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KARAMAZOV, di e con César Brie
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Tra i debutti di questa edizione di Vie dei Festival, Karamazov era tra gli eventi più attesi dal pubblico, non solo per la sfida nel mettere in scena questa enciclopedia morale (senza fondo) in forma di romanzo, ma anche per un nuovo appuntamento con César Brie, regista e attore molto caro a Modena e ai suoi teatri.
La vastità di quest’opera e la sua complessità possono spaventarci, ma siamo aiutati in questa traversata dalla grande varietà di azioni fisiche e dai concreti correlati oggettivi, costanti del teatro povero e civile di Brie, sospeso tra ironia, denuncia sociale e poesia. La morte diventa indietreggiare nel buio; crescere è srotolare i calzoni lungo le caviglie; l’urlo dell’epilettico un frullino che sbatte nella ciotola; amarsi è un tiro alla fune. Nell’allestimento al teatro Fabbri di Vignola non c’erano diorami moscoviti, neve finta o rami di betulle, ma solo poche panche, qualche gancio per gli abiti e tre pupazzi: bambini. Presenza centrale nel romanzo, l’infanzia guida anche lo spettacolo, facendo della commemorazione del piccolo Iljusa, morto innocente per povertà e fierezza, il finale dell’opera.
L’artista boliviano non è nuovo in simili sfide ai testi classici della cultura occidentale: l’Iliade del 2000 e la più recente Odissea, simile per concentrazione, vivacità e lirismo sincero. Se nel riferirsi a Ulisse gli agganci alla contemporaneità erano più esibiti e didascalici, in Karamazov protagonista è l’etica e i riferimenti contingenti minimizzati. (continua…)
