QuartaParete
C’ERA UNA VOLTA LA MIA STORIA. Se rompen las olas a Vie dei Festival 2013
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Una ragazza che deve fare i conti la sabbia: la sabbia di un terremoto, quello che nel 1985, l’anno prima che nascesse, ha colpito Città del Messico; ma anche la sabbia della spiaggia dove si ritrova, anni dopo, già donna, a fare i conti con la propria storia. Questo è Se rompen las olas (Si rompono le onde), lo spettacolo in lingua spagnola andato in scena al teatro Dadà di Castelfranco Emilia. Sul palcoscenico fotografie di famiglia e canzoni popolari, spezzoni di radiocronache e oggetti dell’infanzia, tanti tentativi di “io” e “noi”.
Un esercizio di memoria tra le crepe: questo montaggio degli attaccamenti, diretto e interpretato dalla giovanissima Mariana Villegas con la compagnia Lagartijas Tiradas al Sol, è un concerto di interferenze tra la biografia interiore e quella collettiva, ma anche tra la storia di una famiglia raccontata a una bambina e la verità urlata sul palco da quella bambina una volta cresciuta. E, nonostante la lontananza dagli eventi del sisma, la protagonista può raccontarlo, perché parte di una storia collettiva.
Semplice, a tratti elementare, nella scelta di oggetti o azioni fisiche per commentare gli eventi, il punto di forza di Se rompen las olas è nella volontà di mostrare, senza abbellimenti o retorica compassionevole, l’importanza e l’unicità di ogni vita (sulla scena).
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Stefano Serri
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RUMORI FUORI SCENA
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Attiva da otto anni e formalizzata tre anni fa, la compagnia “Teatro Momart”, nata grazie a Sara Tosi e Francesco Manelli (dopo essersi entrambi affermati individualmente sul territorio), al teatro Carani, che fortunatamente è quasi pieno nelle poche occasioni in cui è aperto al pubblico sassolese, presenta “Rumori fuori scena”, commedia in tre atti di Michael Frayn, pluripremiata e che oggi è considerata una delle pietre miliari del genere.
“Noises off” è la storia di un gruppo di sgangherati attori, guidati da un regista tanto perfezionista da spremerli fino al midollo, alle prese con la prova generale della commedia “Nothing on” (“Niente addosso”).
Il centro attorno al quale la narrazione ruota è una casa di campagna, dove convergono le vicende di diversi personaggi, tanto improbabili quanto micidiali.
Non è finita. Si tratta di uno strabilianteesempio di meta teatro (teatro nel teatro).
Interruzioni, errori, tensioni, riappacificazioni sono a dominare sulla scena (domata da un’atmosfera che rasenta l’isteria), allo stesso modo in cui lo fanno gli dei dell’Olimpo in una tragedia greca.
Nel primo atto assistiamo alla prova generale dell’atto proemiale di “Nothing on”, che scatena risate e applausi nel pubblico accorso, per l’incredibile sequenza di battute, tanto esilaranti quanto taglienti come una lama affilata.
Ma i giovani teatranti realizzano un capolavoro nel secondo atto: un interminabile inseguirsi e sfuggirsi coinvolge l’intero cast nel “dietro le quinte”.
Con la scioltezza e l’esperienza tipica dei grandi nomi del teatro italiano con gesti, sguardi e tempi perfetti, tutti quanti risultano strepitosi, poiché non v’è alcun personaggio che prevalga sull’altro, come se fossero giustapposti alla maniera di tessere colorate di un maestoso mosaico. Più adrenalinico di un film d’azione, più schizofrenico di un trip psichedelico, il solo atto II vale l’intero prezzo del biglietto.
Forse nell’ultimo atto la comicità risulta meno convincente rispetto ai due precedenti, ma essendo il finale questo è un difetto altamente trascurabile.
Interpretata per lo più da studenti (si spera continuino sulla strada della recitazione dopo il percorso scolastico), “Rumori fuori scena” chiude in bellezza la stagione teatrale 2012-13 al Carani. Una commedia che sarebbe un delitto perdersi!
Una nota di merito se la guadagna Francesco Manelli, abile sia come regista di questo splendido gruppo di interpreti, sia come attore, nei panni dell’esigente regista Lloyd Dallas.
Ecco gli interpreti:
Sara Tosi (Dotty Otley/Signora Clackett), notevole;
Massimo Marani (Garry Lejeune/Roger Tramplemain), onnipresente;
Mirko Bertoni (Frederick Fellowes/Philip Brent), incredibile;
Marta Fiandri (Brooke/Ashton Vicky), spassosa;
Francesca Tricarico (Belinda Blair/Flavia Brent), elettrizzante;
Enrico Meglioli (Selsdon Mowbray/Scassinatore), strabiliante;
Roberta Ferocino (Poppy/Direttrice di scena), ottima;
Marco Meglioli (Tim Allgood/Direttore di scena), fenomenale;
Francesco Manelli (Llyod Dallas/Regista), fantastico.
