QuartaParete
Crepuscolo della colpa : Il principe di Homburg per Cesare Lievi.
0
E’ andato in scena al Teatro Storchi di Modena dal 3 al 5 maggio questo spettacolo che ha il suo valore maggiore nel testo prescelto, anello centrale di un’ideale saga del sogno e dell’arbitrio che il romanticissimo e suicida Heinrich von Kleist componeva all’inizio del diciannovesimo secolo. Assieme ali altri capitoli (teatrali come La brocca rotta, o narrativi come Il duello e La marchesa von O.) anche questo dramma in cinque atti ci consegna un autore dedito all’etica, sospeso tra Giobbe e Kant, tra l’onore algebrico ed estremo di un Cid corneillano e i processi
kafkiani. Per complicare ulteriormente questo crocevia, ecco apparire prepotentemente il tema del sogno, cifra romantica per eccellenza, ma che richiama alla memoria il barocco, in primis quello del teatro spagnolo. C’è sempre un “Padre” (che sia un giudice, un codice o una patria) che diventa il muro con o contro il quale i protagonisti possono scegliere di scagliarsi o sostenersi.
La complessità di questi riferimenti non trova però grande riscontro nelle messa in scena e nelle scelte registiche di Lievi, qui in veste anche di traduttore. Il romanticismo che ci viene restituito è quello dei neoclassici, contenuto, dorico, senza nessuna tempesta e con pochi assalti: l’iconografia di riferimento per la scenografia è lontanissima da
Füssli, più vicina a un David o un Hayez. Più penetrante l’accompagnamento musicale scelto – Robert Schumann, il Beethoven degli ultimi quartetti – che ben condensa da un lato il tormento onirico, dall’altro la risoluzione etica. La fedeltà estrema al testo sfocia in una certa rigidità, anche se l’insieme degli attori sostiene il dramma con coerenza: nel ruolo eponimo, Lorenzo Gleijeses, affiancato tra gli altri da Emanuele Carucci Viterbi, Ludovica Modugno, Maria Alberta Navello, Stefano Santospago. Le contenute scelte registiche sono delicate e suggestive, sostenute da un uso delle luci molto calibrato, ma forse veli e chiaroscuri non restituiscono al testo tutto il suo spessore. La moderazione resta comunque una lezione (estetica e morale) sempre valida.
Stefano Serri
Decalogo per la mia morte: THE END di Babilonia Teatri.
0
Si inizia dalla tomba, si finisce con un bambino in braccio (vero, di pochi mesi, avuto dalla protagonista). Andato in scena dal 12 al 14 aprile, THE END è il monologo di Valeria Raimondi che ha concluso la stagione del Teatro delle Passioni di Modena. Affiancata da Enrico Castellani alla drammaturgia, Ilaria Dalle Donne e Luca Scotton per le scene e le luci, l’interprete ci travolge con l’energia della ripetizione costante e scandita di queste litanie del nuovo millennio, più vicine alla lista della spesa o al dizionario dei luoghi comuni che alle orazioni. La totale assenza di sfumature e la fissità del volto esaltano la parola e il suo contenuto: una riflessione civile sull’esistenza che non diventa mai sermone né lamento.
Gli argomenti (la tomba, la morte dell’uomo e dell’animale, la scelta del suicidio come antidoto all’invecchiamento) sono i capitoli di questa via crucis a ritroso, dal sepolcro alla mangiatoia. Ogni tappa ha ben saldi alcuni elementi: la scenografia spogliata da ogni quinta e fondale, riempita da pochi oggetti – pezzi di un crocefisso riassemblati in corso d’opera, una pistola, un frigorifero che contiene le teste di un asino e un bue, un computer, una stella cometa di cartone e lustrini – i
movimenti limitati e funzionali. Elementi secondari di uno spettacolo che ha la sua forza nel testo. La lingua usata è quella già sperimentata dal gruppo, un italiano che indulge al dialetto veneto, aspro, con la rima esibita, modellato su proverbi, caricato da ripetizioni e con lunghi elenchi e variazioni su tema dato:
“non mi vedrete con le mutande piene de merda / nuotare nel mio stesso piso / non mi farò lavare da una troia che non sa la mia lingua / non vedrò la vostra faccia di culo una volta al mese / non offrirò lo spettacolo del mio cervello che marcisce / non aspetterò che mi si formino le piaghe sul culo/ non mi farò ficcare in bocca le vostre pastiglie di cui non so pronunciare il nome […]”
Stefano Serri
L’etica del ricordo: Un tram che si chiama desiderio per Antonio Latella.
0
Al teatro Storchi di Modena i nervi del teatro (e del pubblico) sono stati completamente scoperti: la scenografia invasa da cavi elettrici e prese multiple, le casse e i microfoni usati come arredamento, le luci appoggiate ovunque sul palco e puntate spesso in platea (qualcuno ha invocato gli occhiali da sole). Così, le scene di Annelisa Zaccheria, le luci di Robert John Resteghini e il suono di Franco Visioli ci conducono in un esercizio anatomico su Blanche Du Bois, la protagonista di Un tram chiamato desiderio. L’apparato tecnico esibito è riflesso di precisi riferimenti testuali: la protagonista si sottrae alle luci dirette per mascherare l’età, paralumi e lampadine sono le sue ossessioni.
