei versi
sulla notte, sul sesso e sull’amore.

 

E ho fallito persino il mio dolore
spacciando tanta angoscia per amore.”
 
 
 
 

Patrizia, mi penso, è tutta uguale. Quelle quartine, le rime classiche in fondo alle undici sillabe, solite e puntuali, facili, aspettate. È quello che dico dopo le prime battute, dopo che “vita” fa rima con “vita”, “pietà” con “pietà”, “migliore” con “Signore”. Molto ritorna, poi sono certo di non leggere un doppione.Tra ciò che torna, facile, è la morte: quella che si incarna dentro un nome, che prende forma, un cognome: non solo quindi “struttura della mente”. Sicuro quindi un ritorno al Requiem, scritto da Patrizia dal Novantuno e completato (forse) undici anni dopo. Leggo, l’agonia e la morte sembrano via di conoscenza: maturazione personale che continua, non spira, non finisce. È come rinascere (“E padre e madre in me si ricongiungono, / mi rimettono al mondo e alla mia storia”), recuperare “tutto il tempo perduto / un anno all’ora, un secolo al secondo”; guarire per poter ricominciare: “e la luce si fa sempre più chiara”, diventa saggezza, quasi-assoluzione: “Assolta… sì… ma sento ancora angoscia…”.Sono laudi queste o preghiere? Come in Requiem Patrizia scrive la distanza (poca) tra la morte così vicina e il suo sempre “vivere morentemente”. “Sono preghiere, sono litanie” per il suo amore, o cantate fiduciose verso Dio: vogliono il miracolo, hanno il punto esclamativo, sono immuni dall’orgoglio di chiedere: “Signore, niente piaghe per pietà”, “Dì la parola e lui sarà guarito”.Sono preghiere: qualcosa di enorme è cambiato: l’amore della coppia, con essa il poeta (“Tutti questi anni, ci ho messo, Giovanni, / per non mancarti una volta di nuovo”). Patrizia però non scrive un monologo, da soli non si cambia, il gioco è a due: “Hai raddrizzato questo cuore storpio / restando muto,  immobile e lontano. / Adesso sì che so che cosa è amare, / passero caro, immobile e lontano.”La morte e l’amore, guardarsi dentro e la preghiera, cardini motivi della “poetessa erotica”, qui si stringono e si fondono ancora più che nel passato: insieme si fanno struttura: “Capisci, vero?, quello che ho capito… / e ci ho messo cinquantacinque anni…”

 

Giorgio Casali

 

Lo spleen di parigi

CHARLES BAUDELAIRE – LO SPLEEN DI PARIGI Mondadori, 1992 -2009. Traduzione di Giuseppe Montesano

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“[…] sempre!, di giorno o di notte, nell’abisso dei suoi occhi adorabili, io vedo distintamente l’ora, sempre la stessa!, un’ora sconfinata, solenne, grandiosa come lo spazio, non più smembrata in minuti, non in secondi – un’ora immobile, che non è segnata dagli orologi, lieve come un sospiro, veloce come un guizzo di palpebre.”

 

 

Baudelaire si trascina a terra come un fantasma, un vivo che cammina il lungofiume di Parigi, poi gira i posti di ubriachi, giocatori e sgualdrine, spiando con gli occhi gli sguardi dell’Eterno. È un Infinito bugiardo, un Ideale che stenta nei processi della decomposizione: ora possente, ma sempre fugace.

I piccoli poemi parigini abbracciano e completano i Fiori del male: sconfinando nella prosa, terrore di molti poeti, prendono la forma di ritratti, ritratti mondani, e di parabole. Non è cattivo Baudelaire, non è immorale nel senso cattolico del termine: lo farei leggere anche dopo il catechismo, o prima di entrare nel confessionale, come compendio o esame di coscienza. Una coscienza che si aggira nei viottoli cittadini smascherando i miti moderni, democrazia uguaglianza profitto e umanità: il mendicante del penultimo poema è picchiato “con l’energia ostinata dei cucinieri che vogliono intenerire una bistecca”, è preso a calci sul dorso mentre rantola per terra: solo quando “il decrepito malandrino” si alza orgoglioso per colpirlo, Baudelaire lo riconosce suo pari e divide con lui la sua ricchezza. Non può informarsi di amore un mondo dove il divino non ha da camminare: può lasciare qualche spazio all’elemosina, cattiva e ipocrita, che non è carità: l’uomo cosciente, che ha capito il trucco, deve ribellarsi. A costo di finire come il vecchio saltimbanco che durante la festa “non piangeva, non ballava, non smorfiava, non dava voce” ma “muto, e immobile” aveva rinunciato. (continua…)

Il peso della farfalla

ERRI DE LUCA – IL PESO DELLA FARFALLA (Feltrinelli, 2009)

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“Quel giorno di novembre l’uomo sapeva di rasentare il termine. Poteva essere l’ultima volta dietro al branco, oppure la penultima. L’uomo non sopporta la fine, dopo averla saputa si distrae, spera di avere sbagliato previsione.”

