QuartaParete
“Non bisognerebbe mai dire che il matrimonio sia più gioia che dolore” (Euripide)
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Vanto dell’ Istituto d’istruzione superiore A.F.Formiggini di Sassuolo, il relativo gruppo teatrale, formato da venti giovani attori, dopo essersi cimentato lo scorso anno con la celeberrima commedia di Aristofane “Lisistrata”, torna ad esibirsi al teatro Astoria di Fiorano Modenese, portando in scena “Medea”, tragedia di Euripide rappresentata per la prima volta nel 431 a.C. ad Atene, in occasione delle Dionisie. Inoltre, fatto non di meno importanza, il giovane c
ast, meritevolmente, si è messo in mostra a metà maggio a Palazzo Acreide (SR), nell’ambito del Festival Internazionale del teatro classico dei giovani, giunto quest’anno alla sua diciannovesima edizione.
Comprendere “Medea” significa conoscere Euripide, tragediografo nelle cui opere viene smantellato il tradizionale modello eroico, facendo risaltare le figure femminili (come ad esempio accade in “Alcesti”, “Elettra”, “Ippolito”).
Euripide disegna, allo stesso modo in cui un pittore lo fa su una tela, sulla scena donne caratterizzate da una parte da una forte sensibilità, dall’altra da irrefrenabili impulsi.
L’adattamento del capolavoro euripideo è interamente frutto dell’impegno di studenti, i quali, per la prima volta alle prese con il genere della tragedia, regalano al pubblico accorso cinquanta minuti densi di orgoglio, furore, vendetta.
Ecco brevemente la sinossi di una delle vicende più celebri e controverse della mitologia greca:
Medea, principessa della Colchide, innamorata di Giasone, aiuta lui e gli Argonauti a conquistare il Vello d’oro. Dopo il matrimonio e due figli, Medea, avendo abbandonato il padre Eeta segue Giasone a Corinto. Ma quest’ultimo, una volta giunto lì, ripudia la consorte, preferendole la figlia del re Creonte, Creusa.
Medea, rimasta sola, è costretta all’esilio.
Ferita profondamente nell’orgoglio, Medea, escogita un piano per vendicarsi di Giasone e dell’oltraggio subito.
A calarsi nei panni di Medea, che la tradizione descrive come una maga dotata di poteri divini, è Francesca Tricarico. Se in “Rumori fuori scena” nessun personaggio era più approfondito o degno di maggior spazio rispetto all’altro, in “Medea” domina su tutti, come regina senza trono, le cui azioni si ripercuoteranno sulle vite degli
altri.
Straziante, appassionata, divina, da’ vita ad una prova che rasenta la perfezione.
Talmente brava da catalizzare le attenzioni e gli sguardi del pubblico per l’intera durata della tragedia.
Giasone, Creonte e Creusa, rispettivamente interpretati da Andrea Neri, Francesco Rossi e Beatrice Ricci, sono solo personaggi di contorno, in attesa di essere sommersi dall’ira funesta dell’Eetide Medea.
Una menzione la meritano coro e regista: il primo coadiuvato dall’estenuante e meticolosa regia di Massimo Marani, si muove come fosse un solo corpo, puntuale come la morte a commentare o anticipare avvenimenti che risulteranno decisivi nell’economia della tragedia; esso è formato da giovani attrici, tutte alla loro prima esperienza, ad eccezione di Katia Bulgarelli, Beatrice Ricci ed Ilaria Castellini;
il secondo è reduce da un totale di sei spettacoli, tra cui “Rumori fuori scena” e “Atto 2 (Mania Oneiron)”, interamente scritto ed interpretato da Marani stesso; in “Medea” il personaggio del messaggero, portato in scena proprio da lui, rappresenta il paradigma del pathos nell’opera di Euripide.
Infine, ecco gli interpreti e artefici di questo splendido adattamento teatrale:
Francesca Tricarico (Medea);
Eleonora Croci (Nutrice);
Katia Bulgarelli (Ancella);
Edna Baroni (Pedagogo);
Matteo Piacenti (Egeo);
Francesco Rossi (Creonte);
Beatrice Ricci (Creusa);
Massimo Marani (Messaggero);
Bianca Savigni e Milena Cuccovillo (Figlie di Medea);
Andrea Velotto Fino, Laura Pifferi e Gloria Caiti (Erinni);
Clara Mattioli, Emilia Levizzani, M. Giovanna D’Ambrosio, Beatrice Ricci,
Ilaria Castellini e Sofia Martini (Coro);
Scenografia e Costumi, Francesca Scalabrini;
Assistenti alla regia, Francesca Scalabrini e Marta Fiandri.
