Ozu Film Festival 19
Piergiorgio Casotti: il mio progetto “Arctic Spleen” – intervista al vincitore del premio regione Emilia Romagna all’OZU 19
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Piergiorgio Casotti, vincitore del premio Emilia Romagna in quest’ultima edizione di OZU Film Festival, presenta un corto, “Arctic Spleen”, capace di colpire profondamente lo spettatore per la sua nitidezza nel descrivere con le immagini (grande uso di fotografia) il dramma dell’alto tasso di suicidi giovanili nella Groenlandia dell’Est. Ma Arctic Spleen è anche un progetto più ampio che comprende la realizzazione di un libro fotografico e di un documentario. Per sostenere i costi di stampa del libro e del montaggio del documentario Piergiorgio ha creato sul suo sito una pagina nella quale si posso acquistare cartoline, DVD e foto.
Per info: http://www.piercasotti.com/
Quanto è durato il tuo viaggio in Groenlandia e quando è nata l’idea di girare un corto per descriverne le problematiche?
Il progetto è iniziato nel 2009 e sono rimasto circa 4 mesi totali in 4 viaggi distinti. L’ultimo dei quali lo scorso luglio. Il
tema del malessere del vivere, il nostro lato oscuro, influenza ed è spesso il filo conduttore dei miei lavori. Così mentre facevo ricerche sul tema mi sono imbattuto in un documento di uno psicologo che dava cifre impressionanti relative ai suicidi giovanili nella Groenlandia dell’est. Due mesi dopo sono partito.
Quando il vivere così isolatamente è diventata coercizione?
Questa è una domanda molto interessante e a cui è altrettanto difficile rispondere. I motivi sono molti e spesso sociali. In generale credo che sia una coercizione psicologica e non tanto fisica. I giovani amano la Groenlandia ma vorrebbero poter avere più possibilità e alternative. La loro ansia (o noia) si manifesta molto (e spesso esplode nel suicidio) durante l’adolescenza quando le loro necessità di esperienze e novità si frantumano contro una inevitabile claustrofobia geografica. Oggi la caccia e la pesca
non attirano più e la quotidianità non è più una faccenda di sopravvivenza come alcuni decenni fa. In Groenlandia si può avere tutto oggi.
A cosa è imputabile il grande distacco generazionale di cui parli?
La frattura generazionale è proprio generata da questa situazione. I genitori e i nonni sono ancora legati al passato modo di essere e non riescono a capire le esigenze dei giovani. Così non si tramandano più le conoscenze da padre a figlio. Ciò che i genitori potrebbero passare non interessa più le nuove generazioni. I genitori, si potrebbe dire, non hanno nulla da insegnare ai loro figli.
Appare evidente nella tua opera una grande passione per la fotografia a quando la sua origine?
Si io principalmente sono un fotografo. “Arctic Spleen” è la mia prima esperienza cinematografica. Ho iniziato tardi, dopo una laurea in Economia e alcuni anni in una multinazionale. Sono circa 5 anni che seguo questa nuova vita.
Un consiglio per chi come te volesse dalla provincia emiliana cimentarsi nel mondo del cinema?
Beh io non sono certamente un esperto. La cosa che mi sento di dire è di avere coraggio, pazienza e di mettere se stessi nelle proprie idee. Ognuno di noi è diverso e può raccontare storie in modo unico e personale. E’ una cosa che deve partire da dentro, un’energia interiore, una voglia di esprimere i propri sentimenti ed emozioni. Per me la fotografia è terapeutica e mi aiuta ad affrontare le mie paure.
Marco Martinelli
Indidee: Festival dell’Editoria indipendente e i corti del premio regione Emilia Romagna
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Ci siamo, è domenica e la diciannovesima edizione dell’Ozu Film Festival sta per giungere al termine. Giornata intensa quella
odierna, si comincia alle 10.00 con Indidee, il festival dell’editoria indipendente organizzato dal mensile “Mumble:” presso l’Auditorium Bertoli di Sassuolo. Alla manifestazione hanno preso parte esponendo le proprie produzioni diverse testate locali indipendenti tra cui l’Appunto di Formigine e i loro collaboratori de “Il Rasoio” di Modena, il sito impegnato per l’ambiente “Sottobosco”, il magazine online ferrarese “Occhiaperti”, “il Sassolino”, l’associazione culturale “Mirada”di Ravenna tramite i ragazzi della “Giuda Edizioni” e naturalmente la redazione di “Mumble:”. Nonostante alcune defezioni e la scarsa partecipazione di pubblico esterno alla suddette associazioni, il festival riesce ad essere comunque interessante e a mostrare come il nostro territorio pulluli di giovani che hanno voglia di farsi sentire e di fornire una alternativa vera e genuina all’informazione tradizionale dei media. Nella sala sono anche esposti i migliori lavori del concorso fumettistico “Disegna il tuo finale”, concorso che ha dato modo a giovani artisti nascenti di mettersi in mostra con risultati, a parere di chi scrive, davvero ottimi. Ma siamo qui per parlare di cinema e da questo punto di vista la mattinata entra nel vivo verso le 12.00 con la proiezione di quattro
cortometraggi fuori concorso. Le opere sono tutte in bianco e nero ma i temi e le narrazioni sono le più diverse, passando dai canali del Black Country del documentario Luv’in the Black Country di Carter, allo stravagante e surreale incontro tra una prostituta e un orso bianco di Putain Lapin fino alla violenza e al bullismo della periferia romana ritratta magistralmente nel Tiro a vuoto di Roberto Zazzara.