 

De Luca ci ha abituato ad uscire ogni quattro mesi con un nuovo libro. E sono libretti veloci, agili nonostante le impennate poetiche, a volte forzate. Capita di trovare un suo libro al mercato dell’usato: costa due euro, lo prendi. Non pesa troppo la bianca farfalla sui tuoi conti: la scopri di sera, la vasca da bagno va bene: ora che è febbraio e c’è la neve. Anche nel libro c’è la neve, ma poca, in alta quota: montagna e novembre.

Sempre hai temuto l’altezza, il vuoto: i suoi precipizi. Non così i due re del libro, i due re dei camosci: camoscio e cacciatore. Sono vecchi, il tempo è fuggito, hanno per buona ancora una stagione: l’ultimo spazio per decidere chi vince. Ci sarà sangue, ma sono leali: s’accartocceranno entrambi, l’uno sull’altro: bisognerà spezzarli con l’accetta: l’uno dall’altro.

Il cacciatore usa l’alpinismo per vivere, non per giocare. Rispetta il mondo, impara dagli errori: sa di essere piccolo sul vuoto, è un ospite: “La sua vita a spasso di stagioni era andata col mondo. Se l’era guadagnata molte volte, ma non era roba sua. Era da restituire, sgualcita dopo averla usata”. Non è certo che ci sia un padrone, ma ringrazia ogni sera il cacciatore.

È solitario e vecchio l’uomo, teme le regole del paese, il suo chiacchiericcio: per questo non offre a una donna da bere. Anche il camoscio è solo, è il re del branco: conosce “il tempo in tempo, quando serve saperlo”: sa che un giovane prenderà il suo posto, è arrivata l’ora: chi è la farfalla sul suo corno?

 

Giorgio Casali

Nietzsche poesie

FRIEDRICH WILHELM NIETZSCHE – LE POESIE (Einaudi, 2000 – 2008).

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Questo libro raccoglie le poesie che Nietzsche (1844-1900) pubblicò nei suoi volumi da “Umano, troppo umano” (1878) ai “Ditirambi di Dioniso” (1888): tradotti dalla critica e poetessa Anna Maria Carpi, già traduttrice di “Così parlò Zarathustra”, integra e completa il non-sistema dello scrittore tedesco.

 

 

Qui stavo, in lunga attesa – ma del nulla,
di là del bene, di là del male, ora
della luce gioendo ora dell’ombra, e tutto gioco,
tutto lago e meriggio, tutto tempo, senza una meta.

E a un tratto, o amica, l’uno si fece due –
- e Zarathustra mi è passato accanto…”

 

Il mondo non è stato creato: non ha inizio e non ha fine, non ha scopo, non è razionale. Niente è razionale, tutto è disordine: da qui parte Nietzsche, il filosofo, il poeta dell’aforisma. Il distruttore ha i suoi dogmi, quelli intuisce, dopo crea. E lo fa con stile: scrive bene, è un profeta: lirico, violento, si prende in giro: sa prendere in giro. Come tutti, come ognuno, vuole la felicità: una felicità scettica, personale, che vuole essere inseguita, imitata nella sua purezza: ha bisogno di amici, “Lo inquietava la sua beatitudine”. Ma più in alto, dove sono le stelle: felicità senza meta, conseguenza del vivere “un eterno / tutto uguale, un abisso [che] s’è aperto, / senza limiti”. La conoscenza dell’irrazionalità profonda del mondo, il punto da cui parte e a cui arriva, ora incurante, ora orgoglioso del buio nell’abisso: ovunque, fuori e dentro sé stesso.
Questo librino Einaudi raccoglie i versi del Nietzsche che ha già distrutto la morale, tutta la morale in tutte le sue forme: il Nietzsche che adesso si chiede cosa fare, come comportarsi ora senza la Ragione, quali cieli e sentieri scalare.
Non mancano poesie d’amore, canti di un capraio che aspetta invano la bella (“Me lo promise segnandosi! / Come poteva mentire? / O corre dietro a ognuno / come le capre?”) e canti per Zarathustra, colui che danza sul “ghiaccio liscio”, Nietzsche: il profeta che seduce sé stesso rannicchiato, che “ha occhi d’aquila fissi in lontananza” e “vede stelle, stelle”. Nietzsche che non pretende la verità, contradditorio e ambiguo, è il giullare e poeta che distrugge col riso, “un animale, astuto, rapace, strisciante, / che deve mentire”: l’aquila che punta tutta presa la sua preda: “sbranare il dio nell’uomo / come la pecora nell’uomo”. E farlo ridendo: beatitudine bandita “da ogni verità”.
Che rimane dopo questa distruzione? “Tienti forte, mio cuore coraggioso! / Non chiedere: perché?”: è l’Uomo che rimane, l’uomo-creatore in un mare di uomini-gregge. Ora c’è da vivere l’eterna vitalità, farlo senza scopo perché non c’è scopo: predicare “vicino al deserto e dal deserto / già tanto lontano, / ma in nulla ancora desertificato”. Una vitalità profonda, dionisiaca e irrazionale, disposta ad accettare tutto “il suo male”: perché “è fondo il mondo, / e più di quanto il giorno non credesse”.
Che rimane dopo questa distruzione? L’Uomo si è detto, ma non da solo: c’è la sua solitudine profonda, la sua domanda: vanno insieme fino a fondersi, attaccati: “Ora – / fra due nulla / incastrato, / un punto di domanda, / uno stanco enigma”. Nietzsche non soffre soltanto la mancanza di amici, la mancanza di seguaci nel suo posto che pare a volte un Orto degli Ulivi (“Troppo in fretta percorsi il mio cammino?”).
È il creatore che arriva a confessarsi in uno degli ultimi ditirambi: è l’abete sulla vetta, sul precipizio, che ha buttato “radici dove / persino la roccia si affaccia / con un brivido”: prima cacciatore di Dio, d’ogni ombra metafisica nel cuore, “così orgoglioso”, adesso inseguito da sé stesso, sua “propria preda, / penetrato” in sé stesso. Malato inguaribile della sua stessa solitudine di dio-profeta-creatore: “Tu che cercavi il carico più grande / e trovasti te stesso – / tu non ti scrolli di dosso…”.
Però continua Nietzsche la sua lode, l’amore per l’attimo eterno senza fine, creatore di proprie verità “da titubanti occhi, / da brividi di velluto”: il suo Zarathustra, il suo stato di eterna creazione nell’oasi lontana che ha trovato: né passato né futuro, “Viva, viva la balena / che offrì un così comodo alloggio / al suo ospite – voi capite / la mia dotta allusione?…”

