Articoli con tag Vie Festival 2012
Il teatro continua nel furgone: Gli Incauti, con Hamelin, chiudono Vie dei Festival.
0
Nel retro del Teatro delle Passioni, laboratorio quasi magazzino, c’è una porta scorrevole; è già capitato a chi frequenta questo teatro di poter accedere agli ambienti “altri” di questo teatro intimo, evitando di accomodarsi troppo nella consueta platea (ricordo l’itinerante spettacolo su Delfini nel 2009 “Io parlo ai perduti” diretto da Claudio Longhi). Ma questa volta, in ritardo, la porta a vetri si apre sul parcheggio dove, di corsa, gli attori entrano portando al loro furgone ancora acceso i pochi pezzi di scenografia e costumi indispensabili. Si allestisce sul momento il tutto, si ricompone il testo man mano, con l’aria sì d’improvvisare e
costruire, ma con un ritmo incalzante tra i sei interpreti in scena.
L’incipit della favola del pifferaio magico, incantatore dei piccoli topi che infestano la città di Hamelin, è cifra oltre che titolo all’opera; parabola che dai fratelli Grimm ha conosciuto diverse riscritture, ad esempio L’Accalappiatopi di Marina Cvetaeva. L’incipit, si diceva: e in realtà solo quello, perché la soluzione finale al problema dei topi non ci viene mostratain questa opera. Che parla di piccoli, naturalmente, con l’indagine che il giudice Montero (Stefano Moretti), combattuto tra i propri incubi familiari e le sfumature della colpevolezza, svolge su un caso di sospetta pedofilia,
affiancato da una psicologa dal sorriso seducente e irritante (Giulia Valenti). Vittima indigente e carnefice borghese (interpretati entrambi dallo stesso attore, Luca Carboni ) mostrano un legame ambiguo, sospeso tra un amore esplicitamente dichiarato nella sua purezza e regali provvidenziali alla famiglia del bambino, la cui compiacenza è anch’essa dubbia. Non si arriva al verdetto; a un certo punto allo spettatore stesso non interessa più la soluzione del caso, quanto l’ascolto di tutte le voci. Ci sono comunque personaggi umanissimi, non solo funzioni narrative alla Propp: ad esempio lo spaccato di povertà delle periferie urbane, incarnato nei genitori del piccolo Gian Maria (la dolente mater dolorosa e onnipara di Diana Manea, il verace Marco Grossi, entrambi assistenti alla regia).
Lo spettacolo, andato in scena a Modena l’1 e 2 giugno, è il frutto di un progetto promosso dalla fondazione ERT, la Regione
Emilia-Romagna e il Ministero della Gioventù, nell’ambito dell’Accordo GECO 2 (Giovani Evoluti e Consapevoli). Per chi non conosce il testo dello spagnolo Juan Mayorga (autore poco conosciuto in Italia) forse non comprende dove termini l’invenzione dello scrittore e inizi la poesia degli interpreti. La regia di Simone Toni non solo dichiara una meta-teatralità giocosa e continua, dal coinvolgimento degli spettatori in scena (compreso chi vi scrive) all’abbattimento degli spazi e dei consueti confini, ma mostra una possibilità didattica del teatro, mai sentenziosa e sempre coinvolgente: insegnare non solo rispetto al tema (come ascoltare i piccoli, preferendo la favola alla diagnosi) ma anche all’azione scenica. Scopriamo ad esempio che esistono davvero infiniti modi di caratterizzare il silenzio: questo avviene attraverso un personaggio singolare, l’ Actador (Federica Castellini), traducibile come “Didascalista”, un misto tra voce narrante e mano registica scoperta, tra l’Hinkfuss pirandelliano e il Kantor manovratore di automi, ma molto verbale, quasi verbosa, e assolutamente mai neutrale. L’estetica contemporanea, più incline all’urlo espressivo, ha dimenticato la lezione ad esempio di un Jean-Jacques Bernard, che ideò e portò avanti con la sua drammaturgia un vero e proprio “Teatro del silenzio”. In questa opera, che esplora la violenza del linguaggio delle istituzioni (giornalistica, giuridica, pedagogica) davvero non ci si stanca mai di sentire quale direzione possiamo intraprendere seguendo questa didascalia: Silenzio.