Sono le 15.00 e la teatro Carani sta per andare in scena la prima edizione del Premio Regione Emilia Romagna organizzato da Ozu Film Festival, Assessorato alla Cultura Regione Emilia Romagna ed Emilia Romagna Film Commission. Tra le tante opere inviate, sono state scelte per il concorso 19 pellicole che verranno sottoposte al pubblico in rapidissima successione per un totale di 2 ore e 35 minuti di proiezione. Come potete immaginare la carne al fuoco è davvero molta, troppa forse, ma comunque gustosa e saporita. Le pietanze potrebbero essere idealmente suddivise in tre portate: documentario, animazione e fiction. Data la numerosità dei titoli proposti, in questa sede mi limiterò ad indicare quelli che, a mio modesto giudizio, sono risultati essere i più interessanti. Per quanto riguarda la prima categoria citerei senz’altro Arctic Spleen di Piergiorgio
Casotti, un documentario davvero interessante sia dal punto di vista formale che contenutistico. Uno splendido bianco e nero in cui immagini fotografiche si alternano a video infatti, è la soluzione più azzeccata e funzionale alla creazione del pathos e dell’atmosfera lugubre e tetra del paesaggio immortalato ed è l’ideale per raccontare, tramite le parole degli intervistati, la triste situazione in cui i giovani groenlandesi si trovano e il terribile rapporto che essi hanno con la propria esistenza e la propria vita. Una vita per molti di stenti e senza futuro, la cui unica alternativa sembra essere il suicidio. Un suicidio spontaneo ed improvviso. Nella sezione animazione ho trovato invece accattivante il lavoro di Gamba Trista di Francesco Filippi, la storia di un ragazzino che non potendo utilizzare le gambe sviluppa una tale forza nelle braccia da riuscire addirittura a volare.
Seppur la trama non si distingua per estrema originalità (Dumbo l’abbiamo visto tutti..) e l’happy end ecceda per buonismo, si tratta di un’opera curata e ben costruita in cui i valori di amicizia, volontà e amore vengono messi in scena con grande umanità e con quel pizzico di nostalgia per l’infanzia che, almeno al cinema, non è certo un male. Per la terza portata ho invece scelto il noir, l’unico della rassegna, di Daniele Marcolini e Andrea Zanoli Plutot de Pluie. Neanche a dirlo è la violenza la vera protagonista del racconto, sì la violenza, quell’entità malvagia e subdula che attanaglia come una morsa la vita del sergente Beltrani il quale, tornato dalla Lybia, dovrà fare i conti con se stesso e andare incontro al proprio triste destino. Una storia suburbana che, seppur evidentemente debitrice di opere come Romanzo Criminale e Nemico pubblico numero uno, mantiene la sua forza espressiva e convince appieno.
Giulio Morselli
immagini di Indidee gentilmente concesse da Formì Zine
Rocco Tanica: “L’uomo, il mito, la testa di minchia”
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L’esilarante biografia sul Il Sassolino di oggi narra della difficile infanzia, degli amori, della carriera musicale nella bassa carpigiana, della paternità di Sergio Conforti, in arte Rocco Tanica. Le ultime righe recitano: “Tanica, se non ci fosse,
bisognerebbe inventarlo. Come questa biografia.” Non si può non essere d’accordo, questo demenziale signore ha delle capacità. Ad esempio può sorreggere senza mani un paio di occhiali da lettura con il solo aiuto di un cordoncino. Oppure può ripresentarsi a rompere i coglioni tutti gli anni verso la fine di agosto, dal 1984 a questa parte, con la grande hit dei Righeira L’estate sta finendo. Si, l’ha scritta lui. Davvero. Andate a controllare. Ma soprattutto Rocco Tanica ha un grande talento nell’accorciare canzoni, fiabe, libri, recensioni di libri, film, recensioni di film, documentari, ricette, telegiornali e pubblicità; insomma è un grande pigro. Sviluppa questa passione nel taglia-incolla grazie all’Amaro Ramazzotti, e, con l’aiuto di Feiez, crea una versione decisamente orecchiabile di Un mondo d’amore, di un giovane e gesticolante Gianni Morandi. Da quel momento non c’è modo di fermarlo. Il gatto e la volpe di Bennato, un documentario sulla seconda guerra mondiale, recensioni chiare e lapidarie (un esempio? Mozart: bravo; Shakespeare: bravo ma alla lunga stanca; Divina
Commedia: bella ma troppe parti; Bibbia: pomposetta), spot pubblicitari, la favola di Biancaneve, la gustosissima ricetta dell’alluminio alla cacciatora e tanto altro. Raccoglie buona parte di questo lavoro nel libro “Scritti scelti male”, titolo che è già tutto un programma. Non mancano picchi di altissimo livello culturale, come il riassunto automatico in 100 parole di Microsoft Word (e qui dimostra davvero di essere uno scansafatiche di prim’ordine) del libro “Cuore” di Edmondo De Amicis.
Poi ci sono i telegiornali, il TG Tanica, montaggio fantasioso del rullo di notizie del TG5 all’interno di Tv Talk su Rai Educational, e il Quasi TG, vero e proprio notiziario condotto dal musicista, disponibile, purtroppo per noi, su radio, televisione, internet e cellulari. Chiude la serata all’Ozu Film Festival con un progetto particolare: se in tv l’idea comune è quella di tagliare le parolacce, lui decide di eliminare tutte le parti che non lo sono, e sceglie un film, “Clerks”, nel quale le oscenità non mancano di certo.
E, mentre il pubblico abbandona la sala del Teatro Carani, la domanda sorge spontanea: uomo, mito o testa di minchia?









