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I 10 eventi più importanti del 2017

by • 28 dicembre 2017 • ConcretaWorld, Editoriali, evidenza, newsComments (0)278

 

Nell’anno che sta per concludersi, il 2017, molte cose successe nell’anno precedente hanno avuto eco ed influenza in questo, dall’elezione di Trump al colpo di stato in Turchia. La storia non è fatta né di date, né di lunghi processi, bensì di entrambi: alcuni eventi hanno la capacità di nascere all’improvviso e cambiare tutto, altri partono da lontano e spesso influiscono in maniera molto silenziosa. Allo stesso modo, in questo anno sono successi eventi che potremmo definire già “storici” e i quali effetti avranno risonanza già nel 2018. Per cosa passa alla storia il 2017? Da dove riparte il 2018? Ecco un soggettivo elenco dei 10 eventi più significativi.

 

  1. LA CONTESA DI GERUSALEMME

Uno degli ultimi avvenimenti con cui si chiude il 2017 è proprio la contesa sulla Città Santa, a seguito della decisione di Trump di muovere l’ambasciata americana in Israele a Gerusalemme, e successivamente di riconoscerla come capitale dello stato. Nonostante Israele abbia sempre rivendicato Gerusalemme come capitale, la città ha avuto uno status particolare sotto amministrazione ONU e tutti i paesi avevano ambasciata a Tel Aviv. La decisione di Trump di rompere lo status quo, in favore di Israele chiaramente, ha spiazzato tutti. In realtà a livello di tensioni fra israeliani e palestinesi, la reazione è stata moderata se confrontata ai livelli a cui l’intifada aveva abituato: molte proteste, qualche scontro, nessuna reazione militare da Gaza o dalla Cisgiordania. Dieci anni fa questa decisione avrebbe infiammato la Palestina, oggi invece la mancanza di rivolte testimonia la forza con cui ormai Israele comanda e detta legge anche oltre il muro.

Ma diplomaticamente, la dichiarazione non è stata per niente una vittoria. In un solo momento, tutti i paesi musulmani si sono uniti contro gli USA. Il mondo musulmano cerca un campione che lo rappresenti, e mentre Arabia e Iran sono concentrati in Yemen, la Turchia sembra ambire a questo ruolo.

Ai numeri, poi, la sconfitta è stata umiliante. In Consiglio di Sicurezza ONU tutti i membri permanenti e non hanno votato a favore dell’annullamento di questa decisione. 14 contro 1 (gli USA ovviamente). Trump è stato in grado di mettere d’accordo persino Ucraina e Russia. Con il veto imposto da Washington si è andati al voto in Assemblea Generale e qui la situazione è stata imbarazzante. Trump ha minacciato di tagliare ogni aiuto economico ai paesi che avrebbero votato a favore, usando toni a dir poco ricattatori. Nonostante ciò, 124 paesi hanno votato contro la sua decisione, oltre 30 si sono astenuti, ma solo 7 hanno seguito USA ed Israele. Stati potenti come il Guatemala o le Isole Marshall.

L’isolazionismo di Trump è diventato isolamento. E questo è stato forse l’avvenimento principale dell’anno.

 

  1. LE FAKE NEWS

Post-verità” è stata la parola dell’anno 2016, ma nel 2017 è decisamente degenerata nel discorso sulle fake news. Oltre che aver perso significato, dal momento che molte testate ormai usano “fake news” al pari di “bufale”, complotti o anche solo semplici informazioni sbagliate o bugie. Alla luce delle numerose elezioni che hanno interessato il 2017, Francia e Germania su tutte, le fake news e i tentativi di interferenza russa sono diventate il pericolo pubblico numero uno. I grandi social come Twitter e Facebook hanno palesato una scomoda verità: non tutto il mondo dei social è sotto il controllo dei social stessi. In alcuni angoli bui, migliaia di account falsi si sono insinuati e hanno costruito una fitta rete di propaganda. Se dapprima lo scopo era il puro lucro, tramite il clickbait, ora è un’arma di disinformazione di massa. Ma già il tentativo di arginarle tramite leggi si sta rivelando abbastanza pericolante.

L’Italia è chiaramente il prossimo bersaglio, per le elezioni che avremo probabilmente il 4 Marzo. Numerosi report giornalistici hanno già evidenziato come i social siano già invasi da una schiera di utenti riconducibili a poche persone, in particolare si è scoperto come alcuni codici riconducano a pagine sostenitrici sia del Movimento 5 Stelle che della Lega Nord. Il sospetto è che dietro tutto questo si nasconda ancora lo zar Putin, protagonista quest’anno del Russiagate. È ormai assodato come molti profili pro Trump provenissero dalla Russia, e non dovrebbe stupirci la volontà di Mosca nell’interferire nelle nostre elezioni dato il largo consenso: considerato il noto sostegno economico di Putin a Salvini, l’emergente partnership web con i 5 Stelle e l’antica amicizia con Berlusconi, nella confusione del prossimo parlamento, Putin avrebbe con ogni probabilità la maggioranza.

