QuartaParete

cloture (photo Marc Dommage)

La distruzione di un amore: Clôture de l’amour di Pascal Rambert

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Se siete stati lasciati, o avete lasciato qualcuno, e rimpiangete ancora di non aver detto tutto quello che potevate, avreste trovato un cospicuo risarcimento dallo spettacolo scritto e diretto da Pascal Lambert, Clôture de l’amour, andato in scena al Tetaro delle Passioni di Modena per Vie dei festival.

Un uomo parla per un’ora alla donna che vuole lasciare; per l’ora successiva la donna risponde. Ma il testo in questione, lirico e drammatico insieme, smentisce chi crede che in teatro , prima o poi, qualcosa deve succedere sempre. Clôture indica in francese la chiusura, la fine, ma anche la recinzione, il chiostro. E se l’argomento è proprio la separazione, proposta o meglio imposta dalla prima voce in scena, quella di Stan, il dramma è claustrofobico e statico, un vero e proprio recinto dove raccogliersi, misurarsi, combattere.

Audrey Bonnet e Stanislas Nordey: il testo è stato scritto per i due interpreti in base alle loro caratteristiche sceniche, tanto che i personaggi stessi portano i loro nomi di battesimo (espediente caro a Thomas Bernhard). L’estrema tensione analitica destinata a ogni parola e la tensione di ogni gesto rendono Stan un uomo che valuta tutta la sua storia d’amore come un errore, analizzandola con rigore encicopledico e una terminologia ipercurata quasi ridicola (“non possiamo riparametrare la nostra storia”). E ogni momento felice del passato viene investito da questa volontà interpretativa, fino a snaturarlo. Audrey non accetta questa gabbia. Nervosa ed elastica, le sue frasi iniziano al lato opposto della stanza con un silenzio e terminano in faccia all’ex compagno gridando parolacce liberatorie. Quello che rivendica è “l’esserci stato” di un amore, con le frasi che non si possono più cancellare, con i figli, i momenti, il desiderio di futuro.

Una chiave di lettura del testo “rosa” ci potrebbe far correre a schematismi come “Donne Vs Uomini”: gli uomini fanno così, le donne così. Ma la contrapposizione tra le due voci è ben più radicale e credo si debba oltrepassare il contenuto di questo bi-monologo.  Così come i due protagonisti di Nella solitudine dei campi di cotone di Koltès non trattavano solo un affare, così qui non si tratta solo la fine di un amore.Sono due modi diversi di porsi nella vita; le parole guidano il senso per Stan, dentro il cuore dei fenomeni che viviamo e colonizziamo con i nostri ricordi, con le nostre emozioni, per Audrey.

Parlano entrambi di guerra, ma non siamo a uno scontro di boxe, quanto a una reciproca dissezione anatomica. L’unica interazione con l’altro si ha proprio nel corpo: si osserva come le parole facciano piangere l’altro, abbassare gli occhi, piegare il corpo, e impietosamente si evita qualsiasi conforto, spingendo le frasi in fondo alle ferite. Se siete stati lasciati o avete lasciato qualcuno e avete ancora il rimpianto di non avere fatto tutto quello che dovevate fare, questo spettacolo potrebbe farvi capire che il teatro può fare davvero male.

 

Stefano Serri

 

 

Them

Quattro cose che so della danza: “Them” al Teatro delle Passioni di Modena per Vie dei Festival.

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Uno spettacolo senza parole, per uno spettatore un po’ verboso come me, è sempre una sfida intricata: non tanto per la difficoltà di rintracciare una storia in assenza di dialoghi (ci sono spettacoli che per fortuna non raccontano un bel niente, ma ci stupiscono o accusano o estasiano) quanto per l’estrema ulteriore libertà lasciata. Poche parole e mal comprensibili, oltre ai nomi degli interpeti, accompagnano Them, creazione dei due coreografi Nabih Amaroui & Matthieu Burner. Nemmeno la musica ci sostiene, sostituita da una sparuta partitura di rari suoni. Eppure, passando dall’anatomia del movimento alla fisiologia del contatto, i quattro interpreti mi hanno suggerito quattro tratti del volto della danza, attraverso gli schermi trasparenti delle meccaniche terrestri.

