Articoli con tag Paolo Bondavalli
Carnage – Roman Polanski (2011)
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Dopo un litigio avvenuto in un parco di Brooklyn tra due ragazzini pre-adolescenti di nome Zachary e Ethan che degenera in rissa e provoca ad uno di loro la rottura dei due incisivi, le loro rispettive famiglie decidono di incontrarsi per risolvere civilmente la questione. I genitori della parte lesa, i coniugi Longstreet (Reilly e Foster) lei scrittrice di un libro sugli scempi dell’Africa e socialmente impegnata, lui grossista di articoli per la casa e dal carattere conciliante, sono animati, a quanto può sembrare, dalle migliori intenzioni e ricevono nel loro appartamento i Cowan (Waltz e Winslet) lui avvocato cinico e maleducato, perennemente attaccato al suo BlackBerry che fin da subito mostra un malcelato disinteresse, lei broker amante viscerale degli animali, inizialmente più interessata alla questione e molto più accomodante ed educata rispetto al marito. Tutti, tranne forse il signor Cowan, sembrano davvero avere a cuore la faccenda e l’educazione dei rispettivi figli, almeno fino a quando la situazione non comincia a degenerare totalmente a causa di un mal di stomaco della signora Cowan che porterà irrimediabilmente il discorso su tutt’altra china.
Il film di Polanski, tratto da una pièce di Yasmina Reza “Il dio del massacro” che è anche co-sceneggiatrice del film assieme allo stesso regista, parte da una idea sicuramente molto intrigante, cioè quella di mettere insieme, praticamente costretti nella stessa stanza, due coppie di persone estremamente civili, newyorkesi, all’apparenza educate secondo i dogmi della società occidentale e perbene che, invece di comportarsi come tutto dovrebbe lasciar presupporre, si lasciano andare ad insulti reciproci e fanno venir fuori tutte le proprie contraddizioni, frustrazioni ed ipocrisie e mostrano come la nostra sia una società costruita su valori fasulli e non sinceri mentre stanno cercando di dare una lezione ai propri figli. Non si può dire che tutto non scorra fin troppo bene, ma si ha come l’idea di un’operazione un po’ “furba” che si lascia guardare volentieri ma troppo zeppa di stereotipi (l’avvocato senza scrupoli che parla in continuazione al telefonino, la passione molto “piccolo borghese” per le cause civili ed i diritti dell’Africa, l’amore quasi esagerato per ogni tipo di animale) per poi far vedere che si resta sempre delle persone che non vedono al di là del proprio piccolo mondo, attaccati in maniera esagerata alle proprie piccole cose (vedi il personaggio della Foster con i suoi libri d’arte o quello di Waltz al suo telefonino). Certo Polanski sa bene come narrare una storia e come disseminarla con il suo tipico humor dal sapore molto cinico (la scena della Winslet che dà di stomaco ed i commenti che ne seguono da parte del marito sulla torta che le era stata offerta assieme alla Coca cola dal personaggio della Foster ed a sua volta i commenti di quest’ultima che ha praticamente una crisi di nervi vedendosi vomitare sui suoi rarissimi libri d’arte è quasi magistrale e veramente divertente, oppure il personaggio di Waltz che non riesce mai a finire un discorso perché sul più bello è sempre interrotto dal cellulare) ma non (continua…)
Che traffico in camera da letto!!
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“Dio onnipotente”, che commedia! Messi nell’armadio i panni da Babbo Natale, nei quali è solito allietare in altre stagioni i più piccini, il bianco crinito attore Palmiro Beneventi è stato tra i più acclamati protagonisti di “Camere da letto”, commedia brillante di Alan Ayckbourn messa in scena martedì 7 giugno al Carani dalla compagnia Momart. Dopo un avvio un po’ contratto, Beneventi è entrato in sintonia col pubblico grazie alla sua spontaneità e genuinità. Una certa flemma, unita alla anglosassone ossessione per le macchie d’umidità, rende il personaggio di Ernest (ben coadiuvato dalla moglie Delia – Roberta Ferocino, genitori dell’inquieto Trevor) elemento distensivo in un sceneggiatura dominata da isterie, gelosie, insicurezze, angosce. Situazioni surreali, dolci amare, che velano di risate e sorrisi il traballante quotidiano della coppia moderna.