Le domande sulle fake news restano due per l’anno prossimo, e belle pesanti: come fermarle? E soprattutto, è davvero tutta colpa delle fake news?

 

  1. LA RIFORMA FISCALE USA

Secondo la rivista Bloomberg, nel 2017 i 500 uomini più ricchi del mondo possiedono il 6,6% della ricchezza mondiale. Il club dei super ricchi continua a viaggiare e in un anno ha guadagnato oltre 5.000 miliardi di dollari. Nonostante la disparità evidente che  va creandosi, qualcuno prova addirittura ad aiutarli. Ancora Trump, proprio così. Con la riforma fiscale appena approvata, le aliquote per le imprese americane scendono (e questo serve a recuperare il treno dell’economia cinese), ma scendono anche del 2% quelle della fascia più ricca di popolazione.

La riforma fiscale è il classico evento che non segna la storia tramite una data, ma tramite un lento agire. Gli effetti di questa manovra, che lascia presagire anche il  ricorso futuro  alla famosa “flat tax”, saranno probabilmente devastanti sulla disuguaglianza americana e mondiale, vista la gara al ribasso che stanno seguendo tutti gli stati da ormai 30 anni. Casse dello Stato più vuote, meno redistribuzione, ricchi più ricchi. Al di là dell’aspetto morale, politicamente è lecito aspettarsi ulteriori disordini nel futuro, con gli scioperi Ryanair e Amazon come antipasto. La disuguaglianza economica in sé non è un problema, l’uomo ha vissuto fasi storiche di disuguaglianza maggiore, dall’era della schiavitù a quella coloniale.  Il vero problema è che un tale livello di disuguaglianza non è mai stato presente in società democratiche in cui il voto di  ognuno vale uguale.

Citando Marine Le Pen, non è più una sfida fra destra e sinistra, ma fra chi sta sopra e chi sta sotto.

  1. EMMANUEL MACRON

Ma la Le Pen è la grande sconfitta del 2017. La presa della Bastiglia dovrà aspettare, perché nonostante si sia dimostrata la seconda candidata su base nazionale, ha pesantemente perso il ballottaggio con l’uomo “nuovo” del momento: Emmanuel Macron. Non fosse stato per le mosse di Trump e la crescente sfera di influenza di Putin, Macron sarebbe certamente il  politico dell’anno.

Pur essendo estraneo alla politica al pari di Trump, con ombre sul suo passato da banchiere e da massone, è riuscito a convincere la buona parte dell’industria francese e dell’elettorato moderato. La minaccia lepenista ha portato ad una grande coalizione per Maron e ad una crisi in entrambi i partiti tradizionali francesi, specie in quello socialista. Di fronte alla minaccia di Marine, Emmanuel ha potuto costituire un partito che si  è anche preso dal nulla la maggioranza in Parlamento, e ha ora un potere presidenziale ben stabile.

Le sue mosse sono state altrettanto importanti. Ha rinsaldato i rapporti con la Germania, ha aumentato prestigio e ruolo nell’area Euro, ha protetto l’industria francese dalle avances estere e anche italiane e sta cominciando la sua partita nel Medioriente. Il mito della “grandeur” della Francia è più vivo che mai. Viviamo gli anni della nostalgia, in cui due ex potenze coloniali stanno tornando a voler un ruolo di primo piano. A differenza del Regno Unito, però, la Francia sembra sui binari giusti.

  1. LA SCONFITTA DELL’ISIS

O meglio, la sconfitta dell’ISIS ma non dell’IS. Iraq e Siria sono ormai bonificate, Mosul e Raqqa cadute e in mano agli eserciti regolari. Entrambi i paesi vanno ora a fronteggiare il problema della ricostruzione, in particolare la questione curda che è probabilmente destinata ad esplodere nel 2018 in maniere violenta. Ma ora Baghdad e Damasco sembrano salde, il cerchio intorno al califfato nero si è chiuso e il progetto di uno stato canaglia scongiurato.

Anzi no. Il progetto Siria e Iraq è fallito, ma quello dello Stato Islamico no. L’idea di un’organizzazione che diventa stato ha preso piede e si è replicata in Yemen, scenario da monitorare per il prossimo anno, e nelle Filippine. Resta inoltre molto tesa la situazione in Libia, in Bangladesh e in Egitto.

