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Se la strada potesse parlare – di Barry Jenkins (2018)

by • 28 Gennaio 2019 • ConcretaMovie, evidenza, newsComments (0)44

Nel quartiere di Harlem, Manhattan, uniti da sempre, la diciannovenne Tish e il fidanzato Alonzo, detto Fonny, sognano un futuro insieme. Quando Fonny viene arrestato per un crimine che non ha commesso, Tish, che ha da poco scoperto di essere incinta, fa di tutto per scagionarlo, con il sostegno pressoché incondizionato di parenti e genitori. Senza più un compagno al suo fianco, Tish deve affrontare l’inaspettata prospettiva della maternità. Mentre le settimane diventano mesi, la ragazza non perde la speranza, supportata dalla propria forza interiore e dall’affetto della famiglia, disposta a tutto per il bene della figlia e del futuro genero.

Come Yorgos Lanthimos, regista di The Favourite, film in costume non sceneggiato dal suo storico collaboratore Efthymis Filippou, Barry Jenkins alza il tiro, adattando, prima ancora d’acquisirne i diritti, durante un soggiorno in Europa, il romanzo di James Baldwin, scrittore protagonista e narratore del documentario di Raoul Peck I Am Not Your Negro, candidato al Premio Oscar nell’anno in cui vinse Moonlight, dove le sue parole, una riflessione, a partire dal romanzo incompleto Remember This House, sulla segregazione razziale col fine di riconciliare il pensiero di Martin Luther King, Malcolm X e Medgar Evers, si rivelavano non solo pungenti e puntuali, ma anche stanche e sofferte, e pertanto terribilmente attuali.

Diversamente dall’approccio partecipe assunto da Raoul Peck, Barry Jenkins, sempre fedele al suo stile elegante, si perde nella rarefazione della sua visione, algida e distante, quasi alla ricerca della poesia in una storia che ben poco ha a che fare con la sua immediatezza e memorabilità caratteristica, sparuti barlumi della quale potrebbero ravvisarsi in un uso insistito del ralenti, alla lunga sfiancante e immotivato, a metà strada tra un vago ottimismo e fatalismo, ammorbidito da una colonna sonora di prim’ordine, opera di Nicholas Britell, soffusa ed intima, arricchita dagli archi, ereditati da Moonlight, pellicola-nume tutelare i cui suoni vengono rievocati, insieme alla fotografia, nel cortometraggio documentario quest’anno candidato al Premio Oscar Black Sheep, prodotto dal The Guardianispirato alla vicenda di un ragazzo colpito da episodi di razzismo nell’Essex, Cornelius Walker, appena trasferitosi da Londra, a seguito dell’omicidio di Damilola Taylor.

If Beale Street Could Talk è un melodramma più meditato che avvertito, i cui attori principali peccano di carisma, ai quali va dato atto di non scadere nel patetismo, salvati parzialmente dall’unica interprete davvero impegnata su più fronti, Regina King, l’unica a credere seriamente nell’impresa, in viaggio verso Porto Rico.

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Luigi Ligato

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