Del resto, “da una camera da letto si capiscono tante cose”. Così una storia d’amicizie e intrecci amorosi, mille equivoci e colpi di scena si dipana in una sola notte, con quattro coppie sposate che saltellano in una scenografia graziosa e curata, suddivisa in tre diversi ambienti. Gli interpreti, guidati dalla sapiente regia di Sara Luzi e Francesco Manelli (a loro volta attori), si muovono a proprio agio, con buon ritmo e personalità, mettendo molto di sé nell’interpretazione e dispensando carica ironica di chiara matrice emiliana. Ammaliatrice e pungente, Jan (Sara Luzi) dispensa abilmente stoccate verbali e moine. I “sì sì, va bene” consolatori e al tempo stesso scocciati nei confronti del marito lamentoso e il districarsi lieve tra corna e lenzuola, pigiami e tacchi a spillo la rendono una delle interpreti più convincenti. Il geloso e ammaccato Nick (Paolo Bondavalli), pur immobilizzato nel letto con la schiena bloccata, regala intensità oltre a esagerate ed esilaranti lamentele. I battibecchi affettuosi della coppia Malcom e Kate (Mirco Bertolini – Ylenia Romoli), padroni della camera da letto centrale, sono gustosi anche se non sempre coordinati ed efficaci. Divertente Kate che dimostra buone intuizioni comiche, con la battuta “Ti faccio un disegno” a Trevor, che fatica a ricordarne il nome esatto.
Bravo anche il “piacione” Trevor (Francesco Manelli), candido quanto tormentato e maldestro dongiovanni, alle prese con una devastante crisi coniugale con la moglie Susannah (Giulia Pigoni), irresistibile sia nella versione “pazza isterica insicura” sia nella versione zen (con gli esercizi di rilassamento e auto convinzione, tra i momenti più divertenti dell’intera pièce). Nel finale le gambe rigide che s’impennano e s’agitano di Susannah sdraiata a terra sofferente alla ricerca di armonia e pace, arginate a stento dalla suocera Delia, strappano al pubblico sincere risate. Da segnalare anche la graziosa camminata smorfiosa di Susannah e la sua accusa sferzante al marito di essere un uomo “potenzialmente violento” e un “distruttore” per aver rotto i suoi amati animaletti di porcellana. Il climax, Susannah che scopre il bacio del tradimento tra Trevor e la sua ex Jan: da qui muove una tragicommedia che svelerà le debolezze e le fragilità di tutte le coppie. Altri ingredienti della soap teatrale: sardine tra le lenzuola, riviste porno nascoste, complicati mobiletti fai-da-te, scarpe e cappotti che invadono senza ritegno il letto di Kate.
Gli attori sprizzano energia e un briciolo di sana follia, sono complici e affiatati, si divertono molto (si percepisce nitidamente anche dalla platea) e quindi divertono. I dialoghi scorrono rapidi e incalzanti. Non c’è tempo di prendere fiato, tantomeno di annoiarsi. Peccato l’audio, non sempre buono a causa del funzionamento intermittente dei microfoni. Perdonabili qualche balbettio e incertezze, spesso arginate da una capacità d’improvvisazione non ostentata ma funzionale. Scenografia complessa e mossa, seppur con qualche imprevisto dai tratti comici (una lettiera del letto ballerina che cade a ripetizione, un cartone che litiga con il sipario, impigliandosi sia alla fine del primo atto che nel gran finale).
Ps. Donne d’ogni età, prego prendere appunti sulle tre regole d’oro per tenersi stretto il marito: fallo mangiare bene, biancheria pulita ogni mattina, non dirgli quello che non dovrebbe sapere.