L’attentato di Barcellona è molto importante, in quanto pianificato da una vera e propria cellula, a testimoniare come non si sia rinunciato alla volontà di minacciare Europa e USA. I risultati tuttavia sono sempre più scarsi: due anni fa a Parigi morivano oltre 100 persone, oggi sono sempre più frequenti casi di attentati senza vittime e mancanza di azioni coordinate. La minaccia terroristica in Europa sta calando pesantemente e se nel 2018 i foreign fighters saranno gestiti in maniera efficace, il periodo di  terrore potrebbe addirittura concludersi in 2 anni.

L’esperimento Stato Islamico no, quello andrà avanti in altre parti del mondo, fintanto che non tornerà a disturbare qualche potente.

 

  1. LA MINACCIA NORD COREANA

Un’altra minaccia preoccupa maggiormente quest’anno, quella di Kim e della sua  bomba atomica. Nel 2017 e in particolare nell’estate, abbiamo assistito ad una vera escalation con i lanci di missili coreani che hanno scandito le nostre mattine. In questo articolo spiegammo quasi tutto sulla questione nord coreana, quello che rimane oggi è un semplice aggiornamento.

Non da poco. I lanci sono terminati ( come ha annunciato il senatore Razzi in tv…), con un ultimo colpo di coda dopo il summit dell’ASEAN. Il programma coreano sembra a buon punto, con la bomba pronta e i razzi operativi. Resta da sviluppare la tecnologia delle testate, cosa che accadrà probabilmente al più nel 2019. La Corea del Nord ha la bomba atomica? . La Corea del Nord sa gestirla? Ancora non benissimo, visto che più di un esperimento è andato male.

Il 2018 sarà l’anno in cui la minaccia andrà gestita, dopo che il 2017 ci ha fatto capire come essa non possa essere ignorata sia per la questione nucleare che per la cyber sicurezza (è probabilmente coreana la matrice del virus Ransomware, il più grande cyber attacco della storia) . Trump ha gestito malissimo la questione, e a testimonianza di ciò il Giappone ha chiesto il permesso di ricostruire l’esercito. La Russia aspetta di fare la mossa, proponendosi di mediare la pace e dando a Kim l’importanza diplomatica che tanto desiderava. La Cina in pieno spirito di programmazione ha già allestito i campi profughi al confine, per l’eventuale guerra che  si scatenerà. Chi avrà ragione? Con grande probabilità il 2018 vedrà la fine di questa storia.

 

  1. IL TRATTATO SULLE ARMI NUCLEARI

Ma parallelamente, qualcosa si è mosso. Il Nobel per la Pace 2017 va ad un’organizzazione: ICAN, International Campaign to Abolish Nuclear Weapons.

Mentre nel mondo si è riaccesa la paura di un conflitto a suon di armi nucleari, qualcuno nel Palazzo di Vetro si sta cominciando ad impegnare per evitare il proliferare delle armi nucleari. Il tentativo delle potenze di auto-controllarsi nello sviluppo dell’atomica non ha fatto altro che far proliferare i paesi possessori. Oggi il “club” del nucleare ammonta a 9 paesi: USA e Russia in principio, poi Francia e Regno Unito, ma anche paesi come India, Pakistan, Cina e Israele anche se non ha mai confermato di possedere armi nucleari. A questi si aggiunge la Corea del Nord e grazie alla brillante politica di Trump, anche l’Iran potrebbe montare presto sul carro.

Il 7 Luglio 2017, l’ONU ha adottato il trattato sulla proibizione delle armi nucleari, un trattato che ha la stessa dinamica degli accordi sul clima, ovvero che entrerà in vigore dopo un certo numeri di ratifiche. Il voto in Assemblea Generale ha visto 122 paesi su 124 a favore, ma ovviamente nessuno dei paesi del club. I passi da fare sono ancora molti, ma quantomeno i paesi sembrano voler mettere una pezza sulla proliferazione di arsenali nucleari. Ora sta alle diplomazie riprendere il tema dello smantellamento che da anni sembra essersi arenato.

 

  1. L’ACCORDO DI PARIGI

Gli accordi sul clima sono entrati in vigore in quest’anno. L’obiettivo è abbastanza facile, ovvero contenere l’aumento globale entro 1.5 °C con margini fino ai 2 °C. L’importanza è ovviamente più diplomatica che pratica, visto che più che fermare le emissioni, sarà importante dotarsi della giusta tecnologia in grado di convertire le economia a carbone. Le notizie sono molto buone, con il settore delle rinnovabili e dei trasporti elettrici in grande sviluppo e alcuni stati e alcune aziende che si sono impegnati in importanti obiettivi per la conversione delle automobili. Anche qui la strada è tracciata e sembra delineata, con un solo problema: per i livelli raggiunti nell’atmosfera, il surriscaldamento non può essere evitato ormai, per tornare ad abbassare le temperature servirebbe rimuovere i gas, non basta non emetterne più. Gli stati dovranno iniziare a prendere le misure alla grande esternalità globale che è il cambiamento climatico e ai disagi che può comportare, come l’aumento del fenomeno migratorio di cui anche il nostro premier Gentiloni si è fatto testimonial.