Che se poi, mentre noi applaudiamo al termine dello spettacolo, gli attori in tutta fretta ripartono sul loro furgone e scappano via, viene davvero voglia di seguirli. Lo sapevo (ma ci speravo) che andava a finire così: per noi topi di platea è il teatro il vero pifferaio magico.
Stefano Serri
La distruzione di un amore: Clôture de l’amour di Pascal Rambert
0
Se siete stati lasciati, o avete lasciato qualcuno, e rimpiangete ancora di non aver detto tutto quello che potevate, avreste trovato un cospicuo risarcimento dallo spettacolo scritto e diretto da Pascal Lambert, Clôture de l’amour, andato in scena al Tetaro delle Passioni di Modena per Vie dei festival.
Un uomo parla per un’ora alla donna che vuole lasciare; per l’ora successiva la donna risponde. Ma il testo in questione, lirico e drammatico insieme, smentisce chi crede che in teatro , prima o poi, qualcosa deve succedere sempre. Clôture indica in francese la chiusura, la fine, ma anche la recinzione, il chiostro. E se l’argomento è proprio la separazione, proposta o meglio imposta dalla prima voce in scena, quella di Stan, il dramma è claustrofobico e statico, un vero e proprio recinto dove raccogliersi, misurarsi, combattere.
Audrey Bonnet e Stanislas Nordey: il testo è stato scritto per i due interpreti in base
alle loro caratteristiche sceniche, tanto che i personaggi stessi portano i loro nomi di battesimo (espediente caro a Thomas Bernhard). L’estrema tensione analitica destinata a ogni parola e la tensione di ogni gesto rendono Stan un uomo che valuta tutta la sua storia d’amore come un errore, analizzandola con rigore encicopledico e una terminologia ipercurata quasi ridicola (“non possiamo riparametrare la nostra storia”). E ogni momento felice del passato viene investito da questa volontà interpretativa, fino a snaturarlo. Audrey non accetta questa gabbia. Nervosa ed elastica, le sue frasi iniziano al lato opposto della stanza con un silenzio e terminano in faccia all’ex compagno gridando parolacce liberatorie. Quello che rivendica è “l’esserci stato” di un amore, con le frasi che non si possono più cancellare, con i figli, i momenti, il desiderio di futuro.
Una chiave di lettura del testo “rosa” ci potrebbe far correre a schematismi come “Donne Vs Uomini”: gli uomini fanno così, le donne così. Ma la contrapposizione tra le due voci è ben più radicale e credo si debba oltrepassare il contenuto di questo bi-monologo. Così come i due protagonisti di Nella solitudine
dei campi di cotone di Koltès non trattavano solo un affare, così qui non si tratta solo la fine di un amore.Sono due modi diversi di porsi nella vita; le parole guidano il senso per Stan, dentro il cuore dei fenomeni che viviamo e colonizziamo con i nostri ricordi, con le nostre emozioni, per Audrey.
Parlano entrambi di guerra, ma non siamo a uno scontro di boxe, quanto a una reciproca dissezione anatomica. L’unica interazione con l’altro si ha proprio nel corpo: si osserva come le parole facciano piangere l’altro, abbassare gli occhi, piegare il corpo, e impietosamente si evita qualsiasi conforto, spingendo le frasi in fondo alle ferite. Se siete stati lasciati o avete lasciato qualcuno e avete ancora il rimpianto di non avere fatto tutto quello che dovevate fare, questo spettacolo potrebbe farvi capire che il teatro può fare davvero male.
Stefano Serri
Quattro cose che so della danza: “Them” al Teatro delle Passioni di Modena per Vie dei Festival.
0
Uno spettacolo senza parole, per uno spettatore un po’ verboso come me, è sempre una sfida intricata: non tanto per la difficoltà di rintracciare una storia in assenza di dialoghi (ci sono spettacoli che per fortuna non raccontano un bel niente, ma ci stupiscono o accusano o estasiano) quanto per l’estrema ulteriore libertà lasciata. Poche parole e mal comprensibili, oltre ai nomi degli interpeti, accompagnano Them, creazione dei due coreografi Nabih Amaroui & Matthieu Burner. Nemmeno la musica ci sostiene, sostituita da una sparuta partitura di rari suoni. Eppure, passando dall’anatomia del movimento alla fisiologia del contatto, i quattro interpreti mi hanno suggerito quattro tratti del volto della danza, attraverso gli schermi trasparenti delle meccaniche terrestri.