Marco Fiori
Sara Tosi, Francesco Manelli: ecco come saranno le nostre “Camere da letto”
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Martedi 7 giugno presso il Teatro Carani di Sassuolo, a partire dalle ore 21.00, la Compagnia teatrale MOMART, presenterà la commedia brillante in due atti “Camere da letto” di Alan Ayckbourn con la regia di Sara Tosi (Luzi) e Francesco Manelli e che vedrà tra gli interpreti gli stessi Sara e Francesco oltre a Giulia Pigoni, Mirco Bertolini, Ylenia Romoli, Roberta Ferocino, Palmiro Beneventi e Paolo Bondavalli.
Quattro coppie sposate, in una storia che si svolge tutta in una notte e nella mattinata seguente.
Abbiamo intervistato Sara Tosi e Francesco Manelli per saperne di più:
In breve chi è e come si è formata la compagnia teatrale Momart?
La compagnia teatrale Momart (d’ora in poi diremo i Momart) è un’insieme di attori che rispondono al nome di Sara Tosi, Francesco Manelli, Mirco Bertolini e Ylenia Romoli. Dopo alcune esperienze iniziali, dal 2009 comincia un percorso dedicato al teatro comico che ci porterà alla realizzazione degli spettacoli inediti ”The Momart Show” e “Tutti Pazzi per Gary”. A tutt’oggi il nome Momart rimane per noi un mistero, ma a detta di Sara, deriverebbe da un suo sogno ambientato a Montmartre a Parigi. L’ironia in tutte le sue forme e diversificazioni è una componente fondamentale del nostro fare teatro: se non ci divertiamo noi, non si divertirà neanche il pubblico! Così i copioni vengono spesso stravolti per lasciare spazio al divertimento e alla comicità. (continua…)
THE TREE OF LIFE di Terrence Malick (2011)
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Texas, anni ’50: la quotidianità della famiglia piccolo borghese O’Brien composta dal padre (Pitt) dalla madre (Chastain) e dai tre figli piccoli. Si inizia venendo a sapere che uno dei figli è morto, successivamente torniamo alla sua nascita e a quella dei suoi fratelli, poi vediamo il fratello più grande Jack ormai uomo di mezza età, interpretato da Sean Penn, ed il ruolo che ha ottenuto nella società attuale, di nuovo torniamo alla sua adolescenza ed ai cattivi rapporti con il padre e a quelli belli con una madre molto dolce e affettuosa. Vi sono anche immagini che raccontano le origini dell’universo e della vita sul nostro pianeta.
Il tema principale del film è il rapporto tra i figli, soprattutto il maggiore che vedremo anche quando è cresciuto, ed i genitori; la crescita, la scoperta del dolore e della durezza della vita. All’inizio la madre spiega le due grandi forze del reale: la grazia (la fede in un ordine superiore, qualcosa di molto simile a Dio) che lei incarna e rappresenta, e la natura (l’esperienza della vita, l’ambizione, l’egoismo, la vanità ed anche la morte) incarnate invece dal padre, uomo duro, represso e deluso dalla sua vita che non lo ha portato a realizzare i suoi sogni di musicista e nemmeno a raggiungere la posizione sociale ed economica agognata dal sogno americano che avrebbe voluto incarnare. Ma c’è anche un altro tema altrettanto importante e ricorrente nel film che poi si lega al primo, cioè il senso di questa vita, il continuo chiedere a Dio il perché di tutto ciò, di tutto questo dolore, di tutta questa sofferenza ed ingiustizia senza un’apparente ragione (non è casuale che il film si apra con una frase di Giobbe). Malick cerca di parlarci di questo, della sua filosofia (è stato professore di questa materia per una ventina d’anni) mettendolo in immagini cinematografiche. Dal mio punto di vista è molto bella ed interessante l’idea di raccontare in un film, o almeno provare a farlo, il senso della vita, la nascita, il dolore, le ingiustizie, la morte unendo immagini che raccontano la nascita del mondo e dell’intero universo con il microcosmo della famiglia O’Brien, così piccola e comune al confronto, ma allo stesso tempo emblematica dell’essere umano e della vita, nonché (continua…)
Habemus Papam di Nanni Moretti
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Dopo la morte del vecchio Pontefice, il conclave si riunisce per l’elezione del nuovo Papa. La scelta cade su un cardinale francese (Piccoli) che accetta l’incarico ma, al momento del doversi affacciare al balcone per farsi vedere dai fedeli e dal mondo intero nelle vesti di nuova
guida della Chiesa Cattolica, è colto da una crisi e scappa nelle sue stanze. Viene quindi contattato un importante psicanalista (Moretti) perché si è intuito che il problema non è di natura propriamente fisica ma più vicino ad una crisi di panico che è sfociata in depressione.