In tutto questo, uno stato non ha firmato: gli Stati Uniti.  Il motivo è sempre quello, spingere l’economia. Ed è molto probabile che la ricetta economica di Trump funzioni e che il PIL americano torni a crescere andando a riprendere l’agognata Cina. Ma a che prezzo? Data la latitudine, gli USA sono abbastanza immuni dal cambiamento climatico e anche per questo disinteressati a ridurlo. Come con Gerusalemme, Trump si isola e viene isolato. E anche su questa decisione gli effetti saranno visibili nel lungo periodo. Nel breve, è probabile guadagni consenso, a testimonianza di una politica che non guarda più al futuro, poiché gli elettori in primis vogliono tutto subito.

 

  1. L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Qui non c’è stato un evento vero e proprio. Si potrebbe prendere ad esempio la cittadinanza araba che il principe saudita ha concesso ad un robot, l’androide Sophia. La decisione dell’Arabia Saudita è chiaramente una provocazione, la volontà del principe Bin Salman di dire al mondo che ora anche lui vuole partecipare alla gara sull’IA.

Vladimir Putin in persona ha detto una cosa che tutti pensavano: chi vincerà la sfida dell’intelligenza artificiale, dominerà il mondo. Il tono è ovviamente molto putiniano, ma il succo è questo. La corsa all’IA è la nuova corsa allo spazio, con la Cina desiderosa di lanciare il primo smartphone dotatone, la Silicon Valley che ormai investe solo in questo e la Russia che la proietta subito in ottica militare.

C’è ancora molta segretezza al riguardo, molti progetti che devono venire a galla, ma le intenzioni sono ormai palesi. Non manca il dibattito, come ad esempio il documento (firmato anche da Elon Musk) che mette in guardia dall’uso dell’IA in ambito militare. La paura non è certo che le macchine prendano il controllo, bensì che siano troppo stupide e possano creare danni importanti. Oltre a ciò, le elezioni francesi hanno anche aperto lo spiraglio alla “tassa sui robot”, discussione non banale visto il peso ormai dominante della tecnologia nel lavoro. Forse sarà il dibattito più interessante del 2018.

 

  1. LA DIFESA COMUNE EUROPEA

Si conclude con uno degli eventi più importanti. Nel 2017 l’Unione Europea ha compiuto 60 anni, considerando i trattati di Roma. La maturità si sente tutta, la crisi degli stati nazionali e della politica non ha certo aiutato in questi anni il Parlamento di Bruxelles. Le minacce e gli ostacoli non sono mancati, creando un vero accerchiamento: l’ambiguo Putin a est con le sue enormi esercitazioni militari al confine che hanno contribuito a destabilizzare i paesi confinanti, l’ondata migratoria da sud, la Brexit a nord e l’incertezza di Trump a ovest.

Quest’ultimo è l’aspetto più importante. Il Trump-pensiero sulla NATO, che tutti attendevano, si è basato su due punti: primo, gli USA pagano troppo rispetto agli altri paesi, secondo, serve una cooperazione contro il terrorismo. Queste dichiarazioni, seppur supportate da fatti e ragioni che Trump ha, hanno spiazzato l’Europa. Innanzitutto perché l’alleanza atlantica vede negli USA la potenza egemone e quindi responsabile del maggior peso militare ed economico, inoltre perché l’alleanza è militare, quindi proiettata all’estero e non tanto all’interno. Sembra che Trump voglia sconvolgere il ruolo della NATO e all’Unione non piace.

Per questo, a larga maggioranza di 23 paesi su 27, si è adottata l’ultima frontiera della storia dell’Unione Europea, la difesa comune. A 60 anni dalla nascita, l’UE passa da unione economica a militare, con una prima condivisione e cooperazione fra eserciti che punta sicuramente a costituirne uno europeo. Il ruolo principale lo avrà la Francia, unica potenza nucleare ed ex coloniale, con la Germania pronta ad aiutare ma con un problema storico-psicologico non da poco nell’armarsi. Il primo banco di prova sarà la missione in Niger a cui anche l’Italia parteciperà. La NATO sembra quindi destinata a un ruolo marginale.

 

Ci sono stati ovviamente anche altri eventi, dalla bolla bitcoin al colpo di stato in Arabia alla crisi dei Rohingya, ma globalmente questi sono probabilmente i più rilevanti. I temi del 2018 partiranno da qui, ma sapranno sicuramente stupirci come puntualmente fa la storia che nella sua imprevedibilità riesce ad apparire lineare solo una volta compiutasi.

 

Andrea Stanzani

 

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