Articoli con tag Marco Schenetti
Colapesce – Un meraviglioso declino (2012)
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Colapesce, al secolo Lorenzo Urciullo, dopo un EP che ha fatto ben sperare esce per 42 Records (già etichetta dei Cani) con un disco solista intitolato “Un meraviglioso declino”. Seguendo lo stile cantautorale attuale presenta un lavoro in italiano, accompagnato da chitarra acustica e una sezione ritmica ben presente, ogni tanto compare una tromba, nientemeno che quella di Roy Paci. L’origine sicula di Colapesce è facile da intuire (lo pseudonimo stesso del cantautore è il nome del protagonista di una conosciuta leggenda siciliana) e le atmosfere sono decisamente estive.
Tredici tracce gradevoli ma abbastanza piatte, che mostrano una buona qualità
media, ma senza picchi notevoli né cadute clamorose. I testi raccontano con lucidità momenti di vita quotidiana, senza un lirismo barocco in cui spesso finiscono i cantautori dei primi anni ’10. Gli arrangiamenti sono curati, pieni ma definiti, e la struttura delle canzoni difficilmente si stacca dallo schema strofa-ritornello-strofa.
Restiamo in casa è una delle tracce più belle del disco. Malinconica, notturna, con echi shoegaze. Il video è realizzato in collaborazione con Michele Bernardi, che in passato ha lavorato anche con Le luci della centrale elettrica (ad esempio in Quando ritornerai dall’estero). Satellite odora di serata estiva, dolce e tranquilla. La zona
rossa è un po’ troppo retorica, sembra messa lì per apparire vagamente impegnati. Il testo di Un giorno di festa, a detta dello stesso Colapesce, è costellato da lievi citazioni, dall’Aspirina a Machiavelli. Oasi è lenta e dilatata, ed è forse la più siciliana. Seguono Le foglie appese e Quando tutto diventò blu, che ricordano vagamente Max Gazzè. La parte ritmica di I barbari ha chiari echi Reggae. La distruzione di un amore è una carrellata di metafore del disagio. Dopo a Sottotitoli, ricca di citazioni cinematografiche, si trova S’illumina, coinvolgente e ben ritmata. Il disco si chiude con Il mattino dei morti viventi e Bogotà, in poco più di 50 minuti complessivi.
Prova discreta e onesta per il primo album di Urciullo, speriamo in un secondo disco più deciso. Le premesse ci sono
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Marco Schenetti
The Black Keys – El Camino (2011)
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“El Camino”, settimo album degli statunitensi The Black Keys, esce a un anno di distanza da “Brothers”, che ha decretato un grande
successo di pubblico per il duo di Akron. Sebbene il nome del disco sia riferito alla Chevrolet El Camino, sulla copertina dello stesso e nel video di presentazione dell’album (video) non compare la strana Chevy dal nome spagnolo che ricorda il viaggio, bensì una Chrysler Town&Country, la stessa che Auerbach e Carney utilizzavano a inizio carriera per gli spostamenti tra le varie tappe del tour. Proprio il viaggio è il tema fondante dell’album e questo disco pare perfetto per spostarsi nelle interminabili e assolate Highways del sud degli Stati Uniti, infatti, sebbene i Black Keys vengano dall’Ohio, “El Camino” è stato registrato a Nashville, in Tennessee, sotto la supervisione del produttore Danger Mouse.
Il disco si apre con il primo singolo rilasciato, la godibilissima Lonely Boy, accompagnata da un divertentissimo video diretto da Jesse Dylan (primogenito di Bob Dylan) in cui il 48enne Derrick T. Tuggle, guardia giurata, si scatena sulle note della canzone. A differenza del precedente
“Brothers”, le cui connotazioni principali univano il garage al blues, Dan Auerbach e Patrick Carney propongono un album impregnato di rock’n’roll, rockabilly, echi dei Sixties e dei Seventies e tanto southern rock. In brani come l’accativante Gold on the Ceiling, i rimandi a Lynyrd Skynyrd, ZZ Top, Canned Heat sono lampanti, mentre in altre canzoni è facile trovare riferimenti ai Led Zeppelin (la chitarra di Little Black Submarine è una chiara citazione di Stairway to Heaven) piuttosto che a Hendrix (Money Maker) o ai Beatles oppure ai Cream. Le undici tracce volano senza picchi né stonature, e, appena dopo la chiusura di Mind Eraser, viene voglia di riascoltarlo dall’inizio.
Insomma un buon disco le cui sonorità non sono molto originali ma che riesce nell’intento di tenere unito il garage rock e il funk, il blues e il rock’n’roll, in un suono vintage e tremendamente americano che risulta gradevole per tutti, e che vi farà sentire un po’ come Dennis Hopper e Peter Fonda mentre cavalcano le loro motociclette nelle grandi pianure americane.
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Marco Schenetti
Florence + the Machine – Ceremonials (2011)
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Sono passati due anni dall’uscita di “Lungs”, album d’esordio di Florence Welch, rossa cantante londinese classe 1986, che con i the Machine, ha proposto un nuovo modo di fare indie-pop. Promosso anche dalla BBC, il primo disco della cantante ha trovato un improvviso successo, grazie alla cura degli arrangiamenti, ma soprattutto grazie alla grande varietà di stili e all’estensione della voce di Florence e ha vinto il premio “Best Album” ai Brit Awards 2010. L’attesa quindi per questo
“Ceremonials” si è fatta sentire, e le aspettative erano piuttosto elevate.
