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AVETE BISOGNO DI OCCHIALI? L’uomo della sabbia, di Menoventi.

by • 18 Ottobre 2011 • QuartaPareteComments (0)1658

 

Dall’inizio alla fine: raramente le storie, nell’arte o nella realtà, sono lineari e coerenti. Non è la prima volta che si vede sul palco la ripetizione di intere sequenze di un testo con leggere variazioni perturbanti; né il rimescolamento dei piani temporali ci trova impreparati. Questi due processi sono gli strumenti principali utilizzati dal gruppo Menoventi al lavoro su un testo chiave del romanticismo, uno dei notturni del diabolico E. T. A. Hoffmann: L’uomo della sabbia. Il mito dell’automa e quello della perdita della vista si fondono nel racconto, destinandolo a ricettacolo del lato più oscuro e irrazionale dell’ottocento europeo.

Questa dimensione insieme fosca e vertiginosa è restituita sul palcoscenico del teatro Dadà di Castelfranco, aizzando verso gli spettatori una bestia davvero feroce: la ripetizione. Non intendetela come noia, ma alla maniera gelidamente precisa dell’esistenzialista Kierkegaard: un ritorno delle cose talmente svincolato da ogni necessità da diventare fatale. In questo “Capriccio alla maniera di Hoffmann”, con la regia di Giovanni Farina, prendono parte Consuelo Battiston e Alessandro Miele (creatori dello spettacolo insieme al regista) insieme a Francesco Ferri, Tamara Calducci, Mauro Milone, Tolja Djockovitch, con le musiche di Stefano De Ponti.

Una sorta di macchina automatica demonicamente inceppata lungo il suo montaggio e smontaggio delle attrazioni e delle distrazioni, con le consuete incursioni tra il pubblico di una insolente e beffarda Consuelo Battiston, con l’estraniante apparizione di un vero e proprio forestiero di passaggio che impugnando una banana si trova coinvolto e schiacciato dai meccanismi dell’onirico. Le innumerevoli aperture e chiusure dei sipari (contatelo quante volte si spostano, se ci riuscite), gli scambi di ruoli e battute, la recitazione in play back: sono solo alcuni degli stratagemmi utilizzati per rendere questo labirinto più preciso di uno specchio e più angoscioso di un sogno. Si ha l’impressione che il percorso di Menoventi stia sviluppando una serie di strumenti precisi (direi affilati) capaci di afferrare ogni testo e materiale. Il nome del gruppo, per chi non lo sapesse, è nato dalla temperatura che ognuno di noi può leggere a casa proprio sul termometro alla parete: basta capovolgerlo.

 

Stefano Serri

 

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