1. LA DANZA È SIMPATICA: la danza viene esplicitamente mostrata come “arte simpatica”, cioè che si trasmette per vicinanza e contatto: dietro qualcuno che balla, c’è sempre qualcuno che invita, e il movimento nasce per imitazione o stimolazione o sfida raccolta (l’avvio sembra un contagio, partendo da Davide Sportelli ).
2. LA DANZA STA A PIEDI NUDI TRA AMICI: sul palco non c’era la volontà di proclamare un discorso estetico programmatico né di sviluppare esercizi retorici: siamo stati piuttosto coinvolti in una conversazione felice tra amici ben accordati tra loro, anche nell’ignorarsi o scavalcarsi. Ad esempio, la lunga e isolata rotazione perimetrale di Grayson Millwood mentre gli altri tre non finivano d’incastonarsi. Niente muse: quattro ragazzi a piedi nudi (e sporchi), ognuno con un paio di pantaloni e una maglietta (e una felpa in più, scambiata tra loro come il resto dei sudatissimi vestiti).
3. LA DANZA SUONA LE RUGHE: la scena era solamente coperta da un grande telo di plastica nera, una pelle che veniva percorsa e scompigliata, come possibilità di un groviglio, una sorella
accartocciata, un inciampo sonoro. Non a tutti è dato sfruttare e far suonare così bene le rughe sotto i propri piedi. Il corpo esige gradazioni e accomodamenti: si va dal crepitio delle giunture che si dislocano negli scorci dei corpi, (su tutti quello denudato di Joris Camelin, degno dei quadri di Bacon) fino all’affermazione ritmica dello sguardo, come se l’occhio fosse articolazione indispensabile al tocco.
4. LA DANZA SPOSTA: non sono rimasto fermo in poltrona, osservando qualcosa di nuovo sullo spazio e su di me: ad esempio che un corpo si abbraccia o si solleva non solo con le mani e le braccia, ma si può alzare o far camminare un uomo nell’incastro di testa e piedi, esplorarsi con la faccia, con l’intensità di Ante Pavic, senza gerarchia tra quello che abbiamo in alto o tra le gambe. Senza paura di sovrapporsi o intrecciarsi: in questa epoca di paura del contatto con il vicino (che è sempre più diverso) è una piccola rivoluzione questo invitare a incontrarsi.
Stefano Serri
I sommersi e i salvadanai: L’Iceberg di L’Éolienne a Vignola per Vie Festival.
0
La nostra economia è davvero un circo: equilibrismi, con o senza rete, e molti, molti pagliacci intenti a intrattenere il pubblico. Ma questa volta, con lo spettacolo L’Iceberg (andato in scena al Teatro Fabbri di Vignola il 26 e il 27 maggio per la rassegna Vie dei Festival) l’arte del tendone combatte i signori grigi della finanza, immergendosi nell’oceano contemporaneo per svelare quello che c’è di sommerso.
La coreografa Florence Caillon, musicista e artista circense, ha fondato la compagnia L’Éolienne nel 1999; dall’incontro con lo scrittore e giornalista Denis Robert nasce questo spettacolo. L’argomento è scottante e attuale: Robert ha esplorato l’attività di un’importante società finanziaria francese, mostrando la dubbia moralità (nonché liceità) dei suoi sistemi e dei legami intrattenuti con il
potere (non solo quello ufficiale). In scena, un “circo coreografico” con tanto di funi, elastici, altalene e, naturalmente, corpi alzati nell’aria e intrecciati.
Che si tratti di due binari da seguire parallelamente – la parola, registrata e proiettata, e il movimento – lo esplicita la struttura dello spettacolo: siamo di fronte alla trasmissione dei risultati di una inchiesta giornalistica accompagnati dal “commento” di danza e numeri acrobatici. Ma il risultato è quanto di meno posticcio e pretestuoso si possa pensare. L’energia dei corpi e l’orchestrazione di una partitura varia e articolata (dal marionettismo al pugilato, dalla contrazione epilettica alla costruzione di masse armoniose) accompagna le parole senza mai essere casuale né dottrinale: il gesto e la passione riescono a far sì che quelle rivelazioni alle quali troppo ci stiamo abituando (l’avanzamento di oligarchie finanziarie, l’infittirsi delle reti di potere bancario) acquistino una puntualità e un’urgenza nuove. L’indignazione di corpi che si percuotono e cadono da una prigione di travi metalliche e reti è più forte di urlo e di uno striscione. Gli interpreti di questo tour etico sono veri e propri atleti della riflessione e il pubblico capisce sulla propria pelle che, anche a teatro, l’immobilità è il vero reato.