Reso disponibile in streaming il 25 ottobre e nei negozi di dischi il giorno di Halloween (e in questo dettaglio si riconosce la tendenza gotica della cantante), “Ceremonials” ha subito suscitato un grande interesse nell’ambiente. Il secondo disco è da sempre quello della crescita, e anche in questo caso l’idea comune è confermata: la parte ritmica appare più accentuata, il controcanto e i cori della band molto ben curati e la produzione di Paul Epworth ineccepibile. L’album contiene 12 tracce (20 nella Deluxe Edition, su disco doppio), tutte con una propria identità, con reminescenze ‘80s, tribali, soul, r’n’b sparse qua e là che richiamano alla mente le più interessanti voci femminili che hanno attraversato il panorama musicale negli ultimi trent’anni, su tutte Björk e Siouxie. 
E così Only if for a night colpisce fin dall’inizio, con un attacco voce e piano che lascia ben sperare sulle potenzialità dell’intero disco e un finale che rimane in testa. Shake it out è il secondo singolo estratto dall’album, e pare che sia scritto dopo una sbornia. Seguono What the water gave me, rilasciata come prima anticipazione dell’album e Never let me go, brano piuttosto introspettivo in cui la voce è nettamente predominante, e le capacità di Florence Welch si fanno sentire. Breaking down, così come la successiva Lover to lover, strizza l’occhio agli Eighties. L’album si fa mano a mano più impetuoso e No light, no light travolge, Seven devils porta l’ascoltatore con sé in un’inquietante dimensione onirica, Heartlines crea atmosfere tribali niente male. Spectrum è caratterizzata da un crescendo improvviso e un finale che riporta la quiete, e ondeggia tra queste due parti contrapposte in uno stile che ricorda le migliori composizioni dei Mogwai. L’album si avvicina alla fine, ed anche All this and Heaven too e Leave my body mostrano le capacità di Florence and The Machine. “Ceremonials” risulta quindi essere un buon album, pop e di facile ascolto, ma di grande qualità.
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Marco Schenetti
Working Class Superhero – Davide Toffolo in concerto acustico.
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L’esibizione di Davide Toffolo è anticipata dalla proiezione di alcuni cortometraggi in concorso; al presunto orario di inizio la scaletta ne prevede ancora cinque: “Graffitiger”, del ceco Libor Pixa, storia di un graffito raffigurante una tigre che perde
l’amata, ma con lieto fine; “DIY Encouragement”, corto del regista Yoshino Kohei, che narra delle capacità antistress del fai da te (e qui il lavoro a velocità costante, a ritmo regolare e mente vuota abbraccia un modo di pensare tipicamente giapponese), di un incontro inaspettato, di un finale a sorpresa. Seguono l’italiano “Non tentarmi”, analisi sperimentale della bramosia umana attraverso una handycam, il difficilmente pronunciabile “Gercek bir hikayeden uyalanmistir (based on a true story)”, del ventitreenne Kerem Keskin, ovvero quando la realtà supera la finzione cinematografica e infine lo spagnolo “Reconciliación”, due vicini di opposte fazioni politiche bloccati in ascensore durante il tentato golpe del 1981.
L’organizzazione ha la non brillante idea di chiedere al pubblico di uscire dalla sala durante l’allestimento palco, con il risultato che, dopo i dieci minuti di pausa forzata, ne rientrerà solo poco più di metà. Toffolo è solo, a lato del palco, mentre dietro di lui scorrono le immagini delle proteste operaie nella Pordenone di fine anni ’60. Imbraccia una Fender Mustang del ’64, la sua prima chitarra, e non porta la tipica maschera che caratterizza i Tre Allegri Ragazzi Morti. Dopo una breve introduzione sulle
canzoni di “protesta poetica” della sua band e sul filmato che chiuderà l’evento, attacca con La ballata delle ossa ed esegue altri tre brani dell’ultimo album “Primitivi del futuro”, poi presenta e chiama a se l’amica di sempre Marcella, ed eseguono insieme il pezzo, a suo dire, più “famosetto”, Il mondo prima. Seguono un paio di altre canzoni e quindi propone l’altro pezzo più famosetto dei TARM, Ogni adolescenza, brano ispiratogli dalla lettura delle esperienze di Robert Crumb, fumettista statunitense (noto, tra l’altro, per la splendida copertina di “Cheap Thrills” dei Big Brother and The Holding Company, band della compianta Janis Joplin), il quale afferma che se i suoi genitori avevano avuto come immaginario comune la seconda guerra mondiale, la sua generazione doveva combattere la guerra con l’LSD; da qui l’idea che ogni generazione abbia qualcosa contro cui scontrarsi.
I Mi e i La si fanno sempre più scordati, e Davide ci racconta che la sua band è nata proprio da suoni del genere, con la
Mustang che non teneva l’accordatura e la voglia di cambiare le cose; Mai come voi è un po’ la bandiera del gruppo, l’inno che distingue la musica indipendente, a detta del cantante la nuova musica popolare, che nasce dal basso e non passa per i media classici, da quella mainstream. E proprio con una fasulla canzone popolare si chiude il concerto acustico, La tatuata bella.
A seguire viene proiettato “Pordenone, la città del miracolo economico… Per i padroni!” remix 2011, una versione dub di un documentario sulla città friulana sulla fine degli anni ’60, in pieno boom edilizio, che va a discapito della vivibilità di quella che fino a pochi anni prima era una piccola e tranquilla cittadina. L’urbanizzazione selvaggia ha portato costi della vita decisamente alti, senza che i salari venissero adeguati. Un miracolo economico, ma solo per i padroni, tranquilli nelle loro ville in periferia, lontani dal caos del centro.
Marco Schenetti