Diretto da Massimo Marani, adattato da Francesca Tricarico e Marta Fiandri, “Medea”.
Luigi Ligato
Foto all’Astoria: Brigitta Ricci
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NONOSTANTE LE CREPE, SI ALZA IL SOLE. Quai Ouest a Vie Festival 2013
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Sulle sponde di un fiume mi sono seduto e ho sputato sui morti e sui vivi: questo avrebbe potuto dire Bernard-Marie Koltès sulla genesi di uno dei suoi primi drammi compiuti, Quai Ouest, portato in scena (nonostante il maltempo) da Andrea Adriatico all’interno di Vie dei Festival (in replica per Teatri di Vita fino al 9 giugno).
Sulle sponde di un fiume cerca la morte un inetto uomo d’affari, accompagnato da una segretaria pragmatica e un po’ isterica; arrivato lì per morire, salvato controvoglia, tutto il dramma è la ricerca della strada: prima per arrivare al fiume, poi per scappare verso la città più vicina. Via dalla periferia delle cose, dalla povertà o dall’ignoranza infantile, dal desiderio represso, ne
l rabbioso tentativo continuo di ingannare l’altro. I due involontari villeggianti cittadini (Gabriele Duma e Anna Amadori), diventano prede e oggetto di scherno, ponte per i sogni dei miserabili, sfogo mercificante alla propria voglia di fregare la vita. Ci sono molti sputi: di saliva, di pietra, di parole. Gli attori, impegnati in questo lungo gioco al massacro in attesa della notte, sono perfettamente divisi tra il lancio di frasi infuocate (come un sole a mezzogiorno) e la coreografia di ombre nel verde accompagnate dall’ottava sinfonia di Mahler. Spiccano, nel testo e in scena, Charles/Carlos (Francesco Martino) e la madre Cécile (Olga Durano), belluina e grottesca, portatrice di una irrazionalità fangosa ed esotica (non a caso il suo deliro agonico finale ne riporta in luce le radici sudamericane). Immobile e muto, oggetto e artefice della salvezza come della catastrofe, è il nero, Florentin Tchinda Mohamed: derubato e baciato da Charles, insultato e desiderato da Cécile, angelo della vita e della morte. E poi
i due personaggi più meschini, il freddo padre di Charles e l’amico truffatore (Gianluca Enria e Maurizio Patella).
Sulle sponde di un fiume (il Panaro a Finale Emilia, il Reno a Bologna) arriva anche lo spettatore. Quinte di mattoni nudi e un sipario di buio naturale, ma soprattutto le scarpe: scarpe spaiate, prese in ostaggio, rimaste a terra, lanciate, usate da una madre per calciare il figlio, ultimo lasciapassare per il paradiso (se di marca Weston). Perdere una scarpa è l’unico modo che resta a una ragazzina (Selvaggia Tegon Giacoppo) per essere certa di non sognare. Quai Ouest è un dramma del suolo, che deride e abbatte chi vola troppo in alto, ma che non idolatra nemmeno le profondità. Nelle crepe della città degli uomini, oltre ai cadaveri, nessun tesoro, ma solo la polvere.
Stefano Serri
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ECCE MAYA (PER GLI AMICI, MARIE – LOUISE). L’ Eolienne a Vie dei Festival 2013
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L’anno scorso, con Iceberg, la compagnia francese L’Eolienne (capeggiata dalla regista e coreografa Florence Carillon) aveva consegnato a Vie dei Festival una riflessione sull’etica e l’economia, sospesa (a mezz’aria) ma ben ancorata al mondo. L’opera di quest’anno, Marie-Louise, in prima nazionale al Teatro Fabbri di Vignola, vuole allenare uno tra gli organi umani più muscolosi, l’occhio. Chi è Marie-Louise? Il nome è usato, in francese, per indicare lo spazio tra il telaio e l’immagine di un dipinto: un’intercapedine dell’immagine dove può svilupparsi la riflessione. Lo spettacolo nasce sullo sfondo, o sul sipario, dove vengono proiettati capolavor
i della storia dell’arte di ogni tempo. Ogni quadro diventa tema e pretesto per le scene svolte dai danzatori: si va da Schiele a Géricault, passando da Bosch, Goya, Hopper. Trovano posto in questa carrellata un duetto appassionato per uomini in sottoveste con sedia o abbracci pop-art, un’avvolgente annunciazione al maschile (dove non si capisce chi più riceve e chi più ama) e una coppia di ballerine comicamente cigolanti.