Stefano Serri
Le vie (del teatro) non sono finite: “Divina Commedia” di Nekrošius a Modena per Vie dei festival.
0
In quel grande tentativo di enciclopedia del simbolo che è il teatro del regista lituano Eimuntas Nekrošius, tutto – ogni elemento naturale, ogni materiale e oggetto, ogni azione fisica, suono o segmento corporeo – può diventare il correlato oggettivo di un testo. Se nella prima parte la partitura di questa Divina Commedia esegue questo montaggio conseguendo armonia, portandoci dallo smarrimento iniziale alla curiosità fino alla convinzione di trovarci in un percorso non casuale, nel resto dello spettacolo la coerenza si sfilaccia a favore della ripetizione, sfiorando a tratti il didascalico, inanellando episodi più o meno riusciti sopra il testo (in lituano, con sopratitoli). Una delle intuizioni più coinvolgenti è la periodica evocazione di Beatrice, la cui nostalgia e rievocazione è guida nel labirinto; ma se all’inizio questa presenza ci meraviglia e commuove, all’ennesimo e insistito apparire della figura e del leitmotiv collegato (una celebre melodia di Tchaikovsky) oltre a non rinnovare il miracolo dell’apparizione si rischia di sciuparne il ricordo.
Alcune singole figure paiono sicuramente meno memorabili – un Caronte esagitato, un Maometto esotico – ma in molti casi il testo e il gesto intrattengono tra loro una conversazione felice, la poesia della scena. Paolo e Francesca intenti a sottolineare il loro libro, una cinguettante Pia de’ Tolomei, ma soprattutto la massa dei dannati, organismo che muove –
all’orrore, alla pietà, ma comunque muove. L’ironia non manca, a volte un po’ facilona, a volte inaspettata, come nel personaggio 2πR, ovvero creatore dei cerchi infernali.
Ma questo spettacolo non è solo l’inferno; il titolo, appunto, è Divina Commedia. L’ambizione molto alta, quindi, perché conosciamo più adattamenti della prima cantica soltanto. Tentativo che ci richiama altri registi e altri teatri; per restare vicini a noi bastano i nomi di Tiezzi e Castellucci. Ma Nekrošius non realizza un trittico dai pannelli ben equilibrati: due capitoli sono dedicati all’Inferno, uno al Purgatorio. La sensazione che la fine non sia una scelta poetica né uno stadio provvisorio della messa in scena, ma che sia venuta per esaurimento dello spettacolo, resta sospesa nell’aria.
La partitura dell’opera è sicuramente riuscita: la scelta di episodi e versi è ampia e non limitata ai punti più noti; gli attori entusiasmanti e perfettamente inseriti nel suo dipanarsi; le luci e la musica (con in scena un pianoforte, un violino e una grancassa)
raramente finalizzati a effetti gratuiti. Ma il risultato è decisamente lungo. Lo spettatore teatrale abituato a maratone sceniche, ad esempio il passante non casuale che sceglie la rassegna di Vie dei Festival a Modena, potrà ritenerlo un commento “provinciale”: ma non mi riferisco alla durata cronologica delle quattro ore e mezza nella serata tra il 26 e il 27 maggio passata al Teatro Comunale Luciano Pavarotti. Questo spettacolo è stata un’occasione per confermare che la parte peggiore del teatro sono gli intervalli, interruzioni di quel ritmo poematico che si era dall’inizio costruito gradualmente e che le riprese non possono meccanicamente far scaturire nuovamente. La sensazione di un libro, molto amato, sì, ma che, chiuso e riaperto nei punti sbagliati, una volta riaperto fatichi ad amare come prima.
Stefano Serri
La rassegna Vie dei Festival si svolge dal 24 maggio al 2 giugno nei teatri di Modena e provincia. Anche quest’anno sul sito dell’Associazione Concretamente Sassuolo le recensioni di alcuni degli eventi in cartellone.