Un ringraziamento al professor Paolo Vincieri dell’Università di Bologna

 

Giorgio Casali

my speaking shoes - holy stuff

MY SPEAKING SHOES – HOLY STUFF (Autoprodotto, 2012)

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“You seem kinda confused
The correct way to go
Cross the lounge
And walk down the entrance hall”

 

Dopo anni di concerti in zona e non in zona, e demo e un piccolo album (Wow introspection!) uscito nel 2009, arriva disponibile e gratuito il primo lavoro-lungo dei sassolesi My Speaking Shoes. Bisogna dirlo: un gruppo che stenta ancora ad  autopresentarsi come “indie rock” sapendo bene che il tempo scorre e l’Inghilterra passa. Lo sappiamo già da un po’, lo sanno anche gli Arctic Monkeys.
Eppure Mushroomhead suona ancora benissimo: è la traccia d’apertura, valchiria di queste scarpe che parlano. Veloce, arrabbiata, indie rock: come quando Miles Kane non suonava da solo, come quando a Sheffield Kate Jackson cantava nei Long Blondes. La voce è femmina, è potente è arrabbiata in questo Holy Stuff: ha la grazia di seguire i cambi veloci della chitarra, tutti quegli arpeggi che ora ci sono ora non ci sono ora riffeggiano e si fermano di colpo poi riprendono: Bubble.
Un piglio punk si sente, di questo non bisogna vergognarsi: l’inizio di Flies ci riporta all’inizio di Babylon’s burning dei Ruts, 1979: chitarra e basso ondeggiati, sempre presenti, sanno suonare: scimmie artiche nella parte strumentale.
Si diceva quanto “indie rock” possa essere scomodissima espressione al giorno d’oggi: meno problematico parlare di rock anche per Holy Stuff. Rispetto a Wow Introspection! il suono è più duro e levigato, rock certo. Ma il rock è morto?
È una cosa che bisogna dire, fa piacere ritrovarsi in disco pezzi che già s’erano sentiti dal vivo: perché My Speaking Shoes sul palco sono bravi, bravissimi, ordinati: già lo scassaballe di turno non poteva dire “sì ma bisogna sentirli suonare”, ora lo scassaballe di turno, sempre lui, viceversa, dovrà mandar giù un’ottima prova anche studio: i momenti Audioslave di Real  stanno bene combinati con le psichedelie di metà canzone, batteria precisa e grida lontane. Audioslave o Soundgarden che ritornano in fondo, nel brano Late, come se arrivasse una richiesta in radio da Pretty on the inside. Dall’Inghilterra all’America quindi, un disco che graffia.

(Holy Stuff album preview)

 

Tracklist

TracceCopertina
01. Mushroomhead
02. Bubble
03 Flies
04. L.O.V.E. (Lubricous Objectless Vaginal Experience) SONG
05. Plastic Knives and blooooood everywhere
06. Real
07. Song of the depth
08. Lick My Colon
09. Late
10. Noize

 

Giorgio Casali – immagini My Speaking Shoes

 

L’album è da oggi scaricabile gratuitamente da: http://myspeakingshoes.tumblr.com/

Potete ascoltare i brani dell’album qui: http://myspeakingshoes.bandcamp.com.

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