La fedeltà al testo di Tennessee Williams, nella traduzione di Masolino D’Amico, accompagna ogni scelta registica di Antonio Latella, condotta con amplificazione e rigore ronconiani: anche le didascalie sono abilmente utilizzate nella partitura, messe in bocca al medico (Rosario Tedesco) che prende in
cura Blanche al termine del dramma, ma qui presente fin dall’inizio. L’opera è rivoltata come una sorta di lunga seduta psicoanalitica, corrotta da un deposito di interferenze e citazioni, dalla bandiera americana a Richard Strauss. Ma è nei costumi di Fabio Sonnino che meglio si materializza il grottesco crogiolo del sogno Americano, lo stesso che Latella sta esplorando con il suo progetto Francamente me ne infischio ispirato a Via col vento.
Gli attori (molti già incontrati dal regista in precedenti spettacoli), diventano atleti dei nervi, scossi,
liberi da ogni caratterizzazione realista e completamente integrati nella macchina scenica. Giuseppe Lanino interpreta un Mitch meno bolso dell’iconografia corrente; Stan è Vinicio Marchioni (con la parlata da macchietta e le t-shirt col volto di Brando); Annibale Pavone eclettico spazia dal gatto alla vicina di casa. Se la Stella di Elisabetta Valgoi è maschera della donna americana media, la Blanche di Laura Marinoni è una coscienza sempre eccitata che sorveglia (pungolata e sorretta dal medico) tutta la vicenda, un diapason sommerso dal fragore di un’orchestra metal. Vittima sacrificata dalla poesia alla vita (olocausto che troviamo spesso nei drammi di Williams), Blanche era nata nella mente dell’autore come omaggio alla sorella, lobotomizzata per volontà della madre perché indomabile e farfallona. A teatro, tra un’intermittenza e l’altra, a volte sembra anche a noi di ricordare qualcuno, all’improvviso.
Stefano Serri
La donna che sbatteva nelle porte con Marina Massironi, al Teatro Carani.
0
“Ho fatto qualcosa di buono”: questa è il bilancio finale di una donna coperta di lividi e disperazione. È la conclusione del monologo portato in scena il 7 febbraio al Teatro Carani da Marina Massironi come Paula in La donna che sbatteva nelle
porte. Adattato per le scene nel 2003 dall’autore, l’omonimo romanzo del 1996 di Roddy Doyle (celebre per The Commitments) era stato anticipato da una serie TV, Family (1994) e ha generato un sequel narrativo, Paula Spencer (2006). Una donna, in fuga dall’ottusità della provincia irlandese e da una famiglia abbrutita, cerca il riscatto nel matrimonio con Charlo, bello e dannato. Una casa, quattro figli e una passeggera felicità: l’immagine del marito come salvatore si sgretola poco alla volta nella disoccupazione, nell’alcool e nelle ripetute violenze domestiche camuffate da Paula in incidenti con gli spigoli di casa. Ma la possibilità che la violenza si ripeta sulla figlia ribalta la situazione, liberandola da diciassette anni di tortura domestica.
Un dramma che, come nella migliore tradizione irlandese, si nutre di un umorismo nero congeniale a far risaltare il lato più noto della Massironi, quello comico, senza sminuire la tragedia: l’alternanza di registri riflette l’altalena di flashback violenti e aneddoti ironici che troviamo nelle pagine di Doyle. Un drammaturgo alle prese con un’opera narrativa fa i conti con la struttura del testo: Giorgio Gallione, che è anche regista e direttore artistico del Teatro dell’Archivolto, ha trasposto la struttura del romanzo nelle diverse componenti sceniche. La musica abbondantemente citata nelle pagine si materializza sul palco, così come l’alternanza tra interno e esterno esplode nella scenografia di Guido Fiorato: una stanza foderata di prato, elemento emblematico per la protagonista. È lì che infatti Paula butta la chiave dell’armadietto degli alcolici, imponendosi di bere solo dopo che i figli sono andati a dormire.
Quasi una Mirra post-moderna, Paula incarna il dramma del non-detto (suo ritornello ossessivo è il “chiedetemelo” rivolto ai medici del pronto soccorso e conoscenti), una confessione continuamente deviata, con pochi ma efficaci sbocchi violenza scenica. Noi lo sappiamo com’è facile il rischio, di fronte a chi non ha le parole giuste per cambiare, di farci ascoltatori distratti: quelli che le vittime le amano a teatro, ma che nella vita cercano scuse per scantonarle. Noi, al massimo, alziamo l’architrave.
Stefano Serri
L’associazione Concretamente Sassuolo ringrazia Just In Time Srl Modena per la gentile collaborazione e disponibilità.