1. LA DANZA È SIMPATICA: la danza viene esplicitamente mostrata come “arte simpatica”, cioè che si trasmette per vicinanza e contatto: dietro qualcuno che balla, c’è sempre qualcuno che invita, e il movimento nasce per imitazione o stimolazione o sfida raccolta (l’avvio sembra un contagio, partendo da Davide Sportelli ).

2. LA DANZA STA A PIEDI NUDI TRA AMICI: sul palco non c’era la volontà di proclamare un discorso estetico programmatico né di sviluppare esercizi retorici: siamo stati piuttosto coinvolti in una conversazione felice tra amici ben accordati tra loro, anche nell’ignorarsi o scavalcarsi. Ad esempio, la lunga e isolata rotazione perimetrale di Grayson Millwood mentre gli altri tre non finivano d’incastonarsi. Niente muse: quattro ragazzi a piedi nudi (e sporchi), ognuno con un paio di pantaloni e una maglietta (e una felpa in più, scambiata tra loro come il resto dei sudatissimi vestiti).

3. LA DANZA SUONA LE RUGHE: la scena era solamente coperta da un grande telo di plastica nera, una pelle che veniva percorsa e scompigliata, come possibilità di un groviglio, una sorella accartocciata, un inciampo sonoro. Non a tutti è dato sfruttare e far suonare così bene le rughe sotto i propri piedi. Il corpo esige gradazioni e accomodamenti: si va dal crepitio delle giunture che si dislocano negli scorci dei corpi, (su tutti quello denudato di Joris Camelin, degno dei quadri di Bacon) fino  all’affermazione ritmica dello sguardo, come se l’occhio fosse articolazione indispensabile al tocco.

4. LA DANZA SPOSTA: non sono rimasto fermo in poltrona, osservando qualcosa di nuovo sullo spazio e su di me: ad esempio che un corpo si abbraccia o si solleva non solo con le mani e le braccia, ma si può alzare o far camminare un uomo nell’incastro di testa e piedi, esplorarsi con la faccia, con l’intensità di Ante Pavic, senza gerarchia tra quello che abbiamo in alto o tra le gambe. Senza paura di sovrapporsi o intrecciarsi: in questa epoca di paura del contatto con il vicino (che è sempre più diverso) è una piccola rivoluzione questo invitare a incontrarsi.

 

Stefano Serri

 

EOLIENNE ICEBERG

I sommersi e i salvadanai: L’Iceberg di L’Éolienne a Vignola per Vie Festival.

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La nostra economia è davvero un circo: equilibrismi, con o senza rete, e molti, molti pagliacci intenti a intrattenere il pubblico. Ma questa volta, con lo spettacolo L’Iceberg (andato in scena al Teatro Fabbri di Vignola il 26 e il 27 maggio per la rassegna Vie dei Festival) l’arte del tendone combatte i signori grigi della finanza, immergendosi nell’oceano contemporaneo per svelare quello che c’è di sommerso.

La coreografa Florence Caillon, musicista e artista circense, ha fondato la compagnia L’Éolienne nel 1999; dall’incontro con lo scrittore e giornalista Denis Robert nasce questo spettacolo. L’argomento è scottante e attuale: Robert ha esplorato l’attività di un’importante società finanziaria francese, mostrando la dubbia moralità (nonché liceità) dei suoi sistemi e dei legami intrattenuti con il potere (non solo quello ufficiale). In scena, un “circo coreografico” con tanto di funi, elastici, altalene e, naturalmente, corpi alzati nell’aria e intrecciati.

Che si tratti di due binari da seguire parallelamente – la parola, registrata e proiettata, e il movimento – lo esplicita la struttura dello spettacolo: siamo di fronte alla trasmissione dei risultati di una inchiesta giornalistica accompagnati dal “commento” di danza e numeri acrobatici. Ma il risultato è quanto di meno posticcio e pretestuoso si possa pensare. L’energia dei corpi e l’orchestrazione di una partitura varia e articolata (dal marionettismo al pugilato, dalla contrazione epilettica alla costruzione di masse armoniose) accompagna le parole senza mai essere casuale né dottrinale: il gesto e la passione riescono a far sì che quelle rivelazioni alle quali troppo ci stiamo abituando (l’avanzamento di oligarchie finanziarie, l’infittirsi delle reti di potere bancario) acquistino una puntualità e un’urgenza nuove. L’indignazione di corpi che si percuotono e cadono da una prigione di travi metalliche e reti è più forte di urlo e di uno striscione. Gli interpreti di questo tour etico sono veri e propri atleti della riflessione e il pubblico capisce sulla propria pelle che, anche a teatro, l’immobilità è il vero reato.