Prima di tutto bisogna dire che il film non è, come molti si aspettavano, una satira dura che prende di mira il clero e le sue istituzioni ma tutt’altro. C’è ovviamente la classica ironia morettiana, con il suo personaggio di psicanalista segregato in vaticano, che dà il via a dialoghi e situazioni molto divertenti e surreali: i cardinali che chiedono le quotazioni di ognuno di loro fatte dai bookmakers di Londra, il dialogo sulle medicine che usano per dormire, la partita a scopa, il torneo di pallavolo organizzato a squadre suddivise per la provenienza dei vari prelati dai diversi continenti. Ma è una ironia leggera, non cattiva, che anzi umanizza questi sacerdoti rendendoceli anche più simpatici ed a noi vicini, è più forte invece lo sberleffo alla psicanalisi con, ad esempio, il tormentone del personaggio della Buy del “deficit d’accudimento” e nello stesso personaggio dello psichiatra interpretato da Moretti. Il vero tema centrale del film è quello della crisi d’identità, del dubbio, del mettersi in discussione, una tematica molto cara al regista che ricorre in tanti altri suoi film, in più si aggiunge il tema (probabilmente autobiografico per l’autore) del non essere all’altezza delle aspettative degli altri: c’è una frase rivelatrice pronunciata dallo stesso Moretti quando gli dicono che hanno scelto lui perché è il più bravo:”E’ la mia condanna, me lo dicono sempre tutti” e poi ci rivelerà più tardi che sua moglie, interpretata da Margherita Buy, anche lei psichiatra, lo ha lasciato proprio per questo motivo non riuscendo a reggere il confronto. Lo stesso Papa è schiacciato da tutte le aspettative che hanno gli altri nei suoi confronti, ma la sua figura è nobilitata da questi suoi dubbi che dimostrano anche grande coscienza. Il discorso finale del Pontefice è forse anche un messaggio di Moretti, un discorso d’apertura e umanizzazione che auspicherebbe per la Chiesa. Il film ha anche la grandissima capacità di riuscire a raccontare con dolcezza, leggerezza e serenità una situazione estremamente dolorosa come quella della depressione, con tono da commedia ma senza sminuirla e anzi riuscendo a descriverla bene. Vanno poi citati: Michel Piccoli che ha fatto un ottimo lavoro con il suo personaggio, i bei costumi e la scenografia (è infatti molto ben riuscita la ricostruzione dell’interno del vaticano). Ci tengo ad aggiungere che alcune critiche mosse al film sul fatto di non rispettare certi dogmi o regole ecclesiastiche, ad esempio sul comportamento dei cardinali nel conclave o nel farsi guidare nelle decisioni da un laico come il portavoce della Santa Sede o dallo stesso personaggio interpretato da Moretti, sono sterili e non hanno senso perché è chiaro che il film non vuole essere cinema verità sul vaticano e sul clero e questo intento è ovvio fin da subito, quindi criticarlo su questi punti significa non aver capito nulla di quello che è il film, il suo spirito, il suo tono ed il suo reale contenuto.
Paolo Bondavalli
©2011 – Concretamente Sassuolo

