Tre nomi (che diventano cinque) per capire l’arte contemporanea.
Questa puntata estiva di Charlie, con la quale vi saluto per rivederci poi a settembre, nasce dalle richieste pervenutemi da alcuni lettori (e amici, a dirla tutta) della rubrica, giuntemi casualmente in contemporaneità e aventi la medesima domanda: puoi scrivere un articolo sugli artisti che trovi fondamentali per capire l’arte contemporanea?
Detto fatto. Questi tre nomi non si riferiscono tanto al mio gusto personale in materia d’arte contemporanea, bensì all’influenza che, nel bene ma anche nel male, hanno saputo esercitare (spesso involontariamente, perché, come diceva Ennio Flaiano, il successo nasce spesso dall’incomprensione dell’autore) nelle generazioni di artisti futuri.
Questi tre artisti, questi tre giganti dell’arte contemporanea, sono: Andy Warhol, Bruce Nauman, Joseph Beuys.
Andy Warhol è il padre di quella che viene chiamata Pop Art, e, a dirla tutta, nessuno è più artista americano di lui. Ne La Filosofia di Andy Warhol edito da Abscondita (libro estivo di cui consiglio vivamente la lettura sotto l’ombrellone), si staglia leggera la figura ed il pensiero di questo grande artista, che afferma in uno dei pochi passaggi che ricordo a braccio: “non c’è niente di più socialista di una bottiglietta di Coca-cola: la beve l’operaio, la beve l’imprenditore. Tutti se la possono permettere, e il denaro di cui dispone il presidente non farà si che egli possa ottenere una Coca-cola più buona di quella che beve un senzatetto”. Andy Warhol credo si possa racchiudere qui: la sua arte, come la Coca-cola, voleva essere per tutti, magari non eccellente, ma fresca, colorata, facile, adatta ad ogni tipo di muro di ogni tipica casa di ogni tipica cittadina d’America. Si sbagliava solo su di una cosa: il costo. Sfortunatamente, le grandi innovazioni tecnologiche che Andy Warhol ha saputo apportare in materia di stampe e serigrafie nel nobile intento (sarà poi davvero così?) di produrre una quantità di opere sufficiente ad abbellire ogni casa d’America non hanno portato ad un abbassamento di costo delle sue opere (come dire: nel mondo dell’arte i basici principi smithiani di domanda e offerta sono sempre andati a farsi benedire), e difatti, prima del 2009, anno dell’esplosione della
bolla speculativa dei sub-prime e della successiva crisi finanziaria, una bella serigrafia di Andy Warhol (e non dunque un pezzo unico) era capace di costare la cifra folle di 115.000 – 130.000 dollari. Mai nessuno come lui.
Rimane il fatto che quei soggetti facili (i divi di Hollywood tanto amati da quelle generazioni degli anni ’50 e ’60 che sperimentavano per prime sui loro occhi la forza aggregante della televisione e del cinema), i colori fluo dalle campiture dense e senza fronzoli, e l’immaginario fresco e spensierato come l’immagine della democratica America dei Kennedy contro il grigiume comunista russo, erano i simboli più facilmente veicolabili alla massa, ad ogni tipo di massa, per ogni tipo di gusto.
Take-away Art, si potrebbe dire. Facile da produrre, facile da consumare, come la Coca-cola, o i panini della famiglia Mc Donald che proprio in quegli anni muovevano i primi passi in quello che sarebbe diventato uno dei colossi della produzione alimentare mondiale. Andy Wharol è veicolatore della medesima immagine, ed in questo senso è l’artista più americano che si possa desiderare.
Americano, ma di tutt’altra pasta, è invece Bruce Nauman, artista concettuale e probabilmente la mente più influente degli ultimi 50 anni di arte. Definire cosa sia concettuale è questione articolata e complessa: diciamo, per semplificare, che Nauman è concettuale poiché ritiene che il tempo trascorso nello studio d’artista sia importante tanto quanto l’oggetto che l’artista crea. Per dirla brevemente: il processo (inteso come fattore temporale) è esso stesso opera d’arte. E voilà! con questa definizione di concettuale per merito (o colpa) di Nauman, metà dell’arte scadente che vediamo oggi nelle fiere d’arte potrebbe essere spazzata via. Come precedentemente abbiamo detto, l’influenza di un Nauman o, per fare il nome di un altro gigante da cui è difficile fuggire, di un Marcel Duchamp, su di una larga maggioranza di artisti, non determina certamente la grandezza delle generazioni di artisti successive; anzi, il rischio (spesso avverato) è che nessuno riesca a sfuggire alle dinamiche
mostrate nelle loro opere. Si e’ come ingabbiati concettualmente e l’artista, sia che lavori bene, sia che lavori male, non riuscirà a fare altro che una buona od una cattiva copia di un Nauman o un Duchamp. Per questo motivo Nauman è da considerare uno dei giganti dell’arte contemporanea.
Artista poliedrico, Nauman ha lavorato con il video, la fotografia, i neon, l’argilla, i materiali più diversi. Le sue opere si presentano tra le più disparate ma, allo stesso tempo, mostrano le medesime fondazioni concettuali tali per cui, quando ci si trova davanti ad un’opera di Nauman, risulta difficile confonderlo.
Fondazione concettuale della sua arte è, come dicevamo, il processo. Spiegare la moltitudine di attitudini con la quale Nauman giunge allo scopo delle sue opere è in questo breve articolo introduttivo, questione impossibile da espletare: ad ogni modo immaginatevi un artista che produce in solitario, nel suo studio, ed il cui lavoro è interamente legato alla durata, alla persistenza: spazio, tempo e linguaggio sono i suoi limiti, che ha cercato di esasperare fino allo stremo fisico e/o mentale: la risultante è l’opera d’arte.
Chiudiamo questa ipotetica triade di grandi maestri con forse il più anomalo artista della storia dell’arte. Dico così perché fosse nato in un altro luogo, magari in oriente, Joseph Beuys sarebbe stato considerato un santone; fosse nato in un’altra epoca, l’avrebbero definito un eretico, o il messia, a seconda dei gusti.
E invece Beuys nasce in Germania, e fa della propria esperienza di vita l’estensione della sua arte. Con le sue opere ci ha raccontato la sua vita, il drammatico incidente a bordo di un caccia tedesco durante la seconda guerra mondiale e il successivo salvataggio a bordo di una umile ma provvidenziale slitta, protetto da una coperta di lana e da grasso di animale.
Da questa esperienza Beuys trasse sufficiente insegnamento per la propria esistenza successiva: fondò il partito dei Verdi in Germania, sperimentò con i
materiali più poveri ed essenziali (i già citati grasso, lana, legno, ma anche bronzo, ferro) per mostrare al grande pubblico quanto la vita fosse spiegabile tramite pochi elementi essenziali; in questo modo costruì un linguaggio sistemico unico nell’arte, con una sua terminologia specifica e con dei rimandi specifici tra i materiali. La straordinaria costruzione di un mondo a se’ stante pone dunque Beuys come messia, o come eretico, dell’arte contemporanea: o si accettano i meccanismi interni alla sua arte e si è sulla sua lunghezza d’onda, o se ne è proprio fuori: Beuys ha bisogno di discepoli e non di studenti critici.
I loro figliocci più contemporanei: Koons, e Barney.
Non potendo davvero trovare un unico figlioccio per quel geniaccio di Bruce Nauman, vediamo brevemente chi ha saputo interpretare al meglio negli ultimi vent’anni le lezioni di due grandi maestri come Warhol e Beuys: questi due artisti sono Jeff Koons e Matthew Barney.
Jeff Koons.
Se Andy Wharol ha tentato di portare l’arte in ogni casa americana, Jeff Koons rivolta come un calzino la pop art e celebra il (cattivo) gusto delle case d’America nei musei d’arte. Quello di Koons è un mondo kitch tremendamente malinconico sebbene divertente e spensierato, un po’ come certe canzoni da discoteca estive (kitch di natura) che hanno sempre una nota di malinconia (perché l’estate, come tutte le cose belle, finisce). Koons innalza il cattivo gusto americano, più vero del vero, più pop della pop art, al rango di arte con la A maiuscola, da esporre nei musei più importanti del mondo; non meravigliatevi dunque se al MoMA di New York, o al Guggenheim di Bilbao vi capitasse di trovare dei campanellini a forma di cuore formato gigante, o statuine di orsetti che chiedono informazioni ad un poliziotto, e che tanto vi ricordano i 99 cents stores, o porcellane di Terrier a mo’ di porta fiori che nemmeno la vostra zia che colleziona sgargianti scatoline porta-pastiglie avrebbe mai avuto il coraggio di acquistare: Jeff Koons è riuscito ad andare oltre il pop, oltre il dada (che permetteva ad un qualsiasi oggetto neutro avente una precisa funzione, di poter entrare in un museo e poter esser visionato sotto una luce diversa), mostrandoci quanto può esser bello e interessante ciò che non avremmo mai pensato di vedere bello e interessante, ovvero il brutto senza utilità.
Matthew Barney.
Pensate al concepimento di un nuovo essere umano. Pensate al seme maschile, e all’utero materno. Pensate alla creazione, e pensate di tradurre tutto questo con gli elementi che voi, figli degli anni novanta, avete a disposizione.
Il primo capitolo di cinque del Cremaster di Matthew Barney è tutto qui. L’utero è un campo da football americano, i testicoli
maschili due grandi austeri e immobili dirigibili sopra lo stadio, il seme maschile un gruppo di ballerine che sulle note di una delicata canzone anni cinquanta disegnano sul campo da football una coreografia in cui il nucleo si divide in due, poi quattro, e via a seguire, nella genesi della creazione.
Matthew Barney inizia così il suo decennale e maestoso progetto video, Cremaster. Spiegare cosa sia Cremaster è complesso e anch’esso, come per l’opera di Joseph Beuys, necessita di una accettazione univoca della terminologia usata da Barney; anch’esso è un mondo a se stante, in cui lo spettatore deve farsi guidare completamente dall’artista: c’è poco da capire, e molto da accettare per quello che è. Rimane senza dubbio un’opera misteriosa e ipnotica, che ha momenti di grande forza visiva, e momenti deboli che difficilmente si riusciranno a rivedere. I punti in comune tra Beuys e Barney dunque sono nell’approccio, nella costruzione di un mondo totalizzante e completo in se’ stesso; i mondi creati dai due artisti rimangono, comunque, estremamente diversi e lontani l’uno dall’altro.
Pieralvise Garetti
Questo articolo è stato inserito da Enrico il 19 luglio 2012 alle 21:43, ed è archiviato in Charley. Puoi seguire le risposte con i feeds RSS 2.0. Oppure scrivere un commento o anche segnalare un trackback dal tuo sito.
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