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Anna Cascella Luciani, tutte le poesie 1973 – 2009, Gaffi Editore (2011)

by • 3 settembre 2012 • ConcretaBookComments (0)1935

 

 

scriverlo
grande sui muri:
“ti amo – sta
attento – non siamo
sicuri” graffiti
detriti – roveti
confusi – ricordo
disastro […]
 
 
 

Le etichette a volte sono scomode, ingombranti fino a coprire il nostro stesso volto; oppure minime, come quelle di certi abiti indossati a lungo prima di accorgersi di non averle ancora staccate. La definizione di “poeti della gioia” che richiama Massimo Onofri nell’introduzione a questo volume è un’etichetta luminosa, non copre né passa inosservata nell’attraversare il lungo percorso poetico dell’autrice. Gioia non capitata, ma serenità raggiunta (“tienila cara l’assenza – è / un fiore forte”).Quasi un’enciclopedia, in questo libro si cammina su un folto repertorio vegetale (la rosa, certo, ma anche una galleria specifica di flora e fauna degna di Pascoli). E poi omaggi alla concretissima città, Roma, o alle persone incontrate in vita, amici e poeti: Amelia Rosselli, Bellezza,  Giudici o Fortini,. Si pensa a Sandro Penna leggendo: “l’assenza / ha forma di lepre / nel bosco di ontani / o di volpe / cacciata dai cani.” Oppure “è come se gli storni / mi portassero con loro / in campagne che adoro”.Il verso, per lo più breve, asseconda una frequente ironia nelle forme, l’uso di lapsus (per richiamarci ancora alla Rosselli), la benevolenza per le cantilene e lo scorrere di un chiacchierare sottile.  L’uso delle rime sfacciato, a volte smodato, convive con numerose maschere mitologiche, soprattutto infere (Orfeo e Euridice, Proserpina) a volte nitide, a volte rivisitate, come un minotauro annoiato dall’attesa che per protesta diventa vegetariano. Dieci raccolte, oltre trent’anni di scrittura, più di settecento pagine di versi. L’ autobiografismo, a volte diaristico, a volte memoriale, è evidente in più punti: come nella sezione centrale di Tutte le oscurità del verde (1996-2005), dove gli antenati, i primi profumi, le vie percorse, diventano più importanti dell’io poetico. Anche il proprio cognome (doppio) entra nel dialogo poetico, così come l’orfanità: “non ho sorelle, mamma, di cui / scrivere di cappotti / sulla neve – una volta t’ ho / detto “mi piacerebbe avere / un fratellino” ma non c’era / padre e tu – giustamente – / rimanesti male ma / non dicesti niente[…]”Altra certezza è infine il corpo, che sa essere “assurdo / dolcissimo”,  ma anche “il petalo teso / delle membra in vita”; e tra i sensi, oltre all’odorato sopraffatto dai giardini, soprattutto la vista: poesia puntualmente cromatica (una breve silloge del 2000 si intitola proprio Colore per colore) dove si impallidisce, raramente: più spesso il rosa tende al rosso. Capita di accendersi, vivendo.

 
nel rosa svanirei
e perderei me stessa –
nel rosa morirei senza
badare a spine –
 

 

Stefano Serri

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