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Quattro cose che so della danza: “Them” al Teatro delle Passioni di Modena per Vie dei Festival.
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Uno spettacolo senza parole, per uno spettatore un po’ verboso come me, è sempre una sfida intricata: non tanto per la difficoltà di rintracciare una storia in assenza di dialoghi (ci sono spettacoli che per fortuna non raccontano un bel niente, ma ci stupiscono o accusano o estasiano) quanto per l’estrema ulteriore libertà lasciata. Poche parole e mal comprensibili, oltre ai nomi degli interpeti, accompagnano Them, creazione dei due coreografi Nabih Amaroui & Matthieu Burner. Nemmeno la musica ci sostiene, sostituita da una sparuta partitura di rari suoni. Eppure, passando dall’anatomia del movimento alla fisiologia del contatto, i quattro interpreti mi hanno suggerito quattro tratti del volto della danza, attraverso gli schermi trasparenti delle meccaniche terrestri.
1. LA DANZA È SIMPATICA: la danza viene esplicitamente mostrata come “arte simpatica”, cioè che si trasmette per vicinanza e contatto: dietro qualcuno che balla, c’è sempre qualcuno che invita, e il movimento nasce per imitazione o stimolazione o sfida raccolta (l’avvio sembra un contagio, partendo da Davide Sportelli ).
2. LA DANZA STA A PIEDI NUDI TRA AMICI: sul palco non c’era la volontà di proclamare un discorso estetico programmatico né di sviluppare esercizi retorici: siamo stati piuttosto coinvolti in una conversazione felice tra amici ben accordati tra loro, anche nell’ignorarsi o scavalcarsi. Ad esempio, la lunga e isolata rotazione perimetrale di Grayson Millwood mentre gli altri tre non finivano d’incastonarsi. Niente muse: quattro ragazzi a piedi nudi (e sporchi), ognuno con un paio di pantaloni e una maglietta (e una felpa in più, scambiata tra loro come il resto dei sudatissimi vestiti).
3. LA DANZA SUONA LE RUGHE: la scena era solamente coperta da un grande telo di plastica nera, una pelle che veniva percorsa e scompigliata, come possibilità di un groviglio, una sorella
accartocciata, un inciampo sonoro. Non a tutti è dato sfruttare e far suonare così bene le rughe sotto i propri piedi. Il corpo esige gradazioni e accomodamenti: si va dal crepitio delle giunture che si dislocano negli scorci dei corpi, (su tutti quello denudato di Joris Camelin, degno dei quadri di Bacon) fino all’affermazione ritmica dello sguardo, come se l’occhio fosse articolazione indispensabile al tocco.
4. LA DANZA SPOSTA: non sono rimasto fermo in poltrona, osservando qualcosa di nuovo sullo spazio e su di me: ad esempio che un corpo si abbraccia o si solleva non solo con le mani e le braccia, ma si può alzare o far camminare un uomo nell’incastro di testa e piedi, esplorarsi con la faccia, con l’intensità di Ante Pavic, senza gerarchia tra quello che abbiamo in alto o tra le gambe. Senza paura di sovrapporsi o intrecciarsi: in questa epoca di paura del contatto con il vicino (che è sempre più diverso) è una piccola rivoluzione questo invitare a incontrarsi.
Stefano Serri