 

Stefano Serri

 

 

Divina-Commedia-Nekrosius un momento dello spettacolo

Le vie (del teatro) non sono finite: “Divina Commedia” di Nekrošius a Modena per Vie dei festival.

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In quel grande tentativo di enciclopedia del simbolo che è il teatro del regista lituano Eimuntas Nekrošius, tutto – ogni elemento naturale, ogni materiale e oggetto, ogni azione fisica, suono o segmento corporeo – può diventare il correlato oggettivo di un testo. Se nella prima parte la partitura di questa Divina Commedia esegue questo montaggio conseguendo armonia, portandoci dallo smarrimento iniziale alla curiosità fino alla convinzione di trovarci in un percorso non casuale, nel resto dello spettacolo la coerenza si sfilaccia a favore della ripetizione, sfiorando a tratti il didascalico, inanellando episodi più o meno riusciti sopra il testo (in lituano, con sopratitoli). Una delle intuizioni più coinvolgenti è la periodica evocazione di Beatrice, la cui nostalgia e rievocazione è guida nel labirinto; ma se all’inizio questa presenza ci meraviglia e commuove, all’ennesimo e insistito apparire della figura e del leitmotiv collegato (una celebre melodia di Tchaikovsky) oltre a non rinnovare il miracolo dell’apparizione si rischia di sciuparne il ricordo.

Alcune singole figure paiono sicuramente meno memorabili – un Caronte esagitato, un Maometto esotico – ma in molti casi il testo e il gesto intrattengono tra loro una conversazione felice, la poesia della scena. Paolo e Francesca intenti a sottolineare il loro libro, una cinguettante Pia de’ Tolomei, ma soprattutto la massa dei dannati, organismo che muove – all’orrore, alla pietà, ma comunque muove. L’ironia non manca, a volte un po’ facilona, a volte inaspettata, come nel personaggio 2πR, ovvero creatore dei cerchi infernali.

Ma questo spettacolo non è solo l’inferno; il titolo, appunto, è Divina Commedia. L’ambizione molto alta, quindi, perché conosciamo più adattamenti della prima cantica soltanto. Tentativo che ci richiama altri registi e altri teatri; per restare vicini a noi bastano i nomi di Tiezzi e Castellucci. Ma Nekrošius non realizza un trittico dai pannelli ben equilibrati: due capitoli sono dedicati all’Inferno, uno al Purgatorio. La sensazione che la fine non sia una scelta poetica né uno stadio provvisorio della messa in scena, ma che sia venuta per esaurimento dello spettacolo, resta sospesa nell’aria.

La partitura dell’opera è sicuramente riuscita: la scelta di episodi e versi è ampia e non limitata ai punti più noti; gli attori entusiasmanti e perfettamente inseriti nel suo dipanarsi; le luci e la musica (con in scena un pianoforte, un violino e una grancassa) raramente finalizzati a effetti gratuiti. Ma il risultato è decisamente lungo. Lo spettatore teatrale abituato a maratone sceniche, ad esempio il passante non casuale che sceglie la rassegna di Vie dei Festival a Modena, potrà ritenerlo un commento “provinciale”: ma non mi riferisco alla durata cronologica delle quattro ore e mezza nella serata tra il 26 e il 27 maggio passata al Teatro Comunale Luciano Pavarotti. Questo spettacolo è stata un’occasione per confermare che la parte peggiore del teatro sono gli intervalli, interruzioni di quel ritmo poematico che si era dall’inizio costruito gradualmente e che le riprese non possono meccanicamente far scaturire nuovamente. La sensazione di un libro, molto amato, sì, ma che, chiuso e riaperto nei punti sbagliati, una volta riaperto fatichi ad amare come prima.

 

Stefano Serri

 

La rassegna Vie dei Festival si svolge dal 24 maggio al 2 giugno nei teatri di Modena e provincia. Anche quest’anno sul sito dell’Associazione Concretamente  Sassuolo le recensioni di alcuni degli eventi in cartellone.

 

 

principedihomburg

Crepuscolo della colpa : Il principe di Homburg per Cesare Lievi.

