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Baths Romaplasm

Baths – Romaplasm

by • 17 Dicembre 2017 • ConcretaMusic, evidenza, newsComments (0)387

Guardare altrove per evadere dalla realtà e sentirsi meglio. Questo sembra essere il messaggio che Will Wiesenfield, in arte Baths, sembra volerci lasciare con il suo terzo album. Album che arriva ben quattro anni il precedente Obsidian e che, come si può notare già dalla diversità delle copertine, ci lascia un Will completamente diverso: superata l’oscurità, dovuta anche all’ infezione intestinale che lo aveva colpito rischiando di portarlo nella tomba, l’americano ci invita a seguirlo in un mondo completamente diverso, un mondo certo frutto di fantasia, ispirato, come ammesso dall’ autore stesso, dalla sua passione per gli anime giapponesi, per i videogiochi, per i libri e per i fumetti. Ma non per questo meno in grado (o forse, proprio per questo, in grado) di evocare positività e buone sensazioni. La qual cosa riesce parecchio bene al californiano, e se sarete disposti ad accettare la sua mano tesa e a seguire i suoi occhi rapiti da un bagliore estraneo al quadrato della copertina non ve ne pentirete.

Baths ci porta infatti fin da subito lontano nello spazio con la divertente e luminosissima Yeoman, termine un po’ datato (ma anche questo mischiare antiquato e moderno è un marchio di fabbrica dell’ americano, tanto a livello di testi quanto a livello di suoni, perdonatemi l’offtopic) con cui si rivolge forse al “pilota” (scusate di nuovo, non sono abbastanza skillato in inglese da avere certezza del ruolo di questo uomo) di un futuristico dirigibile, tra arpeggi di sintetizzatori ed un intreccio di voci campionate, violini e glitch. Ma se la musica, frizzante, ci dà un’idea, il mood viene reso ancora meglio dalle parole: “Gliding in the dark on an endless sea Catch my footing while I follow yours Take my face and show me what for Come, kiss me swell  The feeling like a buoyant waltz  Look goddamnit, no, I don’t know how love it though your steps are never gonna make a lick of sense/ Left my life on the ground To dance with you in the clouds Forgot my life on the ground Oh, yeoman, we’re far gone now, oh, yeoman”.

Un sogno ad occhi aperti, ben lontano dai temi pesanti, come terrore e progetti di sucidio, cui ci aveva abituati nel precedente capitolo, rimanendo però allo stesso tempo altrettanto intimo, umano; semplicemente, il focus è stato spostato su una maggior joie de vivre, che porta il nostro Will anche ad una maggior leggerezza e serenità sulla propria sessualità, descritta in un equilbrio perfetto tra momenti di pura passione, come in “Coitus” ( “Make grace Lost in your sandpaper-palmed infinity I can but hold to your shoulders like the edge of a cliff And plead / And if I am out of bloom and lack your grace I beg you, rain it down on me”) ad altri più infantili e fiabeschi, come in “Abscond”  (“Would I define young love in a rhyme, would that suit? We could abscond, be gone, on our way We boys like bells, like gongs that put the town into a song”). Non mancano comunque momenti più introspettivi, in cui tornano a far capolino tutte le nostre fragilità ed in cui Wiesenfield trascina elegantemente vecchi mostri riemersi dal passato. Vedere alla voce “Human Bog” (“I’m queer in a way that works for you I might allow the devil through […] / I ran out of expectancy Everyone alive live fuller lives than me Lie lie lie lie lie lie lie Lie lie lie lie lie Lie lie lie lie lie lie lie Lie lie lie lie lie Queer in a way that’s failed me I’m not enough of anything )  o nel sinistro loop di piano di “Wilt”, in cui lo statunitense gioca anche con diversi stili vocali (“So, who will house my sentiment? It comes in floods and runs me red Rattling the dewy moss with my lost footsteps, and I’m not done yet Kiss and kiss but can’t beget, and I’m not done yet”)  o ancora nella più evocativa e malinconica “Lev”  (“Lev, Lev, Lev, Lev, Lev, Lev  I rub where his wings would grow  Lev, Lev, Lev, Lev, Lev, Lev And push the mud out of his bones” )Ma a differenza di quanto accadeva in passato, questi dubbi sulla propria identità, questa debolezza viene vissuta in modo più indulgente; anche a questo servono le sue fughe dalla realtà: fungono da balsamo su una ferita, in modo da poter tornare poi a sè stesso con minor rabbia autodistruttiva e maggior compassione e cercare una svolta positiva piuttosto che crogiolarsi nel dolore. Accade così nel secondo singolo, la propulsiva “Out”, il cui titolo gioca volutamente con la parola: il senso può essere infatti interpretato come quello di un individuo che esce fuori di sera o come quello di un gay che fa outing. Il resto dell’ album è ancor più aerodinamico, e nel passare tra lo sci-fi di “Extrasolar“, la frenesia videoludica di “Adam Copies” (liberamente ispirata a “Neon Genesis Evangelion”), il paesaggio industriale di “Superstructure” per poi arrivare alla conclusiva “Broadback” non riuscirete a smettere di sentirvi immersi in una luccicante ed energica cascata di colori.

Romaplasm è dunque un’ esplosione di energia vitale, un party synthpop arricchito da beat giocosi e sincopati, orchestrazioni, contrappunti ambient e da una voce ormai ben riconoscibile nel suo essere unica ed usata con un abilità ed un’ intelligenza spiccate. Un disco che, nonostante il suo discostarsi dai lavori precedenti, suona inconfondibilmente molto Baths, con la sua deliziosa complessità, le sue composizioni kaleidoscopiche, il suo essere iperdettagliato. Un disco che nasce per essere denso ma leggero, per mescolare la fantasia alla realtà, divertire senza diventare superficiale ed infine essere consumato senza perdere nè il suo nè il vostro entusiasmo. Un disco in cui Will sembra stare meglio ed in cui riesce a fare stare meglio. Poco importa che la materia prima, la base di partenza, sia falsa, perchè sembra tutto molto vero. E riesce a colpire ugualmente il cuore.

VOTO: 7,5/10

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Words by Alex Zanni
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Tracklist
1. Yeoman
2. Extrasolar
3. Abscond
4. Human Bog
5. Adam Copies
6. Lev
7. I Form
8. Out
9. Superstructure
10. Wilt
11. Coitus
12. Broadback
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