L’ACT CALIFORNIANO FA IL SUO RITORNO SULLE SCENE CON UN ALBUM CHE CONFERMA LO STATO DI GRAZIA VISSUTO DAI CINQUE DI L.A.

Nel variegato e forse sovraffollato mondo dell’hardcore metal, The Ghost Inside costituisce da sempre un act che ha in sé qualcosa di diverso.
I 5 di Los Angeles riescono infatti, fin dal loro primo full lenght (Fury And The Fallen Ones) a mescolare riff melodici e orecchiabili – ma mai ruffiani – con breakdown assassini e veri e propri assalti vocali. Il tutto, aggiungerei, senza perdere un grammo delle tonnellate di attitudine hardcore e senza sembrare mai alla ricerca del singolo facile.
Tutto questo ha portato i The Ghost Inside a incidere il terzo lavoro (dopo l’eccezionale Returners, che ha confermato le qualità del combo americano) senza passare mai dalla parte dei gruppi “arrivati” che proprio per questo perdono l’appoggio dei fan più intransigenti a causa di qualche tentazione commerciale di troppo.

Parlando del presente, “Get What You Give” si presentava sotto ottime referenze: si tratta infatti del primo album uscito per la nuova label della band, la celebre Epitaph Records.
Inizia l’ascolto, e le impressioni sono subito buone: “This Is What I Know About Sacrifice”, la opening track, è un assalto feroce con breakdown brutali e vocals assassine. Anche con “Outlive”, i cinque non concedono un attimo di tregua: 2.36 di hardcore senza compromessi.
Mi colpisce (in positivo) che le prime due tracce, insieme, arrivino a poco più di 4 minuti: questo la dice lunga sul fatto che la band di LA non abbia minimamente rinunciato alla propria attitudine fatta di pezzi brevi, incisivi e senza fronzoli.
E’ a questo punto che i Ghost Inside sfoderano la vera sorpresa del disco: la terza traccia “Engine 45”, è un pezzo decisamente più lungo e costruito dei precedenti e, udite udite, ospita addirittura delle clean vocals, novità assoluta per i californiani. A questo punto mi intrigo sul serio, perché le linee vocali non solo sono ben fatte, melodiche e armonizzate il giusto per rimanere in testa, ma anche perché rendono il pezzo, se possibile, ancora più “vero”, un inno da cantare tutti insieme sotto a un palco, naturalmente con il cantante Jonathan Vigil in mezzo al pubblico come ogni concerto hardcore che si rispetti.

I successivi “Slipping away” e “The great unknown” sono invece due pezzi puramente adrenalinici, dove le chitarre disegnano riff furiosi che si alternano a breakdown spietati, mentre le lyrics urlate da Vigil sovrastano il tutto con la loro potenza.

Con “Dark Horse” assistiamo ad un altro piccolo capolavoro, in cui ancora una volta le vocals si aprono in passaggi melodici puliti, alternandosi a momenti di pura e disperata furia senza mai cadere nella banalità (Che ha fatto perdere ogni rispetto a certi Trivium, Atreyu e chi più ne ha più ne metta…).
Non facciamo in tempo ad assaporare in fondo questo grande pezzo che subito arriva “Dark Light”, traccia a mio parere tra le più riuscite dell’album, soprattutto grazie all’immenso lavoro dei due chitarristi, che riescono a indovinare riff che disegnano melodie da brivido sui ruggiti di Jonathan, riuscendo a far parlare gli strumenti meglio di quanto molti cantanti faranno mai con la propria voce.

Con “Thirty three” arriviamo ad un altro pezzo che non abbassa di un millimetro il tono (altissimo) dell’album, ritornando a percorrere strade più aggressive e “semplici” nei 3.07 di durata: anche qui, in ogni caso, non mancano aperture melodiche delle due chitarre che mostrano davvero grande vena.
“Face Value” ospita le guest vocals di Goose dei Comeback Kid, una vera istituzione hardcore: tuttavia il pezzo rimane a mio avviso forse il meno riuscito del disco, soprattutto perché proprio le linee vocali del singer dei CBK, eccezionali finchè rimangono nel suo disperato ruggito, sono invece decisamente poco riuscite quando si spostano sul clean.

Quasi a volersi scusare, i californiani ripartono subito in quarta con “Deceiver”, ennesimo assalto brutale a colpi di breakdown, cadenzato e letale dall’inizio alla fine.
Il disco termina con “Test the Limits”, pezzo invece molto più rapido e dall’attitudine inconfondibile, tipica di quelle band come Stick to your guns, Evergreen terrace o Confession, dopo quasi 38 minuti di godimento.
Pochini 38 minuti per un full lenght? Per molti gruppi si. Ma dai The Ghost Inside era esattamente ciò che speravo: un disco semplice, che non tradisce le proprie origini e la propria attitudine, che inserisce novità anche rilevanti ma sempre senza voler strafare e perdere la propria identità.

Tra i pezzi assolutamente da ascoltare ci sono “Outlive”, “Engine45”, “Dark Horse” e “White Light”. Ma dopo aver fatto questo, dovrete per forza ascoltarvelo tutto.

 

Enrico Bertoni

 

Tracklist

TracceCopertina
01 – This Is What I Know About Sacrifice
02 – Outlive
03 – Engine 45
04 – Slipping Away
05 – The Great Unknown
06 – Dark Horse
07 – White Light
08 – Thirty Three
09 – Face Value
10 – Deceiver
11 – Test The Limits