Meno compatto e più eterogeneo rispetto a Iceberg, siamo di fr
onte alla conferma di capacità ginniche e circensi messe al servizio della poesia e dell’ironia. La dimensione acrobatica non agonistica e la messa in gioco del danzatore nella sua interezza sono ben evidenti nel lavoro svolto dai cinque interpreti: Arnaud Jamin, Sébastien Jolly, Valentine Mathiez, Marion Soyer, Guillaume Varin Solo nel finale si intravede un aggancio esplicito con la contemporaneità, ma l’educazione allo sguardo resta un’urgenza per il nostro occhio di spettatori del mondo: l’interrogazione dell’apparenza procede dietro il velo di Maya, fuori dagli schemi e dagli schermi
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Stefano Serri
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CREPUSCOLO DELLA TRAGEDIA Medea a Vie dei Festival 2013.
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Credo che gli dèi, a teatro, verrebbero solo per sorridere di se stessi: a sentirsi invocati anche in platea, uscirebbero in strada. Per alcuni una tragedia, dopo Cristo, non può nemmeno esistere; sappiamo comunque tutti la differenza tra un altare e un botteghino.
È sicuramente notevole l’energia messa in campo da Karina Medvedeva, giovane allieva dell’Accademia statale dell’arte teatrale di San Pietroburgo, così come è determinato il tentativo di rendere appassionato questo monologo da parte della regista Ekaterina Khanzharova, al Teatro delle Passioni di Modena il 26 e il 27 maggio. Questa energia, però, non tenta mai la via del racconto, traducendo la recitazione nell’incapacità di stare fermi. Parole sempre accompagnate da gesti e viceversa, entrambi retoricamente ridondanti, una solennità ieratica mescolata a foga espressionista: troppe cadute a terra, troppe urla. Rivolgersi all’alto, con
le braccia o lo sguardo, non rende più profonda la scena: è come se si invocassero gli déi con una fede fuori luogo, perché proprio con Euripide le divinità, necessarie fino ad allora al tragico, perdono lo spessore della trascendenza per diventare maschere sottili o contrattempi architettonici.
Se si porta sul palco quel crocevia tragico che è Medea, crogiolo di numerosi temi e motivi (l’esilio e il tradimento, lo straniero, la contrapposizione tra i sessi, l’infanticidio, la gelosia, il lato oscuro della magia e della natura), la polifonia sembra irrinunciabile. Si può sfuggire la citazione delle molte rielaborazioni artistiche succedutesi nei secoli (da Seneca a Von Trier o Müller, fino alla Callas di Cherubini o Pasolini) ma non si può fare i conti con una storia e una pratica, quella teatrale, che è impura per eccellenza.
La ritualità rimane più rimescolio di segni e non evocazione; il culmine drammatico dell’uccisione dei bambini, reso banalmente con l’uso di due piccoli pupazzi, non si avvicina per nulla all’abisso che ci circonda nelle più spoglie cronache locali. A guardare troppo lontano si rischia di non guardare nessuno.
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Stefano Serri
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LA LEGGEREZZA DELL’ANIMA SOSTIENE IL NOSTRO GIOCO De Anima a Vie dei Festival 2013
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I danzatori in scena, da quando sono entrati, hanno scherzato. Si vestono e svestono dei loro costumi e copricapi, mutuati da Arlecchini picassiani, si affrontano e ripetono sequenze, interrompendosi per tornare dietro il sipario, senza rassegnarsi a un nudo incrocio di entrate e uscite; al centro un pendolo, un uovo scuro che, per esserci, ha bisogno di essere spinto.
Ogni meccanica è incompleta.
Si sente Bach, il volume si alza o si interrompe; si sentono i fruscii puntiformi di un disco già alla fine, l’eco della musica in epoca sintetica; si sente Schubert: Nacht und Träume. Lo sapevamo, ma avevamo bisogno di sentircelo indicare: l’anima è un pastello.
Gli artisti esprimono la loro generosità nel farsi fragili, come se il loro creare iniziasse ai margini dell’opera, tra gli intervalli, gratuitamente. E da soli non lasciano tracce. Solo q
uando si incontrano, in baruffe o duetti, o si accompagnano pietosamente, solo da un loro contatto la grazia dei corpi ci rassicura sulla necessità dell’anima.
I danzatori in scena hanno finito di scherzare. Hanno sudato molto, agito con precisione, e ci hanno guardato a lungo. Rimane la locandina, qui al Teatro Storchi di Modena, il nome di Virgilio Sieni, quello dei sei interpreti e collaboratori (Jari Boldrini, Nicola Cisternino, Giulia Mureddu, Andrea Rampazzo, Sara Sguotti, Davide Valrosso). E anche, risalendo, il titolo di questo spettacolo, De Anima: non manca nulla, nulla è di troppo.
Dentro una bellezza ce n’è sempre un’altra.
Stefano Serri