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E’ andato in  scena al Teatro Storchi di Modena dal 3 al 5 maggio questo spettacolo che ha il suo valore maggiore nel testo prescelto, anello centrale di un’ideale saga del sogno e dell’arbitrio che il romanticissimo e suicida Heinrich von Kleist componeva all’inizio del diciannovesimo secolo. Assieme ali altri capitoli (teatrali come La brocca rotta, o narrativi come Il duello e La marchesa von O.) anche questo dramma in cinque atti ci consegna un autore dedito all’etica, sospeso tra Giobbe e Kant, tra l’onore algebrico ed estremo di un Cid corneillano e i processi kafkiani. Per complicare ulteriormente questo crocevia, ecco apparire prepotentemente il tema del sogno, cifra romantica per eccellenza, ma che richiama alla memoria il barocco, in primis quello del teatro spagnolo. C’è sempre un “Padre” (che sia un giudice, un codice o una patria) che diventa il muro con o contro il quale i protagonisti possono scegliere di scagliarsi o sostenersi.

La complessità di questi riferimenti non trova però grande riscontro nelle messa in scena e nelle scelte registiche di Lievi, qui in veste anche di traduttore. Il romanticismo che ci viene restituito è quello dei neoclassici, contenuto, dorico, senza nessuna tempesta e con pochi assalti: l’iconografia di riferimento per la scenografia è lontanissima da Füssli, più vicina a un David o un Hayez. Più penetrante l’accompagnamento musicale scelto – Robert Schumann, il Beethoven degli ultimi quartetti – che ben condensa da un lato il tormento onirico, dall’altro la risoluzione etica. La fedeltà estrema al testo sfocia in una certa rigidità, anche se l’insieme degli attori sostiene il dramma con coerenza: nel ruolo eponimo, Lorenzo Gleijeses, affiancato tra gli altri da Emanuele Carucci Viterbi, Ludovica Modugno, Maria Alberta Navello, Stefano Santospago. Le contenute scelte registiche sono delicate e suggestive, sostenute da un uso delle luci molto calibrato, ma forse veli e chiaroscuri non restituiscono al testo tutto il suo spessore. La moderazione resta comunque una lezione (estetica e morale) sempre valida.

 

Stefano Serri

The End

Decalogo per la mia morte: THE END di Babilonia Teatri.

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Si inizia dalla tomba, si finisce con un bambino in braccio (vero, di pochi mesi, avuto dalla protagonista). Andato in scena dal 12 al 14 aprile, THE END è il monologo di Valeria Raimondi che ha concluso la stagione del Teatro delle Passioni di Modena. Affiancata da Enrico Castellani alla drammaturgia, Ilaria Dalle Donne e Luca Scotton per le scene e le luci, l’interprete ci travolge con l’energia della ripetizione costante e scandita di queste litanie del nuovo millennio, più vicine alla lista della spesa o al dizionario dei luoghi comuni che alle orazioni. La totale assenza di sfumature e la fissità del volto esaltano la parola e il suo contenuto: una riflessione civile sull’esistenza che non diventa mai sermone né lamento.

Gli argomenti (la tomba, la morte dell’uomo e dell’animale, la scelta del suicidio come antidoto all’invecchiamento) sono i capitoli di questa via crucis a ritroso, dal sepolcro alla mangiatoia. Ogni tappa ha ben saldi alcuni elementi: la scenografia spogliata da ogni quinta e fondale, riempita da pochi oggetti – pezzi di un crocefisso riassemblati in corso d’opera, una pistola, un frigorifero che contiene le teste di un asino e un bue, un computer, una stella cometa di cartone e lustrini – i movimenti limitati e funzionali. Elementi secondari di uno spettacolo che ha la sua forza nel testo. La lingua usata è quella già sperimentata dal gruppo, un italiano che indulge al dialetto veneto, aspro, con la rima esibita, modellato su proverbi, caricato da ripetizioni e con lunghi elenchi e variazioni su tema dato:

“non mi vedrete con le mutande piene de merda / nuotare nel mio stesso piso / non mi farò lavare da una troia che non sa la mia lingua / non vedrò la vostra faccia di culo una volta al mese / non offrirò lo spettacolo del mio cervello che marcisce / non aspetterò che mi si formino le piaghe sul culo/ non mi farò ficcare in bocca le vostre pastiglie di cui non so pronunciare il nome […]”

 

Stefano Serri

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