Infine, prendendo le iniziali degli aggettivi attribuiti agli attori, tutto questo è “Noises off”.
Luigi Ligato
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In fondo agli occhi a Vie dei Festival 2013. LIRICO E CIVILE
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Se la Storia del nostro paese fosse una storia d’amore, forse ci piacerebbe di più camminare e parlare per le strade d’Italia. Se poi, in questa storia, ci fosse posto per l’ironia e la risata, forse eviteremmo molti comizi e qualche sbadiglio.
In fondo agli occhi, della Compagnia Berardi-Casolari, ha provato a realizzare tutto questo. Nella prima parte dello spettacolo gli attori si buttano sul pubblico a scuotere e riscuotere opinioni e luoghi comuni, senza falso ottimismo, cercando di solleticare diaframma e coscienza. Su questo sfondo prende corpo il nucleo forte dello spettacolo, una storia d’amore tra una barista, Italia (Gabriella Casolari) e un cliente cieco, detto Tiresia (Gianfranco Berardi). La difficoltà economica e il tradimento convi
vono con l’attenzione per chi passa e le speranze: di fuga, più che di rivalsa. Frutto di una lunga ricerca iniziata nel 2011 (proprio il 150o anniversario dell’Unità d’Italia), il progetto dai bar del territorio è approdato dal 24 al 26 maggio nell’accogliente TeTe Teatro Tempio di Modena, luogo dove arte e società hanno spesso modo di confontarsi.
La regia conferma l’abilità peculiare di César Brie nell’usare azioni fisiche, oggetti e materiali, riassumendo con un vestito o poco più intere esistenze, come nella bella sequenza sui passanti che attraversano la vita di un bar. Tutto senza paura che il sentimento o il riso siano immediati più che cerebrali, tenendo ben stretti il lato lirico e quello civile delle nostre coscienze.
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Stefano Serri
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DAL DIARIO DI UN RISORTO. Memento mori di Pascal Rambert a Vie dei Festival 2013.
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DAL DIARIO DI UN RISORTO
Memento mori di Pascal Rambert a Vie dei Festival 2013
“Voglio tornare indietro nel tempo, fino al periodo Aurignaziano, al Paleolitico”: così dice Pascal Rambert della sua performance, Memento mori, presentata in esclusiva nazionale al Teatro delle Passioni di Modena il 23 maggio. Ma più che della vita dopo la cacciata dal paradiso, questo spettacolo sembra la testimonianza di sopravvissuti.
La grammatica del paradiso terrestre si capovolge nel diario di un risorto. Sulle pagine completamente nere della scena (il buio regna, assoluto o quasi, per gran parte dello spettacolo) tocca ai corpi rifare luce. I cinque performer (Elmer Bäck, Rasmus Slatis, Anders Carlsson, Jakob Ohrman, Lorenzo De Angelis), compongono, più che un racconto, una sequenza di calligrammi.
Non ci sono quasi assoli, le figure nascono da contatti o fusioni.
Verso la fine dello spettacolo, tutto inizia a colorarsi, a dare rumore (strisciante e viscido) mentre un odore, fresco e vegetale, riempie il teatro: l’ultima istantanea di questo album ci consegna cinque uomini, nudi, su un palco invaso da polpe e frutti calpestati. Il poter “ricordare di morire” del titolo si ribalta nella prospettiva di un suo superamento e il dispositivo scenico
che accoglie lo spettatore (sostanziale l’uso delle luci, curate da Yves Godin) si configura come una sorta di esercizi propedeutici al dopo morte, utili al corpo del performer quanto all’occhio dello spettatore.
Per non restare chiusi nella natura di morituro, l’uomo ha almeno tre strade: evitarla (il campionario dei miti d’immortalità è ben assortito), ingannarla, ad esempio con la reincarnazione, o, appunto, attraversarla. In sordina, però: la musica (curata da Alexandre Meyer) non si fa mai discorso, solo un crescendo leggero che culmina quando è ora di aprire gli occhi.
Pochi gesti, molto tempo per guardare, i corpi ricongiunti: ci verrà in questo modo l’abitudine all’eterno. Non a caso lo spettacolo è esplicitamente sconsigliato ai claustrofibici: ci vogliono polmoni e occhi ben allenati, per ricordare la morte.
Stefano Serri
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LA GUANCIA FERITA NON IMPEDISCE IL SORRISO.
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23 maggio – 1 giugno: corpi, terre e lingue alla IX edizione di Vie dei Festival.
L’importante, a teatro, è non fare finta di niente: se uno spettatore sviene, una quinta cade o fuori passa una sirena, chi è in scena s’accorge, reagendo a quanto accade. Vie dei Festival 2012 aveva vissuto la caduta, intorno a sé, di scenari e pubblico. Le crepe sembravano avere vinto: alcuni spettacoli rinviati, la festa teatrale interrotta. L’edizione di quest’anno, con estrema consapevolezza dell’accaduto, conferma che il teatro è allergico all’indifferenza.
Lo fa soprattutto con tre scelte, materiali, estetiche ed etiche. La prima riguarda il biglietto: per i residenti delle zone terremotate, ogni spettacolo 3 euro. Poi i luoghi scelti per gli spettacoli: oltre a luoghi tradizionalmente deputati della città e della provincia, alcuni spettacoli saranno a Finale Emilia, Mirandola, Novi, San Felice e Soliera. Infine, la popolazione colpita prende voce e arriva in scena. Nella trilogia che Virgilio Sieni e la sua compagnia porterà a Carpi e
Modena, spicca la collaborazione con L’Accademia sull’arte del gesto, con abitanti delle zone terremotate. Anche gli esiti dei laboratori della Piccola Compagnia Dammacco (Autoritratto) coinvolgeranno cittadini di Novi e Rovereto sul Secchia, così come Marco Martinelli e Teatro delle Albe (Viaggio al centro della terra) al lavoro con i ragazzi di San Felice sul romanzo di Verne.
Ritroviamo nel programma del festival nomi noti al pubblico di Vie e di Modena: César Brie, Pippo Delbono, Marco Plini, il Teatro delle Ariette. Confermata anche l’attenzione al teatro straniero, in lingua originale: dalla Medea russa di Karina Medvedeva al dittico greco di Terzopoulos, passando per spettacoli in lettone (Onegin.Commentaires), portoghese e spagnolo.
E dopo le lingue, i corpi in movimento: si alterneranno numerosi danzatori e perfomer, a partire dagli spettacoli inaugurali di giovedì 23 maggio (Pascal Lambert e Collettivo Cinetico). Spiccano il ritorno di Jonathan Burrows (quattro spettacoli, insieme al compositore Matteo Fargion), della compagnia francese L’Eolienne, di Bruno Beltrão con il Grupo de Rua. Senza dimenticare gli incontri alla Biblioteca Delfini (Autocritica) e sul rapporto Teatro e Carcere (27 maggio). Infine, i concerti di NODE (festival dedicato all’incontro tra ari visive, musica e nuove tecnologie) ci regaleranno, oltre a Demdike Stare, l’appuntamento finale al Teatro Storchi, sabato 1 giugno, con il concerto di Murcof + Simon Geilfus [AntiVJ].
https://m.facebook.com/viefestivalmodena
Stefano Serri
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QUESTA SERA SI RECITA UN OGGETTO: Onegin, Commentaries di Alvis Hermanis a Vie dei Festival 2013
0Se Nabokov aveva creato in Fuco pallido un romanzo tra le note a una poesia, qui le spiegazioni non diventano storia (anche se sfiorano la Storia) ma sono il piacevole diversivo ai versi: quando rievocano Onegin gli attori per lo più chiudono gli occhi. E l’occhio lo si strizza forse un po’ troppo allo spettatore, insistendo su curiosità e dettagli di costume. Questo ha da un lato il pregio di creare anticlimax significativi (come nella lettera di
Tatiana), ma il meccanismo non si rinnova nel corso dello spettacolo. Non si arriva a un atto ermeneutico, ma a un’onesta e soddisfacente opera di volgarizzazione: con questo presupposto, possiamo meglio godere quello che tutti gli attori del Jaunais Rīgas Teātris mostrano, energia e leggerezza adeguate all’operazione. Oltre all’Onegin di Kaspars Znotiņš e al pseudo-Pushkin di Vilis Daudziņš, nel cast Andris Keišs, Ivars Krasts, Kristine Krūze e Sandra Zvīgule,.
Non c’è contrapposizione di ruoli tra i comici rie
vocatori e i personaggi lirici rievocati: tutto procede fluido, lontano dalla contrapposizione metateatrale di registri di un Ariadne auf Naxos straussiana. La diversità di epoca e di sentimenti non crea conflitti, al massimo bonarie riflessioni sociologiche. La scenografia di Andris Freibergs è salottiera come il clima, la chiacchiera non scalfisce che raramente (i libri, ad esempio) gli elementi scenici stipati in proscenio.
Piccola appendice di costume teatrale. Uno scoglio possibile, quello del bilinguismo (spettacolo in lettone e versi in russo) mi sembra sia stato ben risolto con l’uso del traduttore simultaneo, più indicato dei titoli in uno spettacolo di tante parole: uno strumento discreto, nonostante i numerosi tonfi degli apparecchi in corso di rappresentazione. Si invitano quindi gli spettatori a tenere ben stretto quello che viene dette a teatro.
Stefano Serri
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