TUTTI, MA NIENTE: Cattelan non brilla al Guggenheim
Quando Alessandro Poggi mi chiese di ragionare su come presentare sulle colonne di Concretamente Sassuolo una rubrica sull’arte, rubrica che nasce con l’idea di sondare l’interesse dei lettori su questa materia, tanto apparentemente incomprensibile quanto straordinariamente vicina alla vita di tutti noi, pensai a qualcosa di semplice ma non banale, stimolante ma (si spera) mai lezioso. E pensai a Charley.
Charley e’ un’opera d’arte contemporanea di Maurizio Cattelan, senz’altro il piu’ celebre artista italiano degli ultimi 20 anni. Charley e’ un pupazzo che guida un triciclo (radiocomandato) e che girovaga incuriosito tra le sale di una mostra. Charley e’ ai nostri occhi famigliare, domestico, e inquietante allo stesso tempo: naviga sicuro tra i corridoi del museo come se fosse a casa propria, ci fa sorridere e sentire a nostro agio come se il museo non fosse un museo, come se l’atmosfera barbosa e pettinata che il servizio di sicurezza si ostina a mostrare, d’un tratto venisse meno. Al contempo pero’ Charlie ci inquieta per il chiaro rimando al piccolo Danny di Shining, il magistrale horror di Stanley Kubrick dove il protagonista, spinto dalla voglia di giocare e da una piu’ che naturale curiosita’, ci guida angosciati per l’Overlook Hotel, luogo di misteriosi accadimenti ed efferati omicidi, noncurante di cio’ che potrebbe incontrare dietro l’angolo.
L’intento della rubrica e’ fare proprio come Charlie: girovagare tra i musei di arte contemporanea (e non) con gli occhi di un bambino; la curiosita’, l’ingenuita’ di scoprire, senza arroccarsi dietro frasi fatte quali “l’arte non si capisce” ogni qualvolta ci si trovi davanti all’inusuale.
Perche’ l’arte e’ comprensibilissima, basta volerlo. Nessuno nasce imparato, ed e’ per questo motivo che la rubrica vuole fare un passo indietro e tornare bambini. Esperire per poi capire, come fa Charlie con il suo triciclo. E magari rimanere stupiti di quanto a volte le opere d’arte possono emozionarci nel modo piu’ diretto, toccando le corde dei sentimenti piu’ puri: la felicita’, la malinconia, la vertigine, la forza, l’aleatorieta’, la paura, la pace.
Charlie sara’ una rubrica a cadenza mensile e provera’ ad informarvi su cio’ che vi e’ di piu’ interessante nel panorama artistico italiano e internazionale. Charlie parlera’ di quel che gli va’: un’importante retrospettiva museale, una biennale, una bella esibizione in una galleria, ma anche una pubblicita’, o un fumetto, o dei palloncini che il clown sapientemente trasforma in giraffe. E questo proprio perche’ con gli occhi di un bambino tutto puo’ diventare magico e meritevole di essere raccontato.
Questo primo numero e’ dedicato all’artista di cui sopra, ispiratore del titolo della rubrica: Maurizio Cattelan. Proprio in questo mese di gennaio 2012 va’ a concludersi al Guggenheim di New York la
piu’ importante retrospettiva ad oggi dedicata al celebre artista italiano, che pare anche essere l’ultima mostra di Cattelan, dal momento che lo scorso primo aprile ha dichiarato di non voler piu’ fare l’artista e di volersi dedicare ad un nuovo progetto, Toilet Paper, rivista di fotografia.
Il titolo della mostra e’ “All”, e racchiude tutte le opere che l’artista padovano ha prodotto nella sua carriera, dagli esordi con la galleria Neon Campobase di Bologna nei primi anni 90 fino alla consacrazione avvenuta con la galleria Massimo De Carlo di Milano e Marian Goodman di New York. 130 opere circa (mancano all’appello due soli pezzi che i proprietari si sono rifiutati di concedere), esposte in modo a dir poco inusuale: anziche’ essere mostrate nella celebre passeggiata del museo, le opere sono state appese al soffitto attraverso cavi di acciaio lungo tutto l’androne centrale, cosi da obbligare i visitatori a guardare verso l’interno anziche’ verso le mura dove le opere vengono solitamente esposte.
L’originalita’ della mostra e’ in effetti tutta qui: invitato dalla direttrice del Guggenheim Nancy
Spector a realizzare la piu’ importante mostra della sua vita, Cattelan decide di non confrontarsi apertamente con Frank Loyd Wright, l’architetto che ideo’ quelle pareti circolari che resero il museo cosi’ ostico per artisti e curatori a venire. Una scelta senz’altro coraggiosa, provocatoria e curiosa; ma con un presupposto cosi’ ideologico, quale puo’ essere la fruizione ottenuta dal semplice visitatore che niente sa di Cattelan?
Il risultato non e’ sicuramente soddisfacente. Le opere cosi’ appese come salsiccie dal macellaio perdono tutta la loro forza identificatrice: il pupazzo di Hitler pregante cosi’ appeso ricorda un angioletto del presepe, il pinocchio suicida una specie di superman volante, e molte altre opere hanno necessitato di strutture (basi, pannelli) per poter essere appoggiate e rese in un certo qual modo comprensibili (il papa colpito dal meteorite). Dunque, nel loro essere provocatoriamente appese e’ stato dovuto dare loro un appoggio, una struttura, un piano su cui essere poste, cosi’ come sarebbe accaduto se fossero state lasciate semplicemente a terra.
La risposta data da Nancy Spector a queste critiche e’ presto detta: la mostra non deve essere intesa come una vera retrospettiva (sebbene con retrospettiva si intenda una mostra che racchiude grossomodo tutta l’opera di un artista, e dunque la definizione calza perfettamente con l’espozione di Cattelan), bensi’ come una nuova ultima opera dell’artista Maurizio Cattelan che racchiude tutte le precedenti.
In questo senso pero’, l’unico valore intrinseco che questa nuova ultima opera totalizzante ci mostra e’ una serie infinita di oggettistica colorata, desiderabile, ma anche innocua ed effimera. Un po’ come quando ci si trova in un negozio a provare tante sciarpe dai colori sgargianti e si vorrebbe comprarle tutte perche’ li’ appoggiate sullo scaffale tutte insieme ci intrigano, ma allo stesso tempo comprendiamo l’insensatezza. Il Guggenheim negli ultimi 3 mesi si e’ trasformato in un grande negozio di giocattoli: bello pensare di voler possederli tutti, ma a poco a poco si realizza che cio’ che si voleva tanto erano solo pupazzi (video).
Pieralvise